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La cassa

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Illustrazione di Agrin Amedì
La routine del vecchio è sempre la stessa. Alle sei e mezzo apre gli occhi, infila le ciabatte di stoffa, si avvolge in una vestaglia di tweed – la indossa pure in estate –, poi lentamente si alza e si affaccia al balcone.

La routine del vecchio è sempre la stessa. Alle sei e mezzo apre gli occhi, infila le ciabatte di stoffa, si avvolge in una vestaglia di tweed – la indossa pure in estate –, poi lentamente si alza e si affaccia al balcone.  Quindi c’è il rito del bagno: doccia tiepida, accurata rasatura, due gocce di una vecchia colonia. Da quando è morta sua moglie, un anno fa, sono io a svegliarlo ogni mattina, bussando decisa alla porta e spalancando le imposte della finestra. Gli lascio i vestiti puliti su uno sgabello accanto al lavabo, poi preparo la colazione. Non cambia mai: tre biscotti al miele nel caffè bollente, non uno di più, non uno di meno. È un uomo di poche parole, il professor Geller. Trascorre la mattina chino sulla sua scrivania, la fronte aggrottata, gli occhi arrossati sotto le lenti spesse, il ciondolo con la stella d’argento che sfiora una pila di carte. Io mi muovo in silenzio, passando furtiva lo straccio sul pavimento di marmo, spolverando discreta i ripiani ingombri di libri. Mi ha chiesto di non disturbarlo mentre lavora. Che cosa faccia esattamente, non riesco a capirlo. Ci sono giorni in cui trascorre ore intere a ritagliare vecchi calendari. Li prende da una grande cassa di cartone spesso che tiene sotto la sua scrivania. Un pomeriggio, mentre dormiva, ho sbirciato: ci sono profili di cupole e guglie, vicoli sbiancati dal sole, uomini dal viso segnato che lavorano in campi riarsi in mezzo al deserto. I più vecchi risalgono a 40-50 anni fa e sono coperti di scritte in un alfabeto che non capisco. Altre volte incolla su fogli di carta velina fiori secchi che si sbriciolano sotto le dita. Li estrae con prudenza da una scatola gialla che tiene nella medesima cassa. I nomi li scrive a matita, in latino, con una grafia tremolante ma chiara: ranunculus bulbosus, capsella bursa – pastoris, reseda lutea. A me sembrano tutte banali erbe di campo, non capisco perché tanta cura. Quando gliel’ho domandato mi ha detto soltanto: sono state colte in un posto sacro. O almeno lo era per lei. Non ho osato chiedere altro.
La sera, prima di cena, tira fuori cartoline e biglietti d’auguri – la cassa ne è piena- e li sistema all’interno di un album. Le immagini sono più o meno le stesse dei calendari, il mittente è uno solo: Ruth. Vorrei sapere chi è questa donna, ma non è bene che una badante sia troppo curiosa. E il lavoro mi piace: la casa è accogliente, il professor Geller, nonostante abbia passato gli 80,  per lo più se la cava da sé. Un vecchio gentile. C’è solo questo costante silenzio a rendermi inquieta. Lui non guarda film, non ascolta la radio, nessuno lo viene a trovare. Ogni sabato, nel pomeriggio, mi chiede di fargli ascoltare un cd (non sa usare lo stereo, è un regalo del figlio). «È il Requiem di Mozart», mi ha sussurrato una volta. Non ne possiede altri. Lo ascolta seduto in poltrona e guarda di lato. Non so a cosa pensi: se alla moglie, a un amico o forse, semplicemente, al passato. Sul finire serra le labbra, le rughe come solchi sulla pelle macchiata. Quando arrivano le ultime note – ormai conosco anche io il brano a memoria – gli porto un te’ nero fumante, so che gli piace. Lui si scuote, mi guarda confuso, «grazie».  Sembra commosso, ritorna da molto lontano. 
La notte fa fatica a dormire. Si corica sempre alle nove, legge un po’, mi chiede dell’acqua. A quel punto  guarda la foto del figlio e spegne la luce.  Due ore più tardi lo sento vagare per casa, si ferma di nuovo in soggiorno, percepisco il rumore della cassa che viene spostata. Poi torna a letto. La sua vita trascorre così.
Oggi però è venuto qualcuno. Non il figlio, che vive lontano e a Roma passa solo d’estate. No, questo è un uomo alto, di mezza età, la barba lunga, gli occhi scuri, uno sguardo torvo. Si parlano un po’ in italiano un po’ in una lingua che non conosco. Immagino sia la stessa dei calendari. «Ciao  Aub», dice il vecchio. «Shalom», risponde l’altro. Si abbracciano. Io vado in cucina a fare il caffè, distinguo soltanto qualche parola: “colonia”, “guerra”, “passato”. “Ruth”. Quando torno in salotto Aub ha aperto sul tavolo la pianta di un appartamento. Intravedo una scritta in inglese. “The Jerusalem summit”, riesco a leggere mentre poggio il vassoio. “Our model apartaments for those 70 years of age and up”. L’uomo intanto parla fitto nella sua lingua, indicando ora una stanza ora l’altra. Poi, in italiano: «È davvero un bel posto, lei ti aspetta». Il professor Geller scuote mesto la testa. Lo sguardo di Aub è ferito, la voce si alza, è un fìume di parole sconosciute e rabbiose. «Mia madre non ti vede da quarant’anni» grida alla fine, mentre io sto tornando in cucina. «Sta morendo» riesco ancora a sentire. Quando rientro portando i biscotti l’uomo nasconde il viso tra le mani. Il vecchio gli parla sommesso, poi dalla tasca tira fuori una foto, gliela mostra. Aub scatta in piedi, raccoglie veloce le sue cose, esce sbattendo la porta. La foto cade a terra. Io mi chino a raccoglierla: c’è il professor Geller giovanissimo e abbronzato, la camicia sbottonata sul collo, tiene sotto braccio una donna molto bella in tenuta militare, in mano stringe un mazzo di fiori di campo. Dietro di loro un carro armato. La foto è usurata, in bianco e nero, ma si vede che lui è colto nel mezzo di una risata. Lei è seria, accenna solo un sorriso. Il vecchio per la prima volta mi guarda. «Voleva restare e combattere, io non ne ero capace. Sono tornato in Italia, lei è rimasta.» Poi indica la cassa: «Ha inviato centinaia di lettere, foto, cartoline. Mi ha mandato i fiori delle nostre passeggiate, un calendario per ogni anno trascorso lontani. «Per contare i giorni», diceva. «Mettevo tutto lì dentro, non le ho mai risposto. Poi poco prima che mia moglie morisse è arrivato il cd.» Fa una pausa. «Ricordati di me, c’era scritto. Ho riaperto la cassa».

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