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In ritardo

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Illustrazione di Agrin Amedì
Al telefono: «Che cosa vuoi Mario, non ci sentiamo da tantissimi anni.» «Hai ragione Anna, ti devo parlare. Sono accadute alcune cose importanti, una grave, vorrei che tu lo sapessi, non ti avrei cercato se non fosse così.» «Perché non ne parli con lei? Geneve, vero?»

Al telefono:
«Che cosa vuoi Mario, non ci sentiamo da tantissimi anni.»
«Hai ragione Anna, ti devo parlare. Sono accadute alcune cose importanti, una grave, vorrei che tu lo sapessi, non ti avrei cercato se non fosse così.»
«Perché non ne parli con lei? Geneve, vero?»
«Genevieve si chiama. Mi ha lasciato oltre tre anni fa, il nostro rapporto è concluso da tempo, la storia tra noi era terminata da molto prima.»
«Mi dispiace, ma non comprendo che cosa vuoi ora da me. Siamo lontani da tempo Mario, una volta ogni cosa tra noi era importante, ora non più.»
«Anna lo so che sei arrabbiata con me, ne hai pieno diritto ma ti devo assolutamente vedere. Ti chiedo un unico incontro. Vediamoci al cinema Astor, alle proiezione delle 19. Te lo ricordi vero? Poi ci prendiamo un caffè, niente altro. Ho intenzione solo di parlarti di una cosa molto importante per me.»

LEI: Pochi minuti e poi vado via. Torno a casa. È inutile aspettare ancora, è passata oltre mezza ora dall’inizio del film. Non è più arrivato. Sta diventando buio e fuori comincia a piovere. Ma dov’è una stazione di taxi? L’avevo pensato, non viene anche se aveva detto che è una cosa importante, grave. Non si presenterà, ne sono certa, ma ho voluto fidarmi di lui, delle sue parole, del tono della sua voce, superando la diffidenza. E ho commesso un errore. È molto in ritardo, non è mai stata una sua abitudine. Litigavamo per il mio far tardi in ogni occasione. Troppo in ritardo. Non verrà più. Posso smettere di pensare a che cosa ci diremo e a che cosa proverò quando lo rivedrò. Posso smettere di avere paura di vederlo ancora. Ma nonostante tutto continuo a restare nell’angolo vicino alle scale sperando che entri scendendo i gradini; non voglio imbrogliare me stessa, l’ho sperato in ogni momento da quando sono entrata. Ora basta. Non devo più illudermi che si possa ricominciare una storia daccapo mettendo da parte in un solo momento anni di tristezza e solitudine da quando se n’è andato. Che sciocca. In fondo ho sempre saputo di non esser riuscita a dimenticarlo. Che brivido quella sera di pioggia la scorsa domenica quando ho risposto al telefono; la sua voce profonda come se il tempo non fosse trascorso invano. Invece è andato, volato via senza più la forza di riprenderlo, come un foglio che scappa di mano strappato dal vento.

LUI: Sono in ritardo, dannatamente in ritardo. L’attesa in questura per il rilascio del visto si è prolungata troppo. Poi di corsa nel traffico delle ore serali. La macchina davanti cammina con insopportabile lentezza. Il conducente non accosta, non si ferma, non si guarda attorno, prosegue indifferente. Ogni volta che hai fretta c’è sempre qualcuno che si muove con studiata lungaggine al centro della strada come fosse l’unico al mondo. Né a destra né a sinistra, semplicemente al centro. Ora procede a bassa velocità non c’è fila davanti, senza badare a chi è in affanno dietro e non può sorpassare. Ma nessuno li aspetta mai quelli come loro? Non hanno una famiglia che li attende con una cena da preparare, un appuntamento di lavoro urgente, una partita che sta per iniziare, un’amante con cui consumare in fretta? Come diavolo fanno ad andare cosi lenti e tranquilli di fronte ai clacson che suonano, alle imprecazioni che s’alzano, alla frenesia creata da un dannato far tardi? 19.30 passate, mezz’ora in ritardo rispetto all’appuntamento. Starà ancora aspettando? L’Anna di qualche anno fa avrebbe aspettato. Forse è ancora così, forse questo non è cambiato. Ho paura, ho paura di non trovarla più. Mi devo sbrigare, dove parcheggerò non lo so, ci penserò quando sono la davanti.

LEI: Sono dodici anni che non vengo più qui. Lo stesso ingresso con la maniglia di legno della porta malmessa; lo stesso atrio scuro con la tappezzeria di velluti rossi scrostata, le scale strette, l’ingresso a metà della sala. Il luogo dove ci siamo incontrati la prima volta. Nella platea ci sono solo due persone, sembrano divertirsi molto. Sono seduti in due file diverse, la commedia è gradevole e spassosa seppure alla ennesima replica. Non sono riuscita a carpirne che pochi frammenti, non sono concentrata sul dialogo. Sto pensando all’incontro a come sarebbe stato. Se fosse avvenuto e ormai non sarà. Una occhiata all’orologio sul muro, 40 minuti dopo le sette. È ora che vada via, al telefono l’ho sentito stanco, affranto, ma non voglio più tormentarmi per lui. No, non devo aspettarlo ancora, non ha più senso. Ci sono voluti anni perché smettesse di farmi male. Non voglio più sentire quel senso di abbandono che solo la sua presenza mi dà, anche se mi manca. Fuori ha cominciato a piovere, devo cercare l’ombrello, ho chiesto dove è la stazione di taxi, 300 metri sulla sinistra, sono vestita un po’ troppo leggera, doveva fare più caldo stasera. Apro la borsetta, mi asciugo con il fazzoletto l’angolo degli occhi . Ora è tempo, salgo le scale, vado via.

LUI: Eccolo, finalmente cinema Astor, tre chilometri fuori dal centro. Entro nel parcheggio pieno, due giri a rotazione completa all’interno; non si libera niente. Esco, poi svolto a destra, imbocco nuovamente la strada, mi allontano per trovare un posto fuori dalle strisce. Una occhiata veloce verso l’ingresso del cinema mentre continuo la guida sfilandogli accanto, fuori non c’è nessuno, lo spettacolo è iniziato da 45 minuti, dove ho messo il biglietto per il viaggio?, nel cruscotto sotto il libretto di circolazione. Anna è dentro, Anna non può che essere dentro. Non ha dimenticato di noi. Anna non se ne va, attende prima di prendere ogni decisione che tu abbia parlato, riferito, spiegato. Ascolterà ogni singola parola. Non è insicurezza, è solo voglia di averti capito per bene, per non lasciarsi alcun margine di errore. Anna è dentro, Dio speriamo che sia dentro, devo muovermi, mi sto allontanando, non si trova un posto sotto la pioggia. Torno indietro, provo a metterla in seconda fila, rischio la multa, non c’è nessun vigile in giro, non me ne importa. Cerco di calmarmi. Mi fermo e parcheggio.

LEI: Quanto tempo ci ho messo per capire che Mario mi tradiva? Poco, pochissimo. In fondo lo avevo intuito immediatamente. Correr dietro alla propria segretaria, il più classico dei cliché da film melodrammatico. Aspettarlo tutta la sera per poi vederlo ricomparire sull’uscio: «Scusa ho fatto tardi al lavoro». Nell’atrio del cinema non c’è nessuno, le luci sono basse, un lampadina più fluorescente delle altre sta per scoppiare, la maschera telefona in un angolo parlando sommessamente, alla cassa un anziano signore si annoia contando e ricontando i biglietti staccati; accanto al banco un piccolo bar con quattro poltrone dove abbiamo passavamo ore e ore a parlare tra una proiezione e l’altra di film, registi, sceneggiature, di noi che allora sembravamo invincibili, niente e nessuno ci avrebbe distrutto, la vita era solo una grande respiro da vivere insieme. Ora i tessuti delle poltrone del bar sono strappati, consumati dal tempo. La porta a vetri con il pomello di legno lascia entrare uno spiffero di aria umida e fredda dai precari battenti. 300 metri per salire sul taxi. Basta aprire la porta, una corsa dritta fino a casa senza fermarsi e poi la parentesi è definitivamente conclusa. Sembra così facile ma non lo è. L’ho amato, ho voluto ascoltarlo mentre si dava ancora un ultimo impegno per lui, per me, per noi; l’ho dovuto a me stessa. Ora non ho più nulla da chiedere.

LUI: Eccola, è uscita. Sotto la pioggia l’ombrello è portato via dal vento. È già laggiù, faccio fatica a vederne la sagoma alla luce fioca dei pochi lampioni accesi. Il marciapiede è dall’altra parte della strada e lei procede in direzione opposta da quella da cui provengo. I negozi ora sono chiusi, la strada è buia e in giro non c’è nessun altro. Metto in moto, lei si muove con passi affrettati per non prendere pioggia, la sua figura si delinea tra un fascio di luce e un altro, l’ombra è spezzata dagli spazi lasciati liberi dai lampioni. Sotto il chiarore intravedo quei lineamenti delicati del viso che non rivelano il trascorrere degli anni; sono emozionato ancora, tanto, profondamente. Cavolo è bella, è come averla sempre avuta vicino. Mi affianco, non la voglio spaventare, è quasi arrivata alla fermata dei taxi. Ce ne uno che aspetta, gli devo parlare. Gli devo chiedere scusa. Per questo ritardo, per essere uscito dalla sua vita, per quello che è stato e non doveva essere. Ora accosto, lei è dirimpetto, tiro giù il finestrino, si infila rapidamente nella vettura, mi passa vicino. «Ciao Anna» Un soffio, non dico niente altro, aspetto. Il taxi ora si mette in moto, passa accanto alla macchina che è accostata contromarcia, la supera agevolmente, invadendo l’altra corsia, poi si rimette in carreggiata e prosegue dritto lungo la strada. Presto si perde in lontananza.
Mi è passata vicino e non ho saputo fermarla. Non sono riuscito ad incontrarla. Domani ho un aereo alle 10, mi attende una equipe specializzata di una grande clinica americana per una terapia sperimentale. L’ultimo tentativo. Avevo solo voglia di parlare con te Anna, di dirtelo. E questa sera non ti ho nemmeno toccata.

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