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Il segreto

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Illustrazione di Agrin Amedì
«Non lo vedi che tua zia ha un carattere completamente diverso da tua madre? Tua zia sorride, scherza, la sua risata la senti da lontano. Tua madre, invece, sembra perennemente arrabbiata, sta sempre a bacchettare tutti…»

Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio di autobiografia diretto
da Rossana Campo per la Scuola Omero

 

 

«Non lo vedi che tua zia ha un carattere completamente diverso da tua madre? Tua zia sorride, scherza, la sua risata la senti da lontano. Tua madre, invece, sembra perennemente arrabbiata, sta sempre a bacchettare tutti…»
Sospirava mia nonna, mentre dal suo velocissimo uncinetto uscivano quadratini di filo colorato con fiori, ponpon, merletti.
Seduta composta al mio tavolino a misura di bambina, facevo i compiti di seconda elementare. Erano usciti tutti quel pomeriggio e nonna era salita a tenermi d’occhio, come se ce ne fosse bisogno.
Le vedevo bene le differenze tra mia madre e mia zia, ma certo non sapevo spiegarmele, come la frase di mia nonna – borbottata quasi a sé stessa – che aggiungeva qualcosa alla mia esperienza di bambina che inciampava di continuo nel cattivo carattere della mamma.
Con un certo timore provai allora a chiederlo proprio a lei, a mia madre.
«Mamma, perché tu sei sempre arrabbiata? E perché invece zia Maria è sempre allegra e scherza?»
Il suo sguardo severo mi fulminò: «E questo chi te l’ha detto? Non è vero! E poi non sono cose che ti devono interessare. Pensa a giocare…». E se ne andò, lasciandomi sola con la mia confusione a baloccarmi con l’ipotesi che forse c’era stato uno scambio di culle alla mia nascita e io in realtà ero figlia di zia Maria.

«Come va oggi, nonna?»
La stanza del pensionato ha le pareti dipinte di un pallido verde acqua, scrostate qua e là. Mia nonna è seduta su una poltrona rosso scuro dai braccioli consunti, accanto alla finestra aperta. La luce rosa di un tardo pomeriggio di primavera staziona nel minuscolo balcone.
«Eh, che vuoi. La vecchiaia è una brutta bestia… Qui è sempre la stessa vita, gli stessi dolori…»
Mi guarda con gli occhi piccoli e acquosi, affogati in un mare di rughe.
«Tu, piuttosto, che sei giovane, che mi racconti? L’hai trovato poi questo fidanzato?»
«No, nonna. Non è così facile, bisogna aspettare quello giusto. Ho il lavoro nuovo, la sera esco con gli amici. Per ora mi basta.»
«Già, ora avete la libertà voi ragazze. Anche troppa, potete fare come volete. Quando ero giovane io no, non si poteva aspettare: se arrivava il buon partito, i tuoi lo prendevano per te… e poi ti arrangiavi. Ma io ci ho saputo fare, ero così stanca del padre di tua madre…»
«Come eri stanca, nonna? E che hai fatto?»
Gli occhi di mia nonna ora vagano dal cielo spugnoso che si tinge di azzurro elettrico alla parete di fronte che ingrigisce nell’ombra. Io sento che il cuore mi fa un piccolo balzo, e sta all’erta.
«Sì, non ne potevo più. Lui non c’era mai. Era un ufficiale di marina, bellissimo nella divisa, sempre lontano sulle navi. E quando tornava lo trovavi al bar con gli amici a giocare a carte, e quasi sempre ci scappava un bicchiere di troppo. Che vergogna, qualche volta lo andavo a cercare e lui era lì a ridere sguaiato, a dare grandi manate sul tavolo, un ufficiale! Ma a me non mi guardava nemmeno, se andava solo quando decideva lui. Poi, quando compariva a casa, non potevi dirgli niente: si arrabbiava, alzava la voce. Dovevo stare zitta, mi faceva paura e poi avrebbe svegliato la bambina. E io ero sempre sola. Mi sedevo vicino alla finestra, Emma giocava vicino a me e io facevo a maglia uno scialle e guardavo fuori, immaginavo la vita di quelli che passavano per la strada e mi sembrava che tutti fossero più felici di me.»
Taccio. Non ho mai sentito un colore così cupo nella voce di mia nonna, non ho mai visto le sue mani piegate dall’artrosi afferrare il vuoto con tanto smarrimento.
Ci dimentichiamo di accendere la luce, la penombra comincia a inghiottire l’immagine di Padre Pio sul calendario appeso sopra al tavolino davanti a lei.
«Per passare il tempo, nei pomeriggi di sole, a La Spezia, portavo tua madre in carrozzina a passeggio sul lungomare e tornando a casa ci fermavamo a volte a prendere il tè da Adele, un’amica che era rimasta zitella, poveretta, e viveva ancora con i genitori. Mia madre diceva che io ero stata molto più fortunata, ma a me capitava di invidiarla: a ventiquattro anni la vita sembrava ancora spalancata davanti a lei e squadernava possibilità a me definitivamente precluse. Un giorno trovai a casa loro un cugino di Roma che era venuto a La Spezia per affari. Commerciava in tessuti di seta tra Como, Milano, La Spezia e Roma. Era sui trent’anni e aveva un sorriso gioviale che gli illuminava gli occhi scuri, piccoli e intelligenti, e gli apriva due fossette ai lati della bocca. Non aveva l’altezza e il portamento di tuo nonno Antonio, ma mi parlava in modo gentile, raccontando dei suoi viaggi lungo l’Italia, e rideva facendo saltare Emma sulle ginocchia. Quell’anno i suoi affari lo portarono spesso a casa dei genitori di Adele e, su sua richiesta, lei veniva a chiamarmi quando lui arrivava. Regalò ad Emma un piccolo cane di pelo morbido, raccontandole che era la lupa che aveva allattato Romolo e Remo, e a me un foulard di seta lucente di azzurri e di verdi che lasciai piegato in un cassetto di Adele perché mio marito non lo scoprisse. Un pomeriggio di marzo – cominciava appena una ventosa primavera – mi invitò a fare una passeggiata, e mentre Emma leccava il gelato che lui le aveva comprato mi disse i miei occhi gli ricordavano le nocciole grandi, lucide e bellissime che si trovavano nei boschi vicino a Roma, ma erano tanto tristi, e che se fossi andata con lui a vedere quei boschi mi avrebbe insegnato a sorridere di nuovo e non sarei più stata così nervosa con la bambina. Emma, contenta del gelato, saltellava intorno a noi e guardava affascinata il movimento dei pescherecci che scivolavano silenziosi nel porto e scaricavano enormi casse di pesci luccicanti. Io lo capivo che quello giusto per me era Umberto e non Antonio, ma c’era Emma, e mia madre che mi sorvegliava e già mi chiedeva cosa ci andavo a fare così spesso a casa di Adele. Umberto, quando veniva, prendeva una stanza in un piccolo albergo in un vicolo dietro al porto. Dopo quella passeggiata cominciò a invitarmi da lui. Lasciavo Emma da mia madre con qualche scusa, oppure da Adele, e andavo a prendermi la mia parte di felicità. Ora non mi importava più che mio marito non fosse mai a casa, anzi, mi trovai a fantasticare che in mare possono scatenarsi delle tempeste, e a volte capitano delle disgrazie: era già successo a quella nave enorme, mai vista prima, che mentre andava in America era affondata…»
Accendo la piccola lampada sul tavolino, e resto nel cerchio di luce gialla ad ascoltare mia nonna che svela il segreto della sua vita e della mia infanzia, costellata dalle liti continue tra lei e mia madre.
Quando, all’inizio dell’estate, non mi vennero le mie cose capii subito e fu un pensiero di terrore e di speranza. Possibile che ci fosse un altro figlio dentro di me, non di Antonio? Mi svegliavo in piena notte e mi assaliva la paura, cosa avrei detto a mio marito quando mi sarei gonfiata sotto i vestiti? Lui non mi prendeva non so più da quanto tempo, quando tornava dal bar piombava sul letto e si addormentava, troppo ubriaco per fare altro, e io accampavo malesseri le pochissime volte che si avvicinava… E come avrei fatto con mia madre? Per un attimo, mi passò per la testa anche di sbarazzarmi di quella creatura, ma respinsi subito quell’idea orribile, come avrei potuto commettere un peccato così ripugnante? E poi il pensiero di avere un figlio da Umberto, fuori da quel disgraziato matrimonio, mi dava uno strano piacere, l’avvertivo come l’inizio di qualcosa di nuovo e di inaudito, di una vita diversa, di un’insperata era di libertà. Capii che non potevo farmi fermare da mio marito, da mia madre, da mia figlia.

*

In una sera di settembre degli anni Venti, una ragazza metteva in fila passi ansiosi e inquieti sul selciato umido di una stradina in salita alle spalle del porto di La Spezia. Le giornate si andavano facendo più brevi, l’aria era già scura e una nebbiolina azzurra saliva dal mare calmo, impregnando le facciate colorate delle case.
Appoggiato su un soprabito leggero portava un foulard di seta finissima con disegni verdi e azzurri che emergeva, fosforescente, dall’oscurità, e con impazienza scostava dagli occhi color nocciola una ciocca di capelli castani sfuggita da un rigido chignon. In mano portava una capiente borsa di cuoio nero, un po’ scrostata, e la sua testa era protesa in avanti, come se volesse precedere i piedi, troppo lenti per la sua fretta.
Dopo un quarto d’ora la ragazza, un pò ansimante, raggiunse la stazione ferroviaria e infilò la testa nel primo sportello aperto della biglietteria: 
«Un biglietto sul primo treno per Roma. Solo andata», bisbigliò con gli occhi bassi.
«Come?» gridò un’occhialuta e paciosa signora di mezza età, i capelli biondo paglia, che sferruzzava scuotendo un gomitolo di lana azzurra.
La ragazza ripetè in fretta la sua richiesta, a voce bassa, e la bigliettaia bofonchiò qualcosa e si mise a consultare un orario consunto. 
«Il prossimo treno è alle otto, deve cambiare a Genova e arriverà a Roma domani mattina alle 6.30. Viaggia sola?» La signora aveva posato il lavoro a maglia e ora la studiava sospettosa.
«Sì.» La ragazza teneva gli occhi ostinatamente fissi sul davanzale di marmo screziato che correva sotto gli sportelli e con la mano accarezzava la curva della pietra liscia e lucida come le gestanti, a volte, si accarezzano la pelle tesa del ventre.
«Vuole una cuccetta?» La signora dai capelli gialli era molto sulle sue e mostrava la sua disapprovazione con un contegno esageratamente formale.
«No.» La ragazza si guardava intorno agitata, come se da un momento all’altro potesse entrare qualcuno che lei temeva di incontrare. Poi infilò una banconota sotto il vetro e ritirò un cartoncino rettangolare e alcuni spiccioli. Stringendo il biglietto nella mano alzata, come un segnale, corse al binario, anche se all’arrivo del treno mancava ancora più di mezz’ora, e sedette su una panchina in fondo rivolta alle rotaie che si perdevano lontano. Si mise a fissare il cielo che conservava un bagliore rossastro di tramonto, mentre con la mano destra, meccanicamente, si accarezzava la pancia tra un bottone e l’altro del soprabito.

In una casa di La Spezia che guardava il mare arrampicata sulla collina, una bambina di quattro o cinque anni giocava seria sotto un lampadario di cristallo a gocce, in un salotto arredato con mobili scuri e severi. Mise la bambola di pezza a dormire sul divano e la coprì con uno scialletto. «E adesso dormi» diceva, accarezzandole i capelli di lana, «e non fare storie… la mamma torna presto, la trovi quando ti svegli…».
«Emma, vieni, è ora di cena» la chiamò, entrando, una signora con una crocchia perfetta di capelli ormai tendenti al grigio, gli occhi stanchi che si spalancavano su un viso magro, pallido e duro. «Ma questo è mio!» esclamò, scoprendo bruscamente la bambola addormentata. «Ecco dov’era finito! Comincia a fare fresco la sera…»; e si aggiustò lo scialle sulle spalle.
Gli occhi di Emma di velluto marrone si fecero scuri, e lei prese la bambola e la strinse a sé. «Avrà freddo… non piangere» bisbigliò. «Quando torna mamma?» chiese mentre seguiva la nonna in cucina. «Presto, torna presto, te l’ho già detto. È dovuta andare a Roma per aiutare una zia che sta poco bene…» La nonna le sistemava il cuscino sulla sedia con gesti nervosi e le allacciava il tovagliolo intorno al collo. Le mise davanti un piatto di pasta profumato di basilico. «Adesso mangia! E lascia un po’ stare quella bambola.» La nonna cercò di sciogliere le dita di Emma strette intorno al piccolo corpo di pezza, ma la bambina le irrigidì finché le nocche diventarono bianche e rimase ferma con gli occhi bassi, senza toccare il cucchiaio pronto per lei lì vicino. «E papà, quando viene?» «Quante domande…» La nonna sospirò. «Papà, lo sai, è su una nave grande, lontano, sul mare… non lo so quando tornerà.» Emma cominciò a mangiare, imboccata, una cucchiaiata dopo l’altra, e le labbra che tremavano si sporcavano tutte di pomodoro. Ma non pianse.
Alla stazione Termini di Roma l’alba si faceva largo con sciabolate di luce rosea tra capannoni diroccati e binari dismessi, che si perdevano nel nulla. Il treno da Genova arrivò caracollando e si fermò con grande stridore di freni. Sul marciapiede deserto avanzava un giovane sui trenta, quasi calvo, ridendo con gli occhi scuri e brillanti. «Fausta, sei arrivata!» L’uomo spalancò le braccia per accogliere la ragazza magra e intirizzita che scendeva dal treno. «E con Emma come hai fatto?» «L’ho lasciata da mia madre, se la caverà. La nonna le vuole bene.» Fausta abbassò gli occhi per non leggere l’ombra di rimprovero negli occhi di lui. «E qui?» le disse, posando una mano sul suo ventre. «C’è nostro figlio, o figlia…» Si avviarono insieme verso la stazione con passo uguale e leggero, pregustando i giorni che si aprivano davanti a loro come se il passato non fosse mai esistito.

Nella casa di La Spezia erano arrivati degli zii di Napoli in visita alla famiglia. Emma era contenta, le piaceva lo zio allegro e burlone, metteva in scena per la nipote divertenti teatrini in quel dialetto un po’ sguaiato e un po’ irresistibile. Aria nuova in quella casa austera e triste dove la nonna, vedova, doveva pensare a campare sia per lei che per una sorella zitella e una nipotina abbandonata da sua figlia. Ma lei non aveva più figlie e non poteva pensarci da sola a quella bambina.
«Emma, per un po’ andrai a stare dagli zii a Napoli. Ti troverai bene, c’è il mare anche lì, e poi andrai a scuola e troverai altri bambini con cui giocare. Poi a casa di zio Bruno e zia Anna c’è un bellissimo modellino di nave, se farai la brava zio Bruno ti ci farà giocare, sempre con attenzione, s’intende. Tornerai qui d’estate per le vacanze.»
«Non mi piacciono le navi… Ci stava papà sulla nave e non è più tornato! Non voglio andare a Napoli!» Emma scappò nella sua stanza e si mise seduta in un angolo, faccia al muro, stringendo la bambola, e per molti giorni non volle parlare con nessuno.

«Nonna, e poi? Che è successo?»
Quasi grido, allarmata, e la mia voce risuona stridula nel denso silenzio della stanza e dell’edificio, e io mi accorgo che è tardi, ma ancora non hanno chiamato mia nonna per la cena.
«Poi, a Roma, è nata tua zia Maria. E quanti sacrifici abbiamo fatto! Umberto faceva i salti mortali per mantenerci, a un certo punto i suoi commerci cominciarono ad andare male e lui si mise a lavorare in un negozio di stoffe come commesso, poi dopo alcuni anni divenne socio del proprietario e si misero a confezionare abiti da uomo. Lavorava giorno e notte, non dormiva mai… ma era sempre allegro, scherzava, inventava poesie che dedicava a me e a Maria.»
«E mia madre?» La voce mi esce strozzata, il pianto mi sale fino agli occhi e preme, non posso sopportare la pena di quella bambina tradita, che, adulta, rovesciava sulla madre anziana e su di noi la sua rabbia di allora.
«Tua madre è rimasta a Napoli per tutti gli anni delle scuole elementari. È stato meglio, gli zii si prendevano cura di lei, aveva tutto quello che le serviva: libri, quaderni, mangiava a sufficienza… Era brava a scuola, aveva tutti voti alti, le maestre dissero che poteva andare a studiare il latino…»
«E tu, tu… come hai potuto abbandonare tua figlia, lasciarla ad estranei?»
«Stava meglio da loro, ti dico… e poi, la vita è come una clessidra che prima si rovescia da una parte, e la felicità piano piano passa tutta in un vaso mentre l’altro rimane vuoto… finché si rovescia di nuovo e si riempie l’altro vaso, e tutti così siamo un po’ felici e un po’ infelici. Nell’anno in cui tua madre faceva la quinta abbiamo raggiunto un po’ più di stabilità economica, tua zia aveva cinque anni, facevo meno fatica a starle appresso… Così, quell’estate, andammo a riprenderci Emma e anche lei venne a vivere con noi a Roma. Dopo altri tre anni nacque tuo zio Emilio, Emma sembrava contenta, ma è rimasta sempre così nervosa, scattava per un nonnulla e a volte si arrabbiava tanto con i fratelli che, poveretti, non le avevano fatto niente! Lo vedi anche tu com’è sempre arrabbiata, impaziente, mentre tua zia e tuo zio sono così diversi!»
Mia nonna sospira, le mani tornano a riposare in grembo, gli occhi ora secchi e affilati come sempre si volgono su di me che mi sposto perché fuori dal cerchio di luce non si vedano le mie palpebre arrossate e il tremore delle mani.
«Fa freddo adesso» dico, prendendo la giacca per andare via.
«Ma oggi non si cena?» si ricorda all’improvviso mia nonna, e comincia a cercare le sue pillole serali mentre si alza lentamente per prepararsi a scendere in sala da pranzo.

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