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Ripartenze finali

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Illustrazione di Agrin Amedì
Ecco. Era terminato tutto. Chiuso il loculo con la lapide, ho salutato i pochi presenti a quella breve cerimonia laica. Potevo finalmente lasciare il cimitero e chiudere così in maniera definitiva il mio rapporto con Latina, la città dove sono nato.

Ecco. Era terminato tutto. Chiuso il loculo con la lapide, ho salutato i pochi presenti a quella breve cerimonia laica. Potevo finalmente lasciare il cimitero e chiudere così in maniera definitiva il mio rapporto con Latina, la città dove sono nato. È stato bello ritornare in questi luoghi. “Bello”, che aggettivo paradossale visto che mi ritrovo qui per la morte di mio padre. Ma ora è finita. Come la squadra di calcio della Fulgorcavi dove avevo giocato ormai più di quaranta anni fa, anche questo ultimo pezzo di vita che mi teneva legato a questi posti rimane isolato nella memoria dei miei ricordi. Guardo Alessia, la titolare dell’impresa di pompe funebri che, efficiente e austera come deve essere un bravo cerimoniere in questi casi, sta completando tutte le varie faccende burocratiche. Alessia, già. Un vecchio amore. Vecchio più di quaranta anni. Un amore lungo, coinvolgente e bellissimo che ha scandito gran parte della mia giovinezza. A due cose, quando avevo 24 anni, non avrei mai rinunciato: alla Fulgorcavi, a quella favola di una squadra di pallone nata in fabbrica e che era arrivata a giocare in serie D e ad Alessia. Tutte e due queste passioni sono scomparse d’improvviso in quel lontanissimo aprile del 1977, quando la squadra venne sciolta e la mia – la nostra – storia d’amore finì perché, lo riconosco solo adesso, a sessantasei anni suonati non avevo capito nulla di lei e delle sue esigenze, dilapidando un patrimonio di sentimenti enormi e profondi in maniera criminale, quasi da essere imputato davanti a un’alta corte dell’amore. E l’altro ieri, dopo essere corso a Latina appena saputo della morte di mio padre, spentosi a 95 anni in piena serenità, quando ho dovuto chiamare un’agenzia per organizzare funerale e sepoltura Alessia – in qualità di responsabile dell’impresa – mi si è presentata davanti. Non avevo saputo più nulla di lei. La sorpresa che ho provato è stata assoluta, tanto da dover far finta di nulla, con molta fatica, per non sovraccaricare uno stato d’animo già abbastanza provato. Sparito il rancore, spariti rimorsi e rimpianti, spariti anche i quarantadue anni di separazione era ancora lei, Alessia, bellissima. Mi accorsi all’istante di esserne ancora irresistibilmente attratto. Calmai la tempesta che si creò dentro di me con molta difficoltà, considerando che ormai ho un’età dove quello che cerchi è solo la serenità per attraversare l’ultimo quarto della vita in maniera indolore. Mi ha dato lei una grossa mano in questo, anche se non so quanto volontariamente. In questi due giorni è stata sempre molto cortese ma estremamente professionale e burocratica, creando una barriera tra noi due che non volevo e potevo attraversare. 
Adesso era giunto il tempo di dirle addio un’altra volta definitivamente, anche se in maniera molto meno drammatica rispetto a quella primavera del 1977. Benedetta razionalità, che mi ha consentito di non cedere in queste cinquanta ore ai sentimenti. 
Apposta l’ultima firma sui moduli, Alessia si gira verso di me. Uno scambio di occhiate. Un sorriso incrociato che dice un sacco di cose. Due baci sulla guancia con un grazie sussurrato a vicenda. Solo io sentivo che si era creata di nuovo un’enorme intimità? Solo io ho sentito i nostri due corpi appena vibrare mentre si sfioravano? Decido di non chiederglielo. Inutile rimestare ancora. Questi giorni sono stati difficili soprattutto nel frenare la voglia pazza che avevo di parlare con lei circa noi due. Razionalizzare che la fortissima attrazione che provo, pensando sia solo un piacere nostalgico, era la sola soluzione possibile. Quella che in questi giorni ha consentito la sopravvivenza del mio essere attuale per ricominciare la mia vita una volta terminato tutto questo.
Se ne va. Rimango da solo davanti a quel loculo che contiene il corpo di mio padre. Non penso a nulla. Sono immobile, in silenzio, quasi a fermare il tempo. Il sole, che sta lentamente tramontando, entra dentro con lame di luce che lasciano intravedere il pulviscolo sospeso nell’aria. Respiro profondamente l’odore dei fiori che marciscono placidi davanti agli altri loculi. Penso che risuoni perfettamente con il mio stato d’animo. Silenzio e fiori in decomposizione. La fine di questo mio pezzo di vita. Lo riconfermo a me stesso. E allora, perché non mi decido ad andar via? Lo so, è Alessia. Sempre lei. È il rimorso degli errori che ci hanno diviso, e il rimpianto della vita che non abbiamo passato assieme. Faccio di nuovo appello alla razionalità. È un mio film il trasporto che sto sentendo fortissimo verso di lei, non è un sentimento condiviso questo. Me lo ripeto dentro fino a farlo diventare un urlo muto dentro la mia testa.
Papà, penso, morendo mi hai fatto rivedere Alessia. Il tuo ultimo regalo. È stato pesante, ma molto gradito. E mi muovo alla fine incamminandomi a passi lenti verso l’uscita. La macchina è parcheggiata vicino per fortuna, e già mi vedo guidare verso Roma. La Pontina, accidenti a lei, richiederà tutta la mia attenzione. Tornato a casa decido, mi preparerò una bella porzione di pasta alla puttanesca. Ci vuole per smaltire tensione e tristezza. E la mia vita attuale ricomincerà, dopo questi giorni di interruzione, placida, serena e tranquillamente monotona come al solito.
Esco dal cimitero prendendo, dei tre cancelli che severamente ne delimitano l’ingresso, quello centrale. Il sole, sempre più basso, mi riscalda la schiena. Ed eccola la.
Con i suoi capelli biondi che brillano mi sorride con gli occhi socchiusi, per via del sole che le punta il viso. Alessia è con il suo severo tailleur nero dritta davanti a me. Bellissima, sempre bellissima.
«Allora, non me lo offri un caffè, prima di andare via?»
«Certo» rispondo, convinto di avere ancora in mano la situazione. «Dove andiamo?»
«Vengo in macchina con te, di fronte al campo c’è un bar nuovo dove ho parcheggiato. Potremo vederlo un’ultima volta da lì.»
“Il campo”. Così chiamavamo quel piccolo stadio della Fulgorcavi quando stavamo insieme. Capisco subito cosa intende con quelle parole, non mi rendo neanche conto che l’intimità tra noi due è così forte da trasferirsi anche nella semantica e nella sintassi di quella frase.
Sale in macchina e ci dirigiamo verso il locale che mi ha indicato. Mentre guido parliamo del più e del meno, del suo lavoro, della mia piatta esistenza, del cambiamento della città dove siamo nati. Tutto avviene in maniera molto rapida, con frasi smozzicate e brevi, quasi non fosse necessario spiegare oltre ciò che ognuno capisce dell’altro solo dal tono della voce o dalla parola che usa. Lo stesso modo di comunicare, intimo e dolce, di oltre quaranta anni fa.
Parcheggio. Il caffè. Usciamo. Sto per accendere una sigaretta ma lei mi ferma, afferrando con la mano il mio avambraccio.
«No, non ora. Vieni, attraversiamo.»
E ci mettiamo in piedi, spalla a spalla, a vedere attaccati alla rete di recinzione quel campo di calcio ormai inutilizzato e cadente cambiare colore e allungare le sue ombre mentre il sole termina il suo spettacolare tramonto. Zitti, per qualche istante che a me sembra lunghissimo. Anche il suono delle auto e dei TIR che sfrecciano su quella provinciale sembrano perfetti, tanto sono armonici con il silenzio che sento.
Ci giriamo e ci ritroviamo faccia a faccia.
«Bah, allora ciao, buon viaggio di ritorno.»
«Grazie Alessia, di tutto.»
«Ciao.»
«Ciao.»
Un altro bacio sulla guancia. Un abbraccio. Sento di nuovo i corpi che risuonano insieme, come da anni non mi succedeva, e stavolta sono convinto di non essere solo io. Stiamo vibrando quasi a compenetrarci l’uno nell’altro. Ci guardiamo negli occhi, lo stesso sguardo di complicità di qualche minuto prima che stavolta si trasforma però definitivamente, ritornando a essere quello di decenni fa. Amore. Amore puro. E allora mi arrendo. Mi abbandono a quel sentimento che so di non potere e volere più arginare mentre i nostri corpi si riconoscono sempre di più anche attraverso i vestiti. Un bacio lungo, da adolescenti. Le mie lacrime che si mescolano alle sue, le frasi inconcludenti sussurrate, le bocche aperte in un misto di felicità e stupore per aver ritrovato quella pura passione dopo quattro decenni.
«Abbiamo visto l’alba insieme per poi lasciarci per l’intero giorno. Ora non perdiamoci il tramonto» mi dice. Ha ragione, ancora una volta.
Rido. Non è tutto molto ironico? Sono innamorato pazzo del becchino di papà.

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