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L’amore ritrovato

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Illustrazione di Agrin Amedì
«Se non si rimette fisicamente non possiamo continuare l’analisi, lei deve ricoverarsi, rischia di morire.» Ricorda ancora quelle parole, quelle della sua analista, la Madame Bovary dell’istituto freudiano.

Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio di autobiografia diretto
da Rossana Campo per la Scuola Omero

 

 

La vita non è quella che si è vissuta,
ma quella che si ricorda
e come si ricorda per raccontarla
Gabriel García Márquez

 

«Se non si rimette fisicamente non possiamo continuare l’analisi, lei deve ricoverarsi, rischia di morire.» Ricorda ancora quelle parole, quelle della sua analista, la Madame Bovary dell’istituto freudiano.
Giulia è alta un metro e settanta centimetri e pesa trentotto chilogrammi. Nessuna malattia, solo un incredibile, struggente, famelico desiderio di morire. Amici, genitori, anche il suo stesso medico si chiedono come faccia a reggersi in piedi.
Sua madre e la sua analista si passano il testimone nei diversi tentativi di incoraggiarla a reagire: fai schifo, sei uno scheletro, hai perso ogni forma di femminilità, non hai più seno e sedere, così ti vedi bella? Sei brutta, ascolta quello che vedono gli altri, tu non sei in grado di vedere.
Nessuno, nessuno le chiede come si senta davvero, che cosa prova a stare lì, dentro quel corpo che, anche se brutto, martoriato e mortificato, ancora respira e funziona, nonostante sia in aperta battaglia con lui.
Giulia non percepisce quello che vedono gli altri, si guarda allo specchio e l’immagine che le restituisce è quella di una figura geometrica pentagonale che lentamente si allarga, si smussa negli angoli e diventa una figura circolare, completamente sferica. Il suo volto è gonfio come un pallone, la pelle quasi trasparente da far vedere la mappa dei vasi sanguigni, le ghiandole del collo, i linfonodi, sono così grossi da confondersi con la mascella, gli occhi escono dalle orbite, occhi grandi di un verde palude, quasi grigio, che hanno perso ogni espressione vitale e ricordano solo la morte.
Non si spoglia mai davanti a uno specchio, la paura di confrontarsi con quell’immagine enorme la paralizza, la distrugge. Le poche volte che ha guardato la sua immagine nuda ha visto qualcosa di orripilante, spaventoso: seni appesi a lembi di pelle dentro una sfera di pieghe e buchi; una pancia gonfia come una duna di sabbia; cosce flaccide, gonfie di liquidi e ginocchia cellulitiche che tengono i polpacci ancorati a grosse caviglie; piedi che, toccando per terra, mostrano la forza della gravità della ritenzione idrica. Per questa paura, Giulia non può guardarsi, ogni volta che succede i suoi occhi si annebbiano nel vedere la sua mostruosità.
Quando si tocca, però, si rende conto che è diversa, sente che non c’è la sfera a intrappolarla, è libera, può toccare e contare ogni ossa del suo corpo: partendo da quelle del cranio percepisce tutte le ossa della fronte, degli zigomi, le ossa mandibolari, scendendo dal collo all’inizio della colonna sente le scapole, l’omero, lo sterno, i seni cadenti scomparsi nella pelle. Conta ogni pezzo di costato, la cresta iliaca, può sentire tutti gli organi interni dentro la sua pancia, come si muovono, come cercano di sopravvivere.
Le piace vedere quel buco tra le gambe che non si toccano mai, la distanza che c’è, anche se rimane a piedi uniti.
Giulia ha trentasei anni e non ha più il ciclo da quasi due. Di questo, è felice: il menarca ha scatenato una tempesta e uno sconvolgimento che, ogni mese, ha dovuto negare a se stessa, imponendosi di arrivare sempre all’estremo di ogni cosa, perché non è con l’impurità del sangue che afferma la sua femminilità.
Giulia è consapevole di essere a rischio, di non stare bene, ma, sempre che non si guardi allo specchio, è felice del suo aspetto, si sente libera, si piace così: leggera, eterea, priva di qualsiasi materia che la sporca e la rende impura.
L’hanno classificata come affetta da disturbi alimentari compulsivi in cui bulimia e anoressia si alternano.
Il giorno in cui la sua analista le ricorda che deve curarsi, ricattandola nello specificare che se non lo fa si troverà costretta a interrompere l’analisi, Giulia si trasforma in un fiume che straripa dai suoi argini, nei suoi trentotto chilogrammi di ossa sputa veleno su dieci anni di analisi che, mistificando i suoi problemi alimentari ed esistenziali, la sta portando alla morte quasi certa.
«Spero di essere il suo più grande fallimento. Sono arrivata dopo dieci anni di una terapia cognitivo comportamentale che mi ha portato a voler sparire e a vivere in uno stato di angoscia, d’infelicità perenne. Mi sono rivolta a lei perché dicevano che era una big nel campo. Con lei ho scoperto Lacan e non ci ho capito un cazzo, anzi, mi ha incasinato ancora di più, perché lei è stata così brava a rafforzare il mio senso d’inadeguatezza alla vita. Dopo altri dieci anni, mi ritrovo con il mio buco e non ho imparato a farci qualcosa, come prescrive Lacan. Sono arrivata con dei sintomi che, con l’analisi, sarebbero dovuti diventare la mia forza, la mia chiave per uscire da questa gabbia e, invece, oltre a essersi radicati e peggiorati, sono aumentati e il mio buco mi sta portando a inglobare tutto. Lei mi ha sempre detto che dovevo fare i conti con la mia merda. Bene! Mi congratulo perché in questa merda lei è riuscita a farmi stare così bene che sono costretta a mangiarla tutti giorni, senza vomitarla, mentre lei con questo metodo del cazzo delle ripetute sedute settimanali in cui non parla e chiude la seduta anche dopo cinque minuti, mi manda a fare un giretto dell’isolato per poi tornare dopo un quarto d’ora. Mi dica un po’, quante case è riuscita a comprarsi con i soldi della mia analisi? Una a Cortina, una nella sua amata Parigi e una in Costa Azzurra? O forse non è abbastanza radical chic per lei!
Quest’analisi è stata un fallimento per me, ma anche per lei, che si annovera tra i guru lacaniani e che invece è solo incapace di riconoscere che, con me, non ce l’ha fatta.
Le auguro di non dimenticarmi e di ricordarsi di me come il suo più grande fallimento professionale. E non si sprechi a dire qualcosa. Non ha parlato per dieci anni e non mi aspetto che lo faccia adesso.»
Madame Bovary volge a Giulia il suo solito sguardo ironico, duro, algido.
«Lei deve mollare la presa.»
«Sì dottoressa, ha ragione, devo mollare la presa, la presa per il culo che lei mi sta facendo da più di dieci anni.»
Giulia si alza, non paga, apre la porta e si allontana per sempre da quello studio che per troppi anni l’ha imprigionata nelle sue stesse masturbazioni mentali.
Appena è fuori si ritrova in quella via del centro che ben conosce per essere un concentrato di tentazioni, cibo, materia per riempire un buco senza fondo.
Compra un chilo di pizza margherita, mezza teglia di crostino al prosciutto, due litri di Coca Cola, una scatola di Osvego, un litro di latte e torna verso casa.
Accende la televisione, su Real Time trasmettono Vite al Limite, programma perfetto per il suo banchetto: un adolescente di 300 chili è costretto a letto dal suo peso, non riesce a lavarsi da solo, pieno di piaghe, nelle pieghe del suo adipe.
Ha inizio il rituale: la sua non è fame, ma desiderio di riempire il buco fino al limite, fino a farlo traboccare. Ingurgita, senza quasi masticare, anche se sa che sarà molto più complicato liberarsi, la pizza margherita condita con il primo litro di coca cola, continua con il crostino e l’altro litro. Lo stomaco inizia a gonfiarsi, a tendersi, i rigurgiti si fanno più frequenti. Sembra che non ci sia più spazio, ma una sigaretta aprirà la fibra elastica dello stomaco.
Giulia scalda il latte al microonde fino a farlo bollire affinché si formi quel sottile strato di panna. Il latte è così caldo da sciogliere all’istante gli Osvego. Quell’incontro tra latte e biscotto fa esplodere il tripudio del sapore grasso del burro. Giulia è assalita da un forte senso di nausea. Sebbene fumare abbia alleggerito il gonfiore e la pesantezza dello stomaco, sente che sta per scoppiare, ma vuole portare a compimento il suo rito e insiste nel bere il latte. Prima di inzuppare gli altri cinquanta Osvego rimasti, succhia dal bordo della tazza la patina di panna sottile che, raffreddandosi, il latte continua a produrre. Lo stomaco è così gonfio da scoppiare, la nausea aumentata: è arrivato il momento.
Giulia sta portando a compimento il suo rituale. Entra in bagno, prende un asciugamano, alza la tavoletta, si piega, l’indice e il medio della mano destra in fondo alla gola, la mano sinistra appoggiata al bordo del water per tenersi in piedi. Ecco il primo conato, sente lo stomaco che si contrae per portare verso l’esofago quel cibo non ancora aggredito dai succhi gastrici. Il primo conato è così forte da contrarre tutti i muscoli addominali, sente gli obliqui che comprimono il costato. Sembra eterno, anche se è solo questione di secondi. Giulia attende la sua esplosione come il primo di molti orgasmi. Eccolo, finalmente esplode in tutta la sua forza e con uno spruzzo riempie completamente il water. Ne riconosce le diverse parti: la poltiglia di Osvego inzuppati nel latte, il rosso del pomodoro della pizza, i pezzi di prosciutto colorati di viola dalla Coca Cola. Dopo il primo è più facile liberarsi, i successivi conati sono più brevi e la liberano facilmente fino a vomitare il verde e il giallo dei succhi gastrici e a sentire l’odore acre e acido di vomito che pervade tutto il bagno.
È in quel preciso momento che raggiunge l’estasi, l’esperienza extracorporea in cui non esiste più il corpo, ma solo lo spirito. Giulia ha portato a termine il suo rito masturbatorio, in cui dolore e piacere sono fusi in un unico atto liberatorio. Si lava il viso, le braccia piene di residui di sé, del suo vomito, come un sacerdote che si purifica dalle contaminazioni terrene. Si guarda allo specchio e dentro lo specchio entra nei suoi occhi diventati ancora più grandi, sente i linfonodi scoppiare e il gonfiore di tutto il viso la fa assomigliare alla maschera di Elephant Man, tutti i suoi lineamenti sono trasfigurati dallo sforzo. In quell’istante, però, riesce a vedersi, a sentirsi, ad ascoltare quel corpo piegato e martoriato che non si ribella più, in totale dominio della sua mente. Lo sente mentre perde le forze, cala il suo battito, la testa gira intorno alla stanza, gli occhi vedono solo l’argento delle pareti e percepisce le ginocchia cedere, le sente mentre toccano il pavimento freddo. Le rotule, a contatto con le piastrelle le fanno male. Aggrappata al lavandino sente cedere le anche, le braccia non tengono più, soffrono, le mani mollano la presa, e dolcemente si accascia sul tappeto in posizione fetale. Sente il muco invaderle il cranio e dal naso fluisce il sangue verso la bocca e il mento. Si sgretola l’illusione dell’onnipotenza mentale sul corpo. È cosciente delle sue sensazioni ma non ha più il potere di intervenire, riesce a sentire unicamente che il suo corpo non risponde ai suoi comandi e alza il suo sguardo. Uno sguardo che esce da sé, si solleva, la osserva e finalmente la vede. Vede un mucchio di ossa rannicchiate su sé stesse, la cassa toracica che si solleva e si abbassa con un ritmo lento, asincrono, il sangue colato dal naso sulle guance che si rapprende fino agli angoli della bocca, ne vede il sapore amaro, i tremori che pervadono tutto il corpo e per la prima volta si riconosce, riconosce che quel corpo è il suo e di nessun’altra e ne prova pietà, tenerezza.
Giulia adesso lo sa, sa che il corpo ha memoria delle esperienze e ne registra ogni dettaglio che sfugge anche alla mente più raffinata, dettaglio che diventa marchio, solco sulla pelle, sul cuore, dentro le viscere.

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