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Illustrazione di Agrin Amedì
Sono nata in un basso e fino ai 15 anni ho guardato la vita dal ciglio della strada. Una porta finestra, due gradini da scendere e la casa era tutta lì, una stanza con soppalco, zona giorno e zona notte, la cucina ricavata con un tramezzo al piano terra.

Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio di autobiografia diretto
da Rossana Campo per la Scuola Omero

 

 

Sono nata in un basso e fino ai 15 anni ho guardato la vita dal ciglio della strada.
Una porta finestra, due gradini da scendere e la casa era tutta lì, una stanza con soppalco, zona giorno e zona notte, la cucina ricavata con un tramezzo al piano terra. Il gabinetto era uno stanzino sul balconcino al piano di sopra; per lavarci avevamo un lavandino e varie bacinelle di plastica nascoste da una tendina nella zona cucina. Ci vivevamo in sette, i miei genitori, quattro figli e una cugina più grande di noi, figlia della sorella di mia madre rimasta orfana di padre a tre anni.
Fino ai dieci anni, come tutti i bambini che come me vivevano in case sgarrupate nel borgo natio, pensavo di vivere in una casa normale dove tutto era al posto giusto: mia madre passava la cera sul pavimento e anche in inverno la mattina spalancava la porta per dare aria alla casa e fare le pulizie.  La differenza con le case normali la notai quando cominciai a frequentare la prima media, distante due chilometri. La mattina, con il grembiule blu e lo zaino, aspettavo l’autobus alla fermata di ponte Caracciolo, percorrendo uno stradone che tagliava in due una zona agricola e scendevo davanti alla scuola. Quando le compagne di scuola iniziarono a invitarmi a casa loro scoprii la vergogna per la mia casetta. Abitavano in palazzi con ascensore, in case dove le stanze erano separate dal corridoio, alcune di loro mi portavano nella cameretta tappezzata di poster, un lettino per ogni fratello o sorella, la scrivania per fare i compiti. Deglutivo per nascondere la meraviglia. Lo stupore un po’ alla volta si trasformò in vergogna, pensavo che se le compagne avessero scoperto dove vivevo mi avrebbero disprezzata e non mi avrebbero più invitato a casa loro. Forse non mi avrebbero neanche fatta entrare in bagno. Se ci andavo lo facevo con timore: mi fermavo a guardare la vasca da bagno, il feticcio della mia infanzia, noi che il bagno lo facevamo il sabato sera nella bagnarola di plastica riempita con l’acqua riscaldata nel pentolone di allumino.
Fu questa la prima volta che scoprii la differenza tra me e il mondo. Non feci mai parola della mia casa e non invitai nessuna compagna a studiare da me. Per loro esistevo dalle otto del mattino, quando entravamo a scuola, fino all’orario di uscita. Tutte pensavano che abitassi lontano, visto che andavo a scuola con l’autobus, e non mi chiedevano di venire a studiare da me. Io mi inorgoglivo quando mio padre veniva a prendermi e mi aspettava all’uscita, perché lui era bello, simpatico e socievole: divenne rappresentante d’istituto. Veniva ai colloqui con i professori e incassava i complimenti per essere il papà della prima della classe. Le scuole medie mi aprirono un universo sconosciuto fino ad allora, e grazie alla complicità di mio padre mi iscrissi al corso di ginnastica artistica organizzato dalla scuola: facevo i saggi e i corsi di recitazione. Uscivo da scuola, tornavo a casa, facevo i compiti e ritornavo per le attività pomeridiane. Un pomeriggio di maggio, avevo dodici anni, invece di prendere l’autobus per andare alla lezione di ginnastica artistica decisi di andarci a piedi. Imboccai lo stradone, camminavo sul ciglio della strada, quando un vicino di casa, Ciccillo, un paraplegico che sfrecciava sulla A112 che la famiglia benestante gli aveva fatto adattare con il cambio sul volante, si fermò e mi chiamò per darmi un passaggio. Non ci pensai due volte e senza guardare se arrivavano altre macchine attraversai la strada di corsa. Ricordo il rumore di una frenata e poi il buio. Mi svegliai qualche ora dopo al pronto soccorso del Cardarelli, sentii la voce di mio padre.
«Come sta mia figlia, che si è fatta?»
Era appena arrivato, chissà come lo avevano avvisato; era a lavoro sull’altoforno dell’Italsider, in secondo turno 14-22.
Avevo aperto gli occhi e vidi la stanza piena di gente, avevo un forte dolore alla testa e la nausea, mi sporsi dal letto e vomitai un liquido amaro e giallo.
«Dove sono? Che è successo?»
«Mia figlia ha perso la memoria!»
Fu il grido lanciato da mia madre mentre qualcuno la sorreggeva per impedirle di cadere svenuta.
Passai la prima notte al pronto soccorso. Nel letto di fronte al mio ricordo una giovane donna accoltellata per gelosia che urlava e lanciava maledizioni al suo aggressore, parenti che entravano e uscivano. La testa mi scoppiava, avevo male dappertutto. I medici dissero ai miei genitori che mi ero salvata perché il trauma cranico era stato attenuato dallo zaino che, nella caduta, aveva impedito una frattura più seria.
Rimasi dieci giorni in ospedale. Dal pronto soccorso il giorno dopo mi spostarono in una camerata del reparto pediatrico con una ventina di letti. Soffrivo più per essere circondata da mocciosi petulanti che per il trauma cranico. Un pomeriggio dal finestrone accanto al mio letto si affacciarono la mia adorata maestra di ginnastica artistica e la professoressa di matematica. Mi salutarono con un sorriso affettuoso e rimasero per un po’ di tempo a farmi compagnia e a incoraggiarmi; il saggio di ginnastica si sarebbe tenuto a fine mese e mi consolarono perché non avrei potuto parteciparvi. Tornai a casa, avevo ancora male alla testa e vedevo doppio, un disturbo che mi rimase per circa un anno. Mi sentivo stanca e triste, soprattutto perché sembrava che nessuno capisse come stessi male.
Un giorno bussarono alla porta, mia madre si alzò dalla macchina da cucire e si avvicinò al vetro: era la mia professoressa di ginnastica che era tornata a trovarmi. Ero stesa sul piccolo divano dell’unica stanza e mi sentii gelare il sangue. Chi poteva averle dato l’indirizzo di casa? Mi accucciai sul divano per non farmi vedere. Avevo il volto in fiamme, trattenni il respiro sperando che mia madre non la facesse entrare. Mi vergognavo, non volevo che vedesse la mia casa, temevo che avrebbe smesso di amarmi, di considerarmi la sua allieva preferita, era come se mi avesse scoperto con un vestito sporco addosso, le dita nel naso, le scarpe rotte. Mia madre le disse che stavo meglio ma non sarei tornata a scuola, ormai mancavano pochi giorni alla fine dell’anno scolastico. Sentii la professoressa che la tranquillizzava, la promozione era certa e le chiese di salutarmi.
Tornai a scuola l’anno successivo, in terza media, e fui accolta festosamente dalle compagne e dai professori. Ricominciai le mie attività e conclusi il ciclo delle scuole medie con il ruolo di protagonista della recita di fine anno. Ero Bernardina, la moglie di Masaniello, la scaltra popolana trascinata dalla pazzia del marito capopopolo che cede al richiamo del potere e tradisce il popolo. Lei si veste di broccato, si crede una nobildonna e viene ricevuta a corte dalla moglie del viceré che la blandisce con offerte di ricchezze. Quando Masaniello viene ucciso dal popolo lei si riveste di stracci e piange sul corpo del marito maledicendo l’ambizione che ha travolto la loro vita.
Quando avevo quindici anni finalmente mio padre convinse mia madre a cambiare casa. Un giorno, stanco delle scuse che lei accampava ogni volta che si presentava la possibilità di traslocare, mio padre ci mise tutti in macchina e ci portò a vedere un appartamento che un suo amico stava per lasciare. Questa volta non volle sentire ragioni, firmò il contratto e ci trasferimmo in una bella casa, corridoio, tre stanze, bagno, balconi e ripostiglio.
I primi tempi, quando stavo per prendere sonno, vedevo la mia vecchia casa e ne avevo nostalgia, dimenticavo la vergogna, la nuova casa mi appariva troppo grande ed estranea. Finii per abituarmi ai nuovi spazi e finalmente iniziai a invitare le amiche
Da allora ho cambiato città e molte case, ho vissuto per molti anni in un monolocale e quando andai a vivere in una casa di due stanze e corridoio per i primi mesi vivevo in camera da letto, non avevo il senso dello spazio. Poi sono passata a vivere in un appartamento molto spazioso con un grande corridoio che ho lasciato vuoto, solo piccole litografie su una parete.
Fino a qualche tempo fa il mio sogno ricorrente era che avevo trovato una casa grande, luminosa, stavo per prenderla ma mia madre arrivava e diceva che non era possibile; sognavo case grandi come un paese, con negozi, scale, ascensori, affollate di mobili e persone, in palazzi antichi che raccontavano la vita delle esistenze che l’avevano abitate. Ma non riuscivo ad andarci a vivere, quando stavo per trasferirmi qualcun altro l’aveva già affittata.
Ora il sogno ricorrente non viene più a farmi visita. Nella mia casa interiore ho aperto le finestre, ho fatto entrare la luce e ci sto bene.  

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