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Illustrazione di Agrin Amedì
È un nome proprio, Vita. Ho conosciuto una persona che si chiamava proprio così: Vita. Era una bambina. Eravamo in quarta elementare, nella stessa classe: prima non ho ricordi di lei quindi è molto probabile che fosse arrivata solo quell’anno.

Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio di autobiografia diretto
da Rossana Campo per la Scuola Omero

 

 

È un nome proprio, Vita.
Ho conosciuto una persona che si chiamava proprio così: Vita. Era una bambina. Eravamo in quarta elementare, nella stessa classe: prima non ho ricordi di lei quindi è molto probabile che fosse arrivata solo quell’anno.
Di orfanelle ne arrivavano ogni tanto di nuove nella scuola privata delle suore del Sacro Cuore di Gesù che frequentavo con profitto nel paese dove sono nata.
Venivano chiamate ‘interne’ per distinguerle da noi ‘esterni’ per i quali le famiglie pagavano una retta in cambio di una buona istruzione, mensa e orario prolungato fino a metà pomeriggio.
I miei compagni di classe, quelli seduti nelle prime file, erano il figlio del direttore della banca, la figlia del maestro, il nipote di un vero e proprio marchese, il figlio del maresciallo dei carabinieri e quello del gioielliere…. Poi c’eravamo noi, rappresentanti della nuova classe emergente, figli di commercianti, artigiani e imprenditori e quindi alcune ‘interne’, tutte con lo stesso taglio di capelli, un carré con frangetta che le distingueva da tutti gli altri.
Le ‘interne’ vivevano nell’istituto e le più grandi, quelle che avevano superato la licenza elementare, lavoravano nel laboratorio di ricamo dove si creavano raffinati corredi per le ragazze da marito di buona famiglia.
L’edificio era pieno di corridoi dritti e curvi, cortili con fontanelle e tante piante, scalinate ampie di marmo bianco che portavano giù alle aule, terrazze sterminate dove noi ‘esterni’ giocavamo liberi e sudati nell’ora di ricreazione, salottini con tappezzerie scure e piccoli tavolini di legno lucido. L’ufficio della madre superiora era pieno di libri, tappeti e tende candide; nella mensa dai soffitti a volta c’erano lunghissimi tavoli bianchi e panche adatte all’altezza dei bambini. Le cucine non le ho mai viste ma le immaginavo immense perché immenso era lo spazio, quattro piani, forse cinque.
Lassù, in alto, c’erano i dormitori delle suore.
Dove dormissero le orfanelle non l’ho mai capito: ragionavo sul fatto che mi ci sarebbe voluta una settimana intera se avessi voluto esplorare l’intero edificio, ma forse era solo la fantasia di un corpo piccolo in un mondo di giganti.
Di fantasie su Vita me ne facevo tante.
Quell’anno stavamo in banchi vicini, praticamente a fianco, ma in file diverse: se mi giravo per guardare la finestra, dall’altra parte dell’aula, il suo profilo era sulla mia sinistra, in controluce. Era un profilo serio, delicato, incorniciato dal quadrato nerissimo dei capelli dritti, pesanti, lucidissimi che le coprivano giusto l’orecchio e la nuca, lasciando scoperto un collo lungo e leggermente arcuato. La frangia, dalla linea dritta e precisa, le nascondeva la fronte e alte sopracciglia scure facevano risaltare occhi grandi, ombrosi, color metallo.
Non avevo mai visto occhi come quelli: occhi cupi, segreti, immensamente lontani eppure luminosi, acuti, dolorosamente superiori alla realtà che li circondavano e di cui io facevo parte.
La voce di quella strana creatura non me la ricordo e nemmeno la sua bocca, sempre serrata, senza sorriso, eppure tutto il viso era bello, senza mai l’ombra di un rossore, aristocratico.
Era così diversa da tutti, Vita, con la sua schiena dritta, il portamento altero, l’andatura elastica, elegante. Tutte le altre orfanelle erano goffe nei loro grembiuli neri e quel taglio di capelli le rendeva tutte uguali, brutte con i nasi arrossati e lo sguardo sempre spaventato.
Vita era sempre calma, respirava piano, rispondeva sicura e guardava sempre davanti a sé; la sua direzione nello spazio era sempre precisa, sicura e, non so se fosse vero, ma mi sembrava sempre la più alta di tutti.
Durante le lezioni studiavo tutte le posizioni possibili delle braccia e della testa per poterla guardare senza farmene accorgere: la guardavo e ne studiavo i tratti, il movimento regolare delle ciglia, quello ritmico del respiro, non me ne stancavo mai.
La guardavo e fantasticavo: era sicuramente una principessa rapita e abbandonata dal crudele avversario di suo padre che non si stancherà mai di cercarla; era una fata imprigionata da incantesimi potentissimi di una maga cattiva in un corpo di fanciulla; era la figlia illegittima di un conte, affidata alla ruota del convento ancora neonata in una notte gelida…
Vita era la melodrammatica eroina di tutte le storie fabbricate dalla mia fantasia: nessuno la salvava mai, nessun finale felice riusciva a farsi strada nella mia immaginazione perché lei era lì, sempre identica a sé stessa, mai turbata da emozioni, come se la vita le colasse addosso, immobile nello scorrere dei giorni.
Il tempo invece rotolava verso l’inverno: la pioggia faceva annegare le foglie rosse nei rigagnoli nei quali saltavamo con i nostri stivaletti di gomma, e novembre già veniva  cancellato dal conto alla rovescia verso le vacanze natalizie.
L’ultimo giorno di scuola una pioggia fortissima ci impediva di uscire dal portone trasformandoci in una massa urlante bloccata sulla soglia: bisognava aspettare che i bambini davanti si decidessero ad aprire gli ombrelli o a tirare su i cappucci degli impermeabili; così smisi di spingere, aspettando pazientemente il mio turno.
È stato allora che l’ho sentita forte, nella schiena, tra le scapole, una voce muta che mi chiamava. Mi sono girata e le ho viste: in fondo al corridoio un gruppo compatto di orfanelle, immobili, ci guardava andare via verso le nostre case, verso la festa, i dolci, i regali. Vita era al centro di quel coro triste e il suo sguardo era quello rassegnato delle compagne fino a che non l’ho incrociato e, in quel momento, tornò al color metallo di sempre, indecifrabile. Alzai una mano per un saluto goffo, il coro si rianimò all’unisono e tutte le bambine cominciarono a salutarmi frenetiche, come burattini improvvisamente illuminati da sorrisi forzati, imparati a furia di scappellotti. Solo Vita rimase immobile, rigida, sprezzante. Continuavo ad agitare la mano cercando di comunicarle che era lei che stavo salutando, ma come risposta si girò di spalle e, con molta calma, si avviò verso l’interno dell’istituto, seguita da tutte le altre: ogni tanto qualcuna si girava ancora verso di me, ne coglievo il movimento nel controluce della porta a vetri in fondo al corridoio, fino a sparire una alla volta, cancellate dal rumore secco di un’anta che si chiude, un suono così carico di impotenza e di tristezza che mi sentii svuotare l’anima. Rimasi col mio saluto inutile, la mano ancora sospesa. Poi sentii la pioggia e mi accorsi di essere rimasta sola sulla soglia, come sospesa tra due mondi: il mio e un altro al quale non appartenevo.

Al ritorno dalle vacanze, il tragitto gelido verso scuola cancellava il caldo delle stufe di casa, gli alberi di Natale scintillanti di lucine e riflessi colorati, le cartelline della tombola marcate dai pezzetti di buccia di mandarino. In classe avevamo tutti il muso, l’atmosfera era greve e, come gli altri, ero invasa dalla nostalgia, per questo non mi accorsi subito del banco vuoto accanto al mio. Solo quando Vita tornò ad occuparlo dopo qualche giorno mi resi conto di quanto era pallida. Tornando al mio posto, dopo un’interrogazione, riuscii a guardarla in faccia e al posto degli occhi vidi solo delle ombre: le occhiaie erano così profonde e le palpebre tanto peste che non riuscivo a capire se aveva gli occhi chiusi o aperti. Per pudore abbassai la testa, ma da quel momento ritornai alla mia ossessione di sempre, agendo i soliti trucchi per poter sbirciare nella sua direzione.
La sua testa era sempre eretta, ma il suo profilo spiccava ancora più netto nel pallore innaturale del viso, definito dai capelli corvini e la sua schiena faceva fatica a stare dritta, scossa com’era da colpi di tosse forti, secchi, tenuti a bada dai pugni chiusi davanti alla bocca, pugni coperti dalle maniche lise di un maglioncino blu che spuntavano dai polsini del grembiule. La manica del maglioncino era tirato fino a coprire tutte le dita della mano destra con la quale stringeva la penna: Vita doveva spingerla forte sul foglio, altrimenti veniva meno la presa e la penna sfuggiva. Succedeva anche a me quando a casa provavo a fare come lei, cercando di capire perché si coprisse le mani, quelle belle mani che mi piacevano tanto e che lei si ostinava a nascondere trasformandole in moncherini maldestri.
Una volta la penna le sgusciò davvero dalle dita così rapidamente che volò in aria, fece una sorta di salto mortale e cadde a terra, rotolando verso la mia sedia: feci  appena in tempo a individuare con lo sguardo dove era finita che la sua mano l’aveva già raggiunta e, nel ghermirla, le sfuggì la presa della manica del maglioncino.
L’azione di Vita fu sicuramente velocissima, ma il mio ricordo è rallentato, come in un sogno brutto il cui soggetto non era la mano elegante della compagna di classe di sempre, ma un ammasso informe e arrossato: non si distinguevano più le dita affusolate che tanto ammiravo, ma una sorta di artigli gonfi, cosparsi di ulcere disgustose.
Un attimo dopo, la penna e quella mano mostruosa sparirono e al loro posto apparvero gli occhi pesti di Vita: mi guardavano da sotto in su, da una distanza molto più ravvicinata del solito, le sue pupille erano enormi, nere, cattive con dentro un messaggio chiarissimo. Già: cosa avevo da guardare? Di cosa mi impicciavo? Sentii di aver violato un’intimità proibita e di meritare tutto il disprezzo di quello sguardo. 

Agli inizi di febbraio dalle mie parti soffia spesso un vento di tramontana, gelido e secco che a me piaceva molto, anche perché imbacuccata nel mio bel cappottino rosso con mani e testa ben avvolti da guanti e cappello provavo piacere a sentire la punta del naso ghiacciata e a riscaldarla con nuvole di fiato caldo, sbuffandole come faceva il nonno con le sigarette. Per cui fui molto contenta di dover tornare a scuola quando, una volta arrivata a casa, mi accorsi di aver dimenticato sotto il banco un libro che mi serviva per una ricerca da consegnare il giorno dopo: si trattava di attraversare solo un paio di quartieri a metà pomeriggio in tempi ancora tranquilli, per cui mia madre mi diede il permesso, raccomandandomi di non tardare troppo. In genere venivo accompagnata insieme ad altri bambini da una tata anziana e lamentosa, e quell’occasione di poter fare un tragitto familiare tutto da sola mi parve un regalo bellissimo: saltellavo per i vicoli cantando canzoncine e filastrocche.
La suora portinaia, alla quale spiegai il motivo di quella mia insolita visita aveva da fare, così mi mandò da sola a cercare il libro nella mia aula. Nel cortile rotondo si udiva solo il gorgoglìo della fontana e mi avvicinai per osservare lo strato di ghiaccio sulla superficie dell’acqua, divertendomi a romperlo con la punta delle dita. Poi il verso di una cornacchia mi ricordò che si stava facendo sera quindi, rinfilando il guanto ancora caldo del mio stesso tepore, salii in fretta i pochi gradini che portavano al corridoio silenzioso, illuminato in fondo solo dalla luce di quel pomeriggio invernale e che filtrava fioca dalla porta finestra di vetro smerigliato. Oltre quella vetrata c’era un ballatoio esposto su tre lati alle correnti di qualsiasi vento e dal quale si poteva proseguire in avanti verso l’enorme terrazza solitamente piena di bambini urlanti e scalmanati oppure raggiungere le aule, scendendo sulla destra l’infinita scala di marmo bianco, tutta coperta da una pensilina dai riflessi verdi. La visione dello sterminato spazio così vuoto davanti a me mi tolse il fiato, ma forse fu solo la tramontana che, al centro del ballatoio, soffiava fortissima: era tutto così terso, così definito che il mio sguardo si allargò senza che lo decidessi, permettendomi di cogliere in un istante tutto ciò che mi circondava. Per questo percepii, sul margine estremo dello sguardo, in fondo alla lunghissima rampa di marmo candido, una macchia scura che vibrava nel vento. Era un piccolo corpo vestito di scuro, in ginocchio sul gradino più in basso: la testa dai capelli neri si muoveva al ritmo delle braccia che sfregavano con uno straccio bagnato quel marmo freddo, lo lavavano con l’acqua di un secchio di metallo. Ricordai la sensazione provata poco prima toccando il ghiaccio della fontana: anche l’acqua del secchio doveva essere gelata e quella bambina – era sicuramente una bambina – ci infilava le mani nude per sciacquare lo straccio. Poi la testa si sollevò e, nonostante il vento ne nascondesse il viso con i capelli, riconobbi Vita che, immobilizzandosi, mi fissò a lungo con il suo sguardo di piombo fuso nel quale non c’era sorpresa ma solo il solito, preciso e tangibile disprezzo.
Quelle nostre posizioni nello spazio avrebbero dovuto umiliarla, e invece quel sentimento dilagava dentro di me: per il mio cappellino di lana calda, per i miei guanti, per il mio bel cappottino rosso, per i miei stivaletti imbottiti, per la mia stessa esistenza. Il mio cuore smise di battere per un tempo infinito, ucciso da quello sguardo crudele. Poi Vita, con un gesto teatrale, lentissimo, allungò le braccia verso di me e, tenendo lo straccio con la punta delle dita, lo distese davanti a sé, piegando i polsi verso il basso, in modo da mostrarmi il dorso delle mani rosse e piagate e, sempre fissandomi, le infilò con lo straccio nell’acqua gelida del secchio, rispondendo finalmente alla mia domanda muta. Tornò a sciacquare e strizzare lo straccio, ricominciando a strusciarlo con forza sul marmo sporco e, soprattutto, negandomi qualsiasi attenzione. Quando i suoi occhi terribili smisero di imprigionarmi nel vento, il respiro mi tornò di colpo, come un singulto dal sapore acido o un singhiozzo pieno di lacrime secche.

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