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La maschera

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Illustrazione di Agrin Amedì
Mi muovo nel buio da sempre. Per lavoro, cercando in sala i posti in platea, a riflettori spenti. E nella vita cercando il mio di posto che non trovo mai. Mi chiamo Adriana, ho 42 anni e faccio la maschera.

Mi muovo nel buio da sempre. Per lavoro, cercando in sala i posti in platea, a riflettori spenti. E nella vita cercando il mio di posto che non trovo mai. Mi chiamo Adriana, ho 42 anni e faccio la maschera. Amo tanto la penombra, rifuggo i luoghi illuminati. E se fossi nata fiore non sarei mai stata un girasole. Al massimo un’orchidea. Ho la pelle chiara e non mi abbronzo mai. Alle prime file prediligo le retrovie. Penso che ciò che puoi vedere dal fondo di una sala non puoi vederlo in poltronissima. E ho imparato che chi occupa i posti d’onore di solito ha la vista corta, puntata per lo più su di sé. Questa è la mia idea del mondo: ci sono persone che senza i riflettori non ci sanno stare e persone che sotto una luce puntata potrebbero morire. E come avrete capito io sono una di quelle. Mi piace il grand’angolo e la prospettiva, punti di vista che puoi avere solo a distanza. Perciò se fossi nata uccello sarei stata rapace dal volo alto, ovviamente notturno. Ci vuole una vista molto acuta per penetrare l’oscurità. E la mia è piuttosto allenata. Così mi è facile vedere quale fra le coppie in sala è più affiatata e quale meno. Da come sono seduti intuisco chi è impegnato in un corteggiamento e chi invece lo ha già ultimato. Chi è venuto per amor dell’arte e chi per amor di salotto. Chi è incantato dal palcoscenico e chi invece non gliene può fregar di meno. Insomma: per me lo spettacolo è il pubblico. Io li accompagno, gli faccio strada con la mia torcia, ma nessuno di loro sa che faccia ho. 
Solo tu lo sai. Solo a te ho concesso di guardarmi. Solo tu conosci tutte le mie fattezze, ogni centimetro della mia pelle. Solo con te ho abbattuto le distanze. Perciò ho perso la prospettiva. La vicinanza eccessiva avviluppa, confonde, disorienta. E diventa dipendenza. Se fosse una sostanza sarebbe droga. Così eccomi qui, parcheggiata nel sottoscala del teatro e della tua vita, ad aspettare che arrivi per l’ennesimo incontro furtivo rubato nel buio dello sgabuzzino. Arrivi sempre a spettacolo inoltrato, quando in giro non c’è più nessuno e non rischi di essere visto. La città è piccola, e tutto il tuo entourage frequenta il teatro. Ma naturalmente tu hai detto che lo fai per me, perché nessuno abbia più ad entrare e ad aver bisogno di essere accompagnato. Sappiamo entrambi che non è vero. Una volta sei arrivato in pompa magna con tua moglie. Non sapevi che ero di turno. Anzi ti eri assicurato che non lo fossi. Per questo tanta premura mi aveva insospettita e avevo fatto cambio con una collega all’ultimo minuto. E a luci spente ti ho visto. Ho visto come le cingevi la vita, come le cedevi il passo, come le tenevi la mano, come la baciavi sulla fronte. Quello sì che era stato uno spettacolo molto istruttivo per me. Un’iniezione di realtà che mi aveva tolto il fiato. Ma allora perché sono qui ad aspettare che arrivi? Per una specie di balordo contrappasso l’unica persona a cui ho concesso di guardarmi non mi vede. Mentre quella distanza aveva concesso a me di vedere molto bene lui. Una maschera perfetta di ipocrisia e perbenismo sotto la quale solo a me è concesso sbirciare. Proprio qui, affianco, nel buio dello sgabuzzino. E sotto quella maschera c’è una pelle che parla alla mia, in maniera incomprensibile alla ragione, una lingua che non ha bisogno di parole, e che pure muta mi riempie l’anima, accende il desiderio, mi avvampa di un calore che dà senso al mio essere al mondo. Se fosse un elemento sarebbe fuoco.
Ed è un incendio che mi esplode dentro quando ti vedo arrivare mano nella mano con lei. Sento il cuore che rallenta il battito, cerco il tuo sguardo, è smarrito, capisco che è un imprevisto. In automatico accendo la torcia e «prego signori, che numero è la poltrona?». «Prime file, grazie non c’è bisogno» mi stoppi. «O ma ci mancherebbe, vi accompagno.» E prima che possa fermarmi quella frase è già uscita dalla mia bocca: «Suo marito conosce così bene questo teatro al buio…» «Come prego?» E mi pianta i suoi occhi addosso mentre io le punto in faccia la luce. Eccola qui dunque la signora, anche carina, bruna, lineamenti dolci, non è così che l’avevo immaginata. Mi guarda con aria stranita mentre tu la tiri a te dalla vita: «Andiamo, stiamo dando fastidio» dici indispettito. «Vuole darmi la pelliccia signora? C’è un comodo sgabuzzino nel retropalco, se vuole l’accompagno.» Ti blocchi, ti volti e mi guardi: «Grazie,» dici gelido «nel caso usiamo il guardaroba». Ti sento in difficoltà, sei braccato, posso annusare il tuo disagio, la tua paura. Un’istinto rapace mi travolge e mi spinge giù in picchiata senza freni: «La prego», insisto. «È molto più vicino e più comodo del guardaroba e se ha bisogno c’è anche una piccola toilette riservata, un privilegio di solito concesso a suo marito, ma sono certa non avrà da ridire se la rendo partecipe». Sei paonazzo. Non avevi previsto un risvolto del genere. Contavi troppo sulla mia discrezione, era scontato per te che sarei stata buona e zitta al mio posto, magari ti avrebbe anche eccitato l’idea di sapermi lì in fondo alla sala in attesa solo di un tuo cenno. Ti ho decisamente spiazzato. E in verità mi sento spiazzata anch’io, ma non mollo la presa. Prendo io il braccio della tua ignara signora e «prego di qua», mentre un brusio crescente e una richiesta di silenzio arriva con disappunto dalle file cui diamo le spalle. Ti tremano le gambe, e tremano anche le mie mentre capisco troppo tardi che sono uscita dal buio del mio angolo di confort e sono al centro dell’attenzione del teatro. Non ho ben chiaro cosa sto sfidando: te, me, la sorte? Il mio desiderio inconfessato di un posto al sole anche per me? Di anche solo un raggio, di qualcuno che almeno una volta illumini il mio buio senza rendermi schiava della sua luce? La paura di essere farfalla e non falena che alla prima carezza torna a sbattere intontita? Non lo so. So solo che l’idea di portare tua moglie in quel retropalco dove siamo andati in scena per così tanto tempo senza maschere l’uno per l’altra, ciascuno con il proprio istinto, con la propria personalissima fame, deve essermi sembrata per quanto folle l’unico spiraglio per rinsavire da quella febbre bulimica. Perciò mi ci aggrappo a quello spiraglio e ogni cosa intorno scompare. La sala, il pubblico ormai palesemente infastidito, il palco da cui chiedono se c’è bisogno d’aiuto, se forse qualcuno si sente male, lo spettacolo che viene fermato perché in quel momento il centro della scena sono io. Io, te e lei. No, io e te. Anzi no: io. Solo io. «Ma insomma, ci sta importunando…», provi ad alzare la voce. «Io? Ma scherza? Faccio solo una gentilezza alla sua signora, importunate forse siamo di granlunga io e lei da un tale soggetto.» Lei impallidisce. Sotto il mio braccio sento che le mancano le forze, diventa docile e mi segue. Con le luci ormai accese vedo la tua fronte imperlata di sudore e la tua espressione allibita. Se fossi una statua sarebbe di sale. E io invece di morire di vergogna sotto la luce mi sento potente. Leggera e potente. Non falena, ma farfalla. Sì, mi chiamo Adriana e faccio la maschera. Amo tanto la penombra, soprattutto quando è squarciata da raggi di luce.

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