Condividi su facebook
Condividi su twitter

Schiava o regina?

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Non mi piacevano le suore, non mi sono mai piaciute. Da bambina mi facevano anche paura, con quelle vesti nere e quei crocifissi che pendevano dalle cintole e dondolavano a ogni passo.

Non mi piacevano le suore, non mi sono mai piaciute. Da bambina mi facevano anche paura, con quelle vesti nere e quei crocifissi che pendevano dalle cintole e dondolavano a ogni passo. Non mi piaceva quella scuola con le vetrate alte che ricordavano quelle delle chiese. Ma era la mia scuola e ogni mattina, tra lacrime e promesse, mio padre mi lasciava davanti al cancello di quell’imponente costruzione.
Non mi piaceva neanche la piccola cappella dove le suore, prima delle lezioni, allineavano noi bambine, ci spingevano nei banchi e ci pigiavano sulle scapole per farci inginocchiare e recitare adocchi bassi le nostre preghiere. Quell’odore di polvere, di incenso e candele bruciate mi chiudeva lo stomaco e mi pungeva gli occhi. Un immenso spazio verde circondava il convento ed era lì, in quei giardini, che si svolgeva la ricreazione, l’unica pausa festosa della giornata. Di quei momenti  ricordo soprattutto un gioco che chiamavamo “schiava o regina?”, nome del tutto azzeccato perché le possibilità erano solo queste due, fare la schiava o la regina. Ma si sa, il popolo delle schiave è molto numeroso e la regina, per definizione, è sempre e solo una. Il gioco consisteva nell’inchinarsi al cospetto della regina designata che aveva il potere di tiranneggiare le sue ancelle in ogni modo, chiedendo di eseguire ogni sorta di compito e  imponendo la sua volontà. Di solito ci ordinava di metterci in ginocchio e di avanzare verso di lei mentre i sassolini ci si conficcavano dolorosamente nella carne. Forse sarebbe stato anche divertente se i ruoli fossero stati distribuiti equamente ma era sempre e solo una bambina a svolgere il ruolo della regina. Non riuscivo a spiegarmi il perché né come riuscisse costantemente ad asservire tutte le altre alla sua volontà. Ricordo solo che quel gioco si ripeteva ogni giorno e che ogni giorno io andavo a ingrossare le fila delle povere schiave. Ero dominata da un sentimento di stupita rassegnazione che si riproponeva ogni mattina, senza che riuscissi a affrontarlo o a farmene una ragione. Ero una bambina timida e riservata ma non abbastanza da subire prepotenze senza dover fare i conti con ripercussioni interne. In altri termini, ribollivo di rabbia e di indignazione.
Coltivai a lungo quella rabbia, nutrendola di ogni sorta di fantasia vendicativa e, in qualche modo, liberatoria. Ma non riuscivo a passare all’azione, non avevo il coraggio di oppormi e di rivendicare. Mi limitavo a osservare la “regina” consolidare il suo ruolo giorno dopo giorno, soffocando l’istinto e il desiderio di strapparle i capelli, di gettarla a terra e ingaggiare con lei una lotta all’ultimo sangue nella quale, ovviamente, avrei avuto la meglio e alla fine avrei ricevuto l’applauso e il consenso di tutte le compagne.
La regina era una bambina paffuta e arrogante, con una gran testa di capelli, disciplinati in due grossi codini di riccioli biondi. Per quanto la mia rabbia crescesse insieme a me, alimentata da piccoli soprusi e angherie, continuavo a mettermi in ginocchio sui sassolini del selciato che mi pungevano la carne e mi lasciavano segni rossi sulla pelle.
È strano come si impari a rappresentare la vita fin da bambini. Capii molto più tardi che il nostro gioco non era che un palcoscenico sul quale ognuna di noi interpretava un ruolo e che interpretando quel ruolo imparavamo a conoscere noi stesse, a misurare le nostre forze e a scoprire la nostra identità. Quel gioco mi ha insegnato quanto possa essere devastante la forza del potere e determinante la capacità di esercitarlo. Ma è il gioco della vita.
Nel frattempo continuavo ad accettare la penitenza di camminare sulle ginocchia, graffiandomi la pelle e il cuore a ogni passo.
Un giorno, senza essermi consultata con le mie limitate riserve di coraggio, liberai le mie ginocchia dalla ghiaia del selciato, mi alzai e cominciai a camminare verso la regina, un passo dopo l’altro, dritta verso quei riccioli biondi che ondeggiarono quando lei si voltò a guardarmi. Aveva un’espressione lievemente stupita, resa quasi gioconda dalla rotondità del viso. Il mio cuore batteva a tamburo e le gambe mi sembravano improvvisamente diventate morbide come burro. Ma non tremavo, non so da quale sconosciuta riserva avessi tratto il coraggio per affrontarla, ma ricordo con esattezza quello che le dissi: «Tu non sei una regina, sei solo una bambina come noi e non è giusto che sia sempre tu a stare sul trono. Adesso tocca anche alle altre!».
Il suo visetto gioviale si gonfiò come fosse stato pompato e mi parve che le guance prendessero il colore dei limoni. Allungò una delle sue manine paffute e mi graffiò sul viso, poi mi spinse a terra dove ritrovai gli amici sassolini che, in segno di saluto, mi si infilarono in ogni piega di pelle scoperta. Rimasi immobile mentre intorno a me scoppiò il silenzio. Lei urlò alle altre bambine di punirmi e di sporcarmi la faccia di terra. Istintivamente chiusi le mani a pugno e mi preparai a difendermi ma il silenzio continuava a galleggiare intorno a me, come se il mondo si fosse cristallizzato. Poi udii una voce, dapprima esitante e poi un’altra e un’altra ancora e tutte dicevano la stessa cosa: «È vero» «È giusto!» «Tutte dobbiamo giocare alla regina!» «Lei ha ragione».
Qualcosa mi esplose nel cuore e fu come se mille palloncini colorati fossero stati lanciati in aria per festeggiarmi, mi nutrii dei sorrisi delle mie compagne e per quel giorno non ebbi bisogno di altro. Quando mio padre venne a prendermi gli corsi incontro saltellando e lui mi guardò stupito, era la prima volta che non mi trovava stipata in un angolo come un portaombrelli. Mi chiese cosa fosse successo e io non seppi rispondere, non sapevo cosa dire, non capivo cosa fosse successo ma non riuscivo a smettere di sorridere.
Quel giorno ero cresciuta e avevo imparato una cosa nuova, come dare voce ai miei sentimenti e come il vento possa cambiare rapidamente, se solo decidiamo di imprimergli una direzione diversa.

Ultime
Pubblicazioni

Sfoglia
MagO'