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San Francesco e nonna Teresina

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Illustrazione di Agrin Amedì
«San Francesco mio» scrive nonna Teresina «ti prego vienime a da’ una mano. Er cane mio so’ tre giorni che non mangia, gli uccelli da mezzogiorno alle quattro rompono le palle e er bue se rifiuta de tira’ l’aratro. Ti prego, aiutame. Sto alla fattoria, quella grossa, appena fori Ladispoli. Teresina».

«San Francesco mio» scrive nonna Teresina «ti prego vienime a da’ una mano. Er cane mio so’ tre giorni che non mangia, gli uccelli da mezzogiorno alle quattro rompono le palle e er bue se rifiuta de tira’ l’aratro. Ti prego, aiutame. Sto alla fattoria, quella grossa, appena fori Ladispoli. Teresina».

Il giorno dopo aver spedito la lettera a casa di Teresina si presentò un uomo. Il nipote quando aprì la porta si trovò davanti un frate alto poco più di un metro e mezzo e che sosteneva di essere stato chiamato. Subito il ragazzo chiamò la nonna: «A no’, vedi che qua so venuti di nuovo i testimoni de geova». 
Da lontano, come se fosse un eco, si sentì Teresina gridare: «E dije de annassene!». Il nipote ribatté: «Dice che l’avemo chiamato noi!». Teresina si presentò alla porta e vedendo il frate disse: «A Francè, ma sei te? Lascia sta’ mi nipote che è rincojionito. Entra, entra Francè, viè un po’ qua». Il frate entrò chiedendo permesso e si diressero verso la cuccia del cane. Il clima era mite. Tirava anche un venticello fresco nonostante fosse il 15 di Luglio e quasi mezzogiorno. «A Francè», iniziò la nonna indicando il cane, «so’ tre giorni che nun mangia. Io non so che fa. Me sta a fa uscì de capoccia!». Il frate si abbassò e fissò il cane negli occhi per qualche secondo. Il cane chinò il capo. San Francesco si rialzò e disse: «Nel cibo che gli sta dando, signora Teresina, ci sono i funghi. È allergico». «Oh Signore» disse lei «nun c’avevo proprio pensato. Grazie, grazie Francè. Ma mò vie’ fuori che te faccio sentì la sinfonia». Entrambi uscirono fuori in giardino. «A Francè, te giuro, come sona la campana de mezzogiorno ‘sti uccelli iniziano a canta’ così forte da famme esplode’ le orecchie fino alle quattro del pomeriggio. Io c’ho ‘na cera età, voglio dormì…» Il frate unì le mani e iniziò a pregare. Alla fine della preghiera gli uccelli si alzarono in volo. «Non la disturberanno più signora Teresina». La nonna gli si lanciò addosso abbracciandolo, «Grazie Francè, Dio te benedica». Il frate sorrise. «Adesso però vieni qua Francè, c’è l’urtima tappa.» Arrivarono dal bue. «Francè, ‘sto bue nun vole più tira’ l’aratro. Io ce campo co sta vita. Se questo se rifiuta, io che me mangno?» Il frate guardò il bue negli occhi. Dopo qualche secondo il bue abbassò il capo. San Francesco disse: «Ha uno stiramento muscolare alla zampa. Non tira più perché non ce la fa. Lo metta a riposo, tra una settimana sarà più in forma di prima». «Grazie, grazie Francè!» disse la nonna. «Finalmente m’hanno mandato uno buono che ce capisce quarcosa». Il frate insospettito da queste parole chiese: «Cosa intende, signora Teresina, con uno che ci capisce qualcosa?». «Beh, sai Francè» disse la nonna portando le mani ai fianchi «prima de te so’ venuti ’n falegname, ’n idraulico e ’n veterinario. Oh, uno peggio dell’artro!» Il frate ascoltava in silenzio. «C’avevo ’n problema ar tavolo de la cucina, non me se apriva più. Allora ho chiamato sto falegname, Noè. Ao, come è arrivato s’è piazzato ’n giardino convinto de costruì un’arca. E ce voleva mette tutti l’animali mia dentro! Che io sconcertata gli ho domannato: «Ao, ma che stai a fa?». Poi lui ha preso a farfuglia’ quarcosa, tipo parole a caso. “Quaranta giorni, quaranta notti, diluvio universale”… Io me so girata: «A Noè, qua non fa ‘na goccia d’acqua da ’n mese, vedi d’annartene che m’arrangio da sola». 
Poi è stato er turno de l’idraulico, Mosè. C’avevo ‘na perdita alla fontana. S’è piazzato là davanti e ha detto cose strane. A un certo punto te vedo l’acqua della fontana aprisse ’n due. Spaccasse proprio. E tutti li pesci dentro che stavano a mori’ soffocati. «Fermo!» gli ho detto. «Grazie Mosè, ma m’arrangio da sola.» 
E ‘nfine s’è presentato er veterinario, Abramo. La cagna mia c’aveva avuto i piccoli da poco. Si presenta a casa e gli dico: «Senta dotto’, la cagnetta mia ha avuto otto cuccioli, volevo…» Manco ho finito de di’ la frase che me risponde: «Il più grande dovrà morire». Io me lo guardo e je dico: «Ma che sei matto?». «Grazie Abrà, ma m’arrangio da sola.» 
«Come vedi Francè è un mondo de matti.» Il frate sorrise. Si stava voltando per andarsene e nonna Teresina lo prese per un braccio: «A Francè, guarda, io so brava eh, ma non so’ una santa. Mo che torni a casa, metticela ‘na buona parola per me col capoccione». Il frate annuì sorridendo, poi si congedò.

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