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Il letargo di Mariano Altarini

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Illustrazione di Agrin Amedì
«E cin’ sei se’ o’… scendo in squat, salgo in burpees, batto le mani, Planck invertito, ricomincio. Forza!»
Mariano Altarini è paonazzo già dopo il riscaldamento. «Non riuscirò mai a sopravvivere, non stavolta», pensa.

«E cin’ sei se’ o’… scendo in squat, salgo in burpees, batto le mani, Planck invertito, ricomincio. Forza!»
Mariano Altarini è paonazzo già dopo il riscaldamento. «Non riuscirò mai a sopravvivere, non stavolta», pensa.
«Braccia in alto, sedere in basso, braccia in alto, sedere in basso» se lo ripete come una filastrocca ogni volta che atterra sul culo, facendo tremare il pavimento. «Basta non ce la faccio più.» Una lacrima, poi un’altra. Sta piagnucolando. Gli cola il naso. Il sudore scorre lungo la maglietta bianca e forma una chiazza sulla pancia, sembra un panda o uno di quei grossi mammiferi in via di estinzione. Ha la lingua di fuori. Sente il cuore nelle orecchie. Sente la ciccia fare attrito con la tuta di Nylon. Nella disperazione prova ad afferrare il Gatorade. «Metti giù quella bottiglia, ti ho visto!», tuona la sua perfetta insegnante di fitness con gli addominali da guerriero spartano. Poi qualcosa gli stritola il petto. Si ferma. «Un momento, forse è un infarto.» Apre e chiude la bocca, vorrebbe gridare “aiuto” ma esce soltanto un fischio; il pavimento e il soffitto s’invertono, cerca di scappare, i piedi restano incollati al parquet… buio.

Mariano Altarini collassa alle 10,45 del mattino nella sala verde del Tevere fitness Center, mentre un rivolo di saliva gli cola lungo la guancia.
«Si è trattato di un attacco di panico, signor Altarini», gli spiega dopo un paio d’ore il dottor Tanzilli, primario in cardiologia del Policlinico Umberto I. «Deve perdere peso però, mi raccomando, lei ha il cuore di un sessantenne.» Detto questo gli afferra un lembo di ciccia dall’addome e lo spreme come una spugna impregnata di bagnoschiuma. «Suvvia, lei ha soltanto trentasette anni Mariano! Forza, ha tutta la vita davanti!»
Eccone un altro “Signor Altarini, lei deve dimagrire!”. Dimagrire. Dimagrire? Perché non c’aveva già provato forse?
L’ultimo esperimento fallito risaliva ad appena un mese prima: “La dieta dei gruppi sanguigni”.
«Tieni, qui sopra ti ho segnato le cose che puoi mangiare. E vedi di non sgarrare!», gli aveva raccomandato sua sorella Miriam. Dopo due giorni però la lista s’era appiccicata al croccante alle mandorle che Mariano teneva nella tasca del piumino e siccome all’ora di pranzo non sapeva più se a dover essere eliminata fosse la carne rossa o quella bianca, per scrupolo s’era fatto farcire dal salumiere un panino con salame e arrosto di tacchino.
Da ben cinque anni ormai si trascinava dietro una corazza di 130 kg, un’armatura di autentico tessuto adiposo e ora un attacco di panico gli aveva fatto guadagnare una settimana di convalescenza dal suo lavoro di gelataio a “Cioccolandia”.
«Signor Altarini lei deve riposare.» Riposare? E come? Non che avesse nostalgia del suo lavoro, ma stavolta era davvero a corto di idee. E quando era a corto di idee si innervosiva. E quando si innervosiva apriva la credenza e mangiava. E quando mangiava si sentiva in colpa. E quando si sentiva in colpa svuotava il frigo e dopo aver succhiato tutta la panna spray iniziava a grattare col coltello il formaggio ammuffito.
Il primo giorno, il cellulare l’aveva svegliato alle 7.30.
«Pronto ma’.»
«Pulcino di mamma come ti senti?»
«Sto bene sto bene, il dottore mi ha segnato delle gocce per restare calmo.»
«Io oggi ho da fare in chiesa, se passi di qui ho lasciato una lasagna nel frigo: solo panna, niente besciamella.»
«Ma’ ti ho detto che devo stare a dieta!»
«Guarda che fulmine. Meglio che prenda un ombrello. Ti saluto, ti saluto, ci sono Agnese e Lucia qui fuori.»
Come si fa a dire di no alla lasagna di mamma? E come si fa a dire di no al profumo di pizza che entra dalla finestra della cucina e che si mischia all’odore di trippa al sugo della sera prima?
Manco a dirlo, Mariano dopo un’ora si avvia a piedi verso casa della madre con un trancio di margherita. All’incrocio con via Scardelletti però si imbatte in tre studentelli che hanno fatto sega. Uno di loro, il biondo col ciuffo, coglie la palla al balzo: «Hey ciccione, prendimi lo zaino» e con un calcio glielo spedisce dritto sui piedi.
Mariano non sa cosa fare. «No… io non voglio prendertelo», balbetta.
Subito si aggrega il secondo, a cavalcioni su un muretto: «Zio, ma riesci ancora a vederti l’uccello?». «Batti il cinque», lo incoraggia il più mingherlino dei tre mentre sputa il fumo di sigaretta e tossisce. Si leva un coro di risate. Mariano allora si infiamma. Serra gli occhi. Poi si piega in squat, afferra lo zaino, si rialza, lo fa roteare per le bretelle e come un lanciatore professionista mira dritto alla testa del ragazzino a cavalcioni sul muretto, centrandolo in pieno. «Tu sei matto», gli dice il biondo; poi scappano tutti e tre con la coda tra le gambe.
Questo è ciò che il suo cervello ha proiettato sullo schermo dell’orgoglio ferito circa trenta secondi fa, più o meno, ma in realtà adesso Mariano, dopo essersi chinato a raccogliere lo zaino, sta lottando per sollevare un ginocchio gelatinoso franato a terra e ogni volta che prova a rialzarsi perde l’equilibrio cadendo sulla schiena. Mentre si rotola come una grossa foca a destra e sinistra e tenta di rimettersi in piedi, come se non bastasse, i suoi pantaloni si aprono in due mostrando il glorioso abbinamento della canottiera bianca infilata nelle mutande nere. Il cuore comincia di nuovo ad andargli a mille. I ragazzini intanto ridono sdraiati per terra. Mariano allora afferra subito quelle famose gocce e, dopo aver svuotato il dosatore sulla lingua, scappa via.
Arrivato di fronte a casa della madre è talmente sudato che il piumino gli resta incollato alle braccia quando prova a sfilarselo. Celebrando il solito rituale, dopo aver varcato la soglia va dritto in cucina, apre il frigorifero e afferra la lasagna. Stavolta però, anziché mangiarla la sbatte per terra e con le scarpe sporche di sugo corre in giardino sotto i rami del fico dove sta appesa la vecchia altalena. Quando prova a salirci sopra la fa crollare e col culo a terra si mette a fissare i rami che oscillano al vento. «Magari potessi nascondermi, magari potessi sparire per sempre», pensa mentre due farfalle bianche ,intrecciandosi, sbattono le ali su una foglia di fico. Quante volte le aveva acchiappate col retino e poi chiuse in un barattolo quand’era ancora un ragazzino agile e smilzo. Quante volte le aveva disegnate con le mani sporche di terra e vernice cercando di trovare il colore giusto. Perché le ali delle farfalle non erano semplicemente arancioni, gialle, celesti, rosse e rosa e questo Mariano lo sapeva bene. Bisognava osservarle sotto la luce del sole per capire come mescolare le tinte e ottenere la stessa tonalità.
Una goccia di pioggia intanto lo centra in mezzo agli occhi. «Allora non sono sempre stato un patetico ciccione», dice ad alta voce come se qualcuno stesse lì a sentirlo. «Allora non sono sempre stato un patetico ciccione!» Si alza in piedi. Altre due gocce sul naso. Poi un tuono e in poco tempo il ragazzone si inzuppa dalla testa ai piedi. Intorno a lui intanto si è formata una pozzanghera e fissando il suo riflesso nell’acqua sporca, Mariano pensa: «Forse anche io sono meglio di quello che sembra». Una scossa elettrica gli attraversa la testa. Deve scavare in quel punto del giardino, proprio lì dove si trova la pozzanghera. Corre a cercare una pala nel capanno degli attrezzi, la trova, inizia a fare una buca. Passa un’ora, poi tre, poi cinque finché non arriva la notte. Ma lui non si ferma e si fa strada attraverso il tunnel di fango e terra. Una vecchia torcia illumina ogni passo in avanti finché a un certo punto qualcosa lo fa inciampare. Come un astronauta rannicchiato nella sua capsula, ma dentro le viscere della terra, Mariano allunga le mani e inizia a tirare con tutta la forza che ha in corpo. È un manico di scopa spaccato e gli bastano pochi istanti per riconoscerlo. Suo padre lo picchiava con quello quando alle cinque di ogni pomeriggio tornava ubriaco dal bar. «Mio figlio è un frocio, passa il tempo a disegnare le farfalle», ripeteva col suo alito di alcol e legno. Fino a quando un giorno Mariano gliel’aveva fatto sparire buttandolo nel Tevere.

Intanto lì sopra trascorrono le ore mentre il ragazzone con la pala in mano sembra ormai inarrestabile. La madre ha denunciato la sua scomparsa ai carabinieri, ma a parte una lasagna spappolata sul pavimento, non c’è molto su cui basarsi.
Nella rete di cunicoli e anse, dopo due giorni, Mariano stringe tra le mani un anello d’oro. È la fede nuziale della moglie. Giada Calzari, era stata investita cinque anni prima da un furgone bianco nei pressi di via Cavour. L’autista, Marcantonio Preziosi, ubriaco, aveva offerto un lavoro a Mariano nella sua gelateria “Cioccolandia” perché lui si tappasse la bocca e la colpa ricadesse sulla donna. «Non hai nemmeno i soldi per pagare il funerale. Allora lo sai che facciamo? Offro io ma tu vieni a lavorare per me.» E che cosa avrebbe potuto fare? Era disoccupato da due mesi e non poteva permettersi nemmeno la più misera lapide.
Ma il manico di scopa e l’anello non sono le uniche cose che Mariano trova lì sotto terra. Riesuma la Barbie coi capelli rossi di Crystal Ball. «Questa è la Barbie più bella del mondo» aveva detto Miriam, sua sorella, non appena lui gliel’aveva mostrata. Le scarpe ortopediche misura 21 con cui aveva assestato un calcio negli stinchi a suor Giuseppina. La cartina geografica dell’Impero Romano che gli aveva regalato il professor Migliore l’ultimo giorno di scuola in V Ginnasio. La sua collezione di schede telefoniche con cui aveva denunciato ai vigili del fuoco decine di incendi fasulli in vie mai esistite e l’album dei calciatori 96/97 con una sola figurina mancante. Quando però Mariano si imbatte in un vecchio cappello da pescatore, lì decide di fermarsi. Non dorme e non mangia da sette giorni ormai. «Le femmine sono come i pesci, devi acchiapparle al volo, sennò vanno a cercare subito un altro verme», gli diceva nonno Costanzo quando lo portava a pescare sul Corese; poi gli disinfettava con l’alcool le ferite che il padre gli lasciava sulla schiena. «Se un giorno lo ammazzi non ti preoccupare, la colpa me la prendo io. Tu vieni da me e di’ soltanto “nonno l’ho fatto secco”.» Ma ormai suo padre è morto di cirrosi epatica e tutto ciò che resta di lui è una lastra di marmo senza fiori.
Così, stringendo tra le mani i suoi ricordi, come talismani, Mariano li dispone in cerchio e poi si addormenta.
Nei giorni successivi le foto segnaletiche del ragazzone sono ovunque: nelle stazioni della metropolitana, sui lampioni, nei bar, nei supermercati, nei negozi, in chiesa. Dopo tre mesi di ricerche, Mariano Altarini viene inserito nel registro delle dichiarazioni di scomparsa del comune di Roma.
Trascorsi due anni, il Tribunale ne certifica formalmente l’assenza.
La madre nel frattempo ha venduto la vecchia casa e si è trasferita nell’appartamento vuoto del figlio.
Nel contratto di compravendita ha inserito una sola clausola vincolante: “L’acquirente non deve in nessun modo ledere o rimuovere l’altalena dal vecchio albero di fico”.
Quando però il nuovo proprietario in primavera decide di dare inizio ai lavori per la realizzazione di un seminterrato, gli operai scoprono un labirinto sotterraneo. Seguendo il percorso raggiungono un cunicolo dove la rete di stradine si interrompe. Lì dentro trovano il corpo di un ragazzino smilzo, rannicchiato con qualche vecchio giocattolo e un album di figurine intorno. Tra le mani, stringe un retino per acchiappare le farfalle.

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