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Capitan Shunt

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Illustrazione di Agrin Amedì
Bip bip bip. Il suono ciclico e ipnotico del monitor cardiaco. Qualche buffo personaggio imbavagliato e incappucciato di verde intorno a me. Poi, finalmente, la mamma con i suoi grandi occhi azzurri anche se sotto ha la mascherina e il camice di protezione.

Bip bip bip. Il suono ciclico e ipnotico del monitor cardiaco. Qualche buffo personaggio imbavagliato e incappucciato di verde intorno a me. Poi, finalmente, la mamma con i suoi grandi occhi azzurri anche se sotto ha la mascherina e il camice di protezione. Ecco che mi prendono, mi girano, mi lavano, mi cambiano e mi visitano. Sono fissato con i pirati, perciò questo letto troppo grande e scomodo è la mia nave, l’ho chiamata Shunt, come il tubo drenante che ho nel cervello. Certi viaggi sono talmente ricchi di emozioni che dimentico di mangiare; per fortuna c’è quella strana soluzione energetica di plancton e acciughe frullate che mi iniettano direttamente in vena. I corsari verdi decidono che è arrivato il buon vento. Scendiamo abissi di ascensori pieni di lucine, affrontiamo tempeste di scale arrotolate e navighiamo per corridoi affollati, poi approdiamo su una strana isola: Neurochirurgia. Ho un compagno di bevute, un pirata poco più grande di me con una piccola bandana rossa che mal nasconde i 6-8 punti di sutura che ha in testa. Uno stramaledetto coccodrillo. Non riesco a scorgere l’intero orizzonte, ma sembra non ci siano pericoli. Mi rilasso. Mi godo perfino l’ora del pasto. Murene in agrodolce e sauté di vongole delle Bahamas. La cucina in questo buco di mondo è sopraffina. Vengo trattato come un re; vengono a farmi visita leggendari pirati che hanno solcato i sette mari, neurologi, fisioterapisti, chirurghi. Pure un oculista. Nessuno di loro se la passa benissimo: chi ha una gamba di legno, chi una benda nera sull’occhio, chi un uncino al posto della mano. Tutti, però, hanno un pezzetto della mappa del tesoro. Iniziamo insieme a organizzare la spedizione di ricerca. Siamo pronti per l’abbordaggio in una giornata molto calda. Il mare è calmo. Io non mangio da un po’ di ore per l’emozione. La Shunt, con le sue rotelle, scivola lenta lungo il porto ed esce nel mare aperto del corridoio. Saluto il mio vicino. Lui ricambia con una smorfia, una bestemmia e uno sputo per terra.
All’arrembaggio! Le vele si gonfiano e sgonfiano a seconda della direzione del vento, i miei quattro mozzi aggiustano immediatamente la rotta. La Shunt fila via che è una bellezza. Sono un po’ nervoso. Sono io al timone, io che devo trovare il mio tesoro. 
Arriviamo in vista del posto contrassegnato con la X: una grotta scura e fredda. Bisogna stare all’erta! Intorno, incagliati nella sabbia, strani relitti a forma di scatola, coltelli lucidi e affilati come quelli del mitico Barbanera. Sono improvvisamente stanco, di quelle stanchezze che ti salgono su dalle gambe. Deve essere una di quelle ripugnanti piovre oceaniche. Non riesco a resistere. Mi sento mancare. Il buio è illuminato da luci rotonde. Sicuramente i dobloni d’oro caduti dal forziere. Il tesoro è vicino. Poi è di nuovo buio.
Chissà perché proprio oggi mi vengono in mente tutti questi ricordi. È passato tanto tempo. Di quel periodo mi resta solo un po’ di mal di testa ogni tanto, ma la mia sveglia ora fa drin, non più bip, e la giunca sulla quale solco i sette mari adesso è una scrivania dove si affollano, uno sull’altro, i libri dell’università. Oggi mi laureo, mamma e papà non fanno che correre su e giù per la casa strillando per l’eccitazione. So che sono orgogliosi di me e spero che lo sarà anche Martina, che con quei capelli rossi e i suoi occhi color ambra mi fa girare la testa. Tra qualche ora sarò dottore in Medicina e chirurgia e l’unica cosa a cui riesco a pensare è: quale sarà il percorso di specializzazione giusto? Per ora so solo che sarò dottore, come mamma ortopedico e papà anestesista. Ma a essere sincero so come andrà, perché so già cosa scegliere. Sarò pirata! Ehm… pediatra.

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