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La principessa nera

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Illustrazione di Agrin Amedì
«Quanto?» «30» «Ok sali.» «No, io no sali. Tu scende.» «Io scende dove scusa?» «Tu scende. Io letto dietro. Più comodo auto.»

«Quanto?»
«30»
«Ok sali.»
«No, io no sali. Tu scende.»
«Io scende dove scusa?»
«Tu scende. Io letto dietro. Più comodo auto.»

Così giovane, e già così addestrata a tenere testa a ogni cliente. Mi aveva colpito quella ragazza, una venere nera, lineamenti esotici perfetti, occhi a mandorla, labbra carnose, naso piccolo, gambe lunghe, pelle d’ebano. Un fiore in mezzo all’asfalto. E in mezzo allo schifo della notte in zona stazione. È lì che avevo carpito quello scambio di battute. Ed è li che la vedevo arrivare ogni sera, lei con le altre, non so con quale regionale, ma più o meno sempre alla stessa ora. Si piazzavano ognuna a un angolo diverso, sparse in tutto il quartiere, possibilmente sugli incroci. Ma era più forte di me: io guardavo sempre lei. E ogni volta che non era alla sua postazione non potevo fare a meno di agitarmi, perché significava che qualche cliente stava consumando la sua bellezza per 30 luridi euro che sarebbero finiti nelle tasche di qualcun altro. Qualcuno che era appostato a distanza, e che vigilava il numero esatto di clienti per non perdere di vista l’importo totale della serata. Non so esattamente quando e come l’ho deciso. So solo che una rabbia mi montava dentro ogni giorno di più e a un tratto non ho potuto più ignorarla e ho dovuto agire. Mi sono presentato in auto anch’io come cliente a inizio di serata, sperando di poterla trattenere con me il più a lungo possibile.

«Ciao.»
«Ciao belo.»
«Quanto vuoi per tutta la sera?»
«Tutta sera? Io no tutta sera, solo mezz’ora.»
«Ma io ti pago bene.»
«No, no possibile, io lavorare tutta la sera.»
«Ti do 300 euro. Li fai in una sera 300 euro?»

Capisco che è spiazzata. Guarda dritto davanti a sé verso il suo aguzzino.

«No, io più di 300 euro. Io doppio», rilancia. Hai capito la ragazzina… Una macchina da soldi. Capisco perché è guardata a vista e tenuta sotto stretta sorveglianza. Ma io 600 euro addosso non li ho. Passo al rilancio anch’io.
«Ok allora. Tutta la sera con me per 600 euro.»
«Prima soldi, poi vediamo.»
«Eh no, bella. Io ti dò prima la metà e a fine serata ti dò l’altra metà. Se no niente capito?»
«Va bene capito.»
«Ok torno tra poco.»

Riparto e vado verso lo sportello bancomat più vicino per prelevare la parte restante della somma. Ma che sto facendo? Non mi starò cacciando nei guai? Qualcosa nel retro-cranio mi dice di sì. È una follia. Cosa mi sono messo in testa? di fare il cavaliere senza macchia che armato del suo sdegno libera la bella principessa nera dalla più scoscesa delle torri? Sì, è proprio una follia. Forse dovrei avvertire qualcuno. Della serie: se non mi vedete entro domattina date l’allarme. Ma niente da fare. La mia parte razionale non riesce a scalfire una decisione presa mio malgrado, partita credo dalla pancia, o forse un pò più su, dal cuore. In fondo non voglio fare niente di male. Voglio parlare con lei. Solo parlare con lei, sento che ne vale la pena. Torno e lei non c’è. È dentro con un cliente. La mia pancia si ribella ancora. ‘Stai calmo’, mi ripeto. ‘Calmo’. Aspetto e intanto studio il circondario. C’è un energumeno nero col cellulare in mano a una 50ina di metri di distanza. Fa avanti e indietro sul marciapiede senza mai staccare gli occhi dall’angolo dove lei lavora. La sua postazione è al limite dei binari, dietro una vegetazione folta abbastanza da assicurare che l’attività si svolga al riparo da occhi indiscreti. Forse è con lui che dovrei trattare? Vediamo prima come va. Ecco che sbuca dal buio la mia principessa. Guarda prima verso di lui, poi verso di me. Un cenno della testa impercettibile tra i due mi fa capire che la mia offerta è stata comunicata.

«Portato soldi?»
«Certo. Ecco i primi 300. Poi gli altri.»

Li prende, li infila nella borsetta. Ci avviamo. La seguo nel buio. I fischi dei treni che partono, gli avvisi agli altoparlanti, i clacson… tutto lentamente diventa ovattato; la città, i rumori, il traffico sfumano in mezzo a quel canneto. Lei ha una torcia, la luce dei lampioni arriva troppo fioca, mi fa strada. Io la seguo in silenzio e non posso fare a meno di ammirare la sua figura così snella, così elegante, così perfetta da sembrare quasi disegnata. Sotto una pensilina divorata dalla ruggine e dall’oblio, per terra c’è un materasso lurido; accanto un rotolo di carta igienica, un mare di cartacce, un odore di piscio di gatto che fa vomitare. Con i movimenti felini di chi conosce palmo a palmo il terreno dissestato, lei si muove con disinvoltura sui tacchi. Si volta, mi guarda e dice: «ecco è qui». 
Ho speso 600 euro per parlare con la mia principessa in una discarica in mezzo a un canneto. Mette la borsetta con i miei soldi a tracolla, si stende sul materasso e si alza la gonna. «Ferma», dico. Le blocco la mano. È piena di strane cicatrici.
«Vuoi spogliare tu?»
«No. Non spogliare. Voglio parlare. Solo parlare.»
«Parlare? Io stanca. No voglia parlare.»
«Cosa hai fatto alla mano?»
«Caduta, ferita.»

Capisco che mente. È piena di cicatrici circolari, sembrano bruciature.

«Ti sei bruciata?»
«Senti tu chi sei? Cosa vuoi da me?»
«Niente, te l’ho detto. Voglio solo parlare.»
«Tu ha pagato per parlare?»
«Sì. Ho pagato perché era l’unico modo per avvicinarti. Ti guardo ogni sera quando arrivi alla stazione. Sei bellissima, e sto male a sapere che fai questo lavoro. Ti voglio aiutare.»
«Aiutare? Cosa aiutare? Io non crede te.»

È una sfinge. Bellissima e inespressiva. Non tradisce alcun sentimento, né paura né tristezza. Così giovane. Così bella. così dura. È diffidente, è una pantera ferita. Ma nei suoi occhi c’è un bagliore indomito. Come di chi è perennemente guardingo e aspetta solo il momento giusto per fare la sua mossa.
«Immagino quello che hai passato e mi dispiace. Ma voglio dimostrarti che non tutti gli uomini sono cattivi.»
«Invece sì, tutti uomini cattivi. Così anche donne diventano cattive. Mio padre picchiava mia madre. E mia madre picchiava me. Tutti cattivi. Io cattiva. Mondo è cattivo.»
«No, non ci credo. Non ci credo che sei cattiva. Sei troppo bella per essere cattiva. Lo sai che potresti fare la modella, l’attrice, per come sei bella?»
«Io voleva fare solo parrucchiera. Fare capelli afro, smalto unghie, trucco donne. Invece finita qua. Tu prende in giro me. Tu come tutti altri.»

È un muro di gomma, ma non importa. D’altronde non potevo sperare che si fidasse di me a primo colpo. Quello che importa è che stasera non avrà più addosso le mani di nessuno.

«Capisco che tu non ti fidi. Non mi conosci, non sai niente di me. Neanche io so niente di te. So solo che sei troppo bella e troppo giovane per fare questa vita. Quanti anni hai?»
«Benti ani.»
«Sul serio? Ora sono io che non ti credo, sei tu che prendi in giro me. Sei più piccola, si vede. Quanti allora? 14? 15?»
«Benti ani» ripete. L’hanno istruita bene.
«Allora perché non vai a fare la parrucchiera? Lo puoi fare sei maggiorenne. Puoi andare in un negozio e chiedere lavoro, far vedere quello che sai fare. Perché resti qui, in questo schifo?»
«Tu non sa niente. Tu non capisce.»
«Si è vero non capisco. Allora aiutami a capire. Hai i miei soldi, stasera ti darò altri soldi, puoi andare via se vuoi.»
«Tu non capisce niente. Se io scappare lui trovare e fare male me, fare male mia famiglia, mia sorela piccola, mio fratelo.»
«Ma perché dov’è la tua famiglia?»
«In Nigeria.»
«E come fanno a fare male alla tua famiglia se tu sei qui?»
«Loro fanno. Loro fanno. Tu non sai. Loro fanno.»
Le prendo la mano. «Anche questo ti hanno fatto loro?» E vedo che ha tutto il braccio pieno di cicatrici.
«Tu sempre domande. Basta domande.»
«Mi dispiace piccola mia, mi dispiace tanto», dico mentre le accarezzo e le bacio la mano.

Parlare? Mai nessuno mi aveva fatto quella richiesta. Per 30 schifosissimi euro vogliono le peggio cose. Mi toccano, mi insultano, mi fanno male. Da quando sono arrivata in Italia ho scoperto quanto brutali possono essere gli uomini. Quanto vicini agli animali. Questo mi ha dato tanti soldi. Se mi ha dato tanti soldi vuole farmi tanto male. Però nessuno mi ha mai accarezzato le mani. Nessuno mi ha mai baciato le mani. Solo mio nonno quando ero bambina. Penso a lui quando mi salgono addosso, penso a come mi sorrideva, a come mi teneva sulle ginocchia, così illumino il buio. Resto lì a fissarlo in mezzo alle foglie il buio, e mentre aspetto che ciascuno abbia finito non vedo niente, non sento niente, non dico niente anche se ho dolore. Penso al nonno, a come mi baciava le manine, a come sorrideva e giocava con me. Quest’uomo fa come lui, mi accarezza, mi sorride, mi parla. Ma non capisco cosa vuole da me.

«Voglio portarti via da questo schifo.»
«Portare dove?»
«Non importa dove, ma via da qui.»
«No possibile. Io pagare debito tanti soldi per mio viaggio qui. Se io no paga loro fanno male mia familia in Nigeria. Ora basta parlare. Ora io stanca», dice stendendosi sul materasso.
«Posso stendermi vicino a te?»

Così per 600 euro mi ritrovo steso su un materasso lurido vicino a questa dea della bellezza e dell’infelicità. Le foglie lunghe e fitte delle canne lasciano vedere spicchi di cielo e di stelle. Si vedono distintamente. «Guarda!», le dico. «Vedi quella stella la più luminosa di tutte? Quella è Venere, è la stella più bella. E vedi più avanti quel quadrato con la coda che sembra un aquilone? Quella è l’orsa maggiore. E vedi tutte quelle stelle piccolissime bianche? Quella è la via lattea.»
«Da noi si chiama ‘schiena della notte’ dicono anziani. Perché fatta da donna che lancia cenere nel cielo. E poi dicono stella Sirio in costellazione Magakgala…» 
Ha gli occhi che sono due pozzi profondi e se ci cado dentro rischio di annegare. La guardo mentre muove quelle labbra che sono due petali di rosa e il suo profilo d’ebano è perfetto, stella della notte, meraviglia del creato. «Raccontami ancora della tua terra» le dico, accarezzandole le mani. Lei rimane con lo sguardo fisso al cielo. «Vorrei essere lassù, da lontano mondo forse no cattivo.»
«Allora andiamo le dico questo tappeto è magico e può volare sai?» 
Lei ride, ride finalmente e io m’incanto. Resto sospeso tra quelle labbra, quei denti candidi e quello sguardo che finalmente si illumina.
«Volio vedere Roma, poi Parigi e Londra. Volio vedere mondo.» 
«Afferrati allora, si parte: Colosseo prima tappa. Sai cos’è il Colosseo?»
«Grande teatro di Roma?»
«Sì bravissima, dove in passato si facevano i combattimenti…»
«Adesso?» mi dice divertita
«Parigi! Prego, si accomodi principessa…»
Abbiamo volato. Volato davvero, restando immobili su quel materasso, occhi negli occhi, mano nella mano finché la notte ha vinto sul suo sorriso. Io ho vegliato, tutto il tempo ho vegliato il suo riposo, l’ho coperta con la mia giacca e le ho tenuto sempre la mano. E non so quanto tempo sono rimasto a guardarla finché gli occhi hanno retto. Poi sono crollato, e non avrei dovuto. A svegliarmi è stato un calcio nella pancia, e poi a raffica altri nella schiena. Al buio ho cercato la sua mano ma non c’era, era sparita.
«Bastardo lei dov’è? Ti spacco la faccia prima a te poi a lei.» 
E ancora pugni, dolore, sangue in bocca, non vedo niente. 
«Basta! Fermi!» urlo, e non faccio in tempo a respirare che mi arriva un cazzotto in piena faccia. 
«Dov’è lei? Dove?» 
Qualcuno mi afferra per il collo, sento il suo alito schifoso e intravedo dalla fessura degli occhi abbottati a stento una barba. 
«Lei è roba mia, capito? Dimmi dov’è, dov’è andata?» 
«Non lo so cazzo, non lo so. Era qui, sarà qui intorno, mi sono addormentato…»
«Bastardo è scappata», dice il barbuto continuando a scalciare mentre mi raggomitolo a terra cercando di parare quella pioggia di colpi senza fine. 
«Scappata?» mormoro a bassa voce. «Scappata…»

Quando, non so quante ore dopo, mi hanno ritrovato ero una maschera di sangue. La polizia nel suo rapporto ha scritto che mi avevano massacrato di botte, ma che sorridevo. Sì, sorridevo, nonostante il naso e le ossa rotte. Hanno pensato che ero ubriaco, perché non riuscivo a smettere di sorridere.

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