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Serenella

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Illustrazione di Agrin Amedì
Serenella era fatta così, se qualcosa la incuriosiva doveva levarsi la voglia. Perciò quella domenica me la trovai di fianco sulla spiaggia del campeggio, tutti e due a guardare mio padre ammollo poco più in là che dragava la sabbia tirando una specie di rastrello.

Serenella era fatta così, se qualcosa la incuriosiva doveva levarsi la voglia. Perciò quella domenica me la trovai di fianco sulla spiaggia del campeggio, tutti e due a guardare mio padre ammollo poco più in là che dragava la sabbia tirando una specie di rastrello. «Che cos’è quella cosa?», mi chiese Serenella. E le spiegai con una certa pedanteria che era un attrezzo consistente in un intreccio di tubi e spuntoni metallici saldati a pettine, reticelle, cinte di traino e sacche di raccolta. Tutto fatto in officina da mio padre per catturare le telline in mezzo alla sabbia e farci gli spaghetti. Stavo a braccia conserte, nella brezza dell’estate, coi capelli biondi, un costume rosso, costole sporgenti e torace rachitico, mentre Serenella era tutta occhiali, frangetta scura, spalle strette e mani di farfalla. Portava un due pezzi arcobaleno completamente inutile visto che era piatta come una tavola. In faccia ancora non l’avevo vista bene e quando si girò verso di me mi colpì il viso lungo e furbo, il naso piccolo, le labbra rosse e un occhio scuro come la notte. Uno solo, perché l’altro, sotto la lente, era coperto da una benda o un cerotto, o tutt’e due le cose. Sinceramente perché portasse quella benda non mi interessava proprio, avevo solo voglia di vedere cosa avesse pescato mio padre. Così, quando tornò a riva, vuotammo il contenuto del tellinaro dentro il mio secchietto dei giochi. Serenella non aveva mai visto una cosa simile e insieme a papà le permettemmo di passare le mani tra le telline, un paio di granchietti, gusci vuoti di paguri, conchiglie. Rigettammo in acqua i granchi facendo attenzione a non farci mordere dalle chele, conservammo le conchiglie per giocarci e poi Serenella mi chiese se avremmo potuto tenerci due telline per farle aprire nella mano. Riempimmo d’acqua di mare le mani chiuse a conca e ci mettemmo a bagno le telline, una per ciascuno. Serenella si aspettava che il guscio si aprisse, mostrandoci la linguetta trasparente raspare la pelle e filtrare l’acqua salata, ma quelle erano spaventate e non succedeva nulla e ci stufammo. Allora le rilanciammo in mare, facendo a gara a chi arrivava più lontano. Chi vinse non lo so, però dissi a Serenella che con quella benda mi sembrava proprio un pirata. Lei si accigliò e strinse la bocca contrariata mentre io pensavo si sarebbe allontanata offesa. Invece rise forte, illuminandosi con tutto il viso e scoprendo denti piccoli, dritti e bianchissimi dietro a quelle labbra rosse. Rideva tutta, anche con gli occhi, ma io naturalmente ne vedevo uno solo. Quando ci voltammo verso la spiaggia, i nostri genitori, che non si conoscevano, si erano avvicinati tra di loro e ci guardavano parlottando. Venne fuori che il padre e la madre di Serenella erano nuovi del campeggio, che eravamo due bambinetti coetanei e lei portava la benda perché uno dei due occhi aveva un problema di miopia e si doveva sforzare più dell’altro per recuperare ed allenarsi. Insomma, l’occhio buono era quello coperto, e questa cosa ci misi tanto tempo a capirla. Dal canto loro, mamma e papà erano così contenti che  io finalmente parlassi con qualcuno e invitarono Serenella e i suoi genitori a cena da noi per mangiare le telline. Facemmo così, e tutto a un tratto ero contento senza saperne il perché.

Quell’estate, improvvisamente, prese una piega piacevolmente inattesa.

La mattina aspettavo Serenella in spiaggia col sedere sul bagnasciuga, mia madre alle spalle, guardando la risacca del mare lisciare e ripulire la sabbia, portare conchiglie vuote e riprendersele, sputare le alghe della notte, coprire con il rumore del riflusso le chiacchiere della gente sotto il sole. Se la giornata era limpida, col cielo azzurro e una bava di vento secco, il mare diventava più sincero, si schiariva e appariva il fondo. Poi arrivava Serenella e facevamo subito il bagno, ficcando la testa sotto l’acqua sbarrando gli occhi per guardare i pesci sotto che non c’erano; ma lei, si sa, poteva aprire un occhio solo. Facevamo poche decine di metri verso il largo, controllati a vista manco fossimo carcerati, con il mare che prima scendeva un po’, si approfondiva fino al collo e quindi risaliva in una secca dove trovavamo acqua più fresca e limpida. Arrivati lì facevamo finta di aver passato l’Oceano e ce ne stavamo seduti, immersi testa in fuori a guardare l’orizzonte. Sullo sfondo passavano le navi grosse, certe bianche, certe nere, che andavano verso Civitavecchia e dopo un po’ arrivavano le onde che ci facevano il solletico sotto il mento. Nella luce affilata vedevamo fino a Ostia, vedevamo tutta quella gente, i ragazzini strillare e prendere la rincorsa e tuffarsi nelle acque basse. E a sinistra c’era Lavinio, Anzio e Nettuno dove mio padre mi aveva portato a mangiare l’affogato all’amarena. Così immaginavamo i sogni della gente addormentata sotto il sole, annusavamo l’odore della pizza bianca e del timballo di pasta, udivamo le grida incomprensibili dell’uomo tutto abbronzato che portava il cocco ghiacciato nei secchi di plastica coperti dalle frasche, avvertivamo il calore delle macchine chiuse e arroventate buttate sulle dune della Litoranea. E fu lì che Serenella mi disse che una mattina la madre aveva trovato il sacco della spazzatura lacerato e tutte le bucce del cocomero, le buste del latte, le pagine vecchie del Messaggero e altri rifiuti sparsi a terra. Le dissi che era successo anche a noi e ad altre persone e che si sospettava fosse qualche animale della riserva di Tor Caldara che confinava con la pineta del campeggio. «Papà dice che dovrebbe essere una volpe», le rivelai; una volpe che la notte viene a cercare da mangiare vicino alle tende e alle roulotte. Questa cosa spaventò un po’ Serenella che già aveva paura ad andare da sola ai servizi comuni dopo che aveva sentito dire in giro dei topi che spuntavano dal buco dei bagni costruiti alla turca. «Ma non ti preoccupare,» le feci «le volpi, quelle sono furbe, escono solo a notte fonda». 

Poi venivano certi pomeriggi assolati pieni di cicale e sudore, così durante l’ora del silenzio avevamo il permesso di prendere la bicicletta e andare al recinto, dove cominciava la riserva naturale. Papà mi aveva costruito un sellino aggiuntivo, così caricavo Serenella dietro e pedalavo piano verso i pini alti e secolari e arrivati lì ci mettevamo a guardare nei cespugli per vedere se si vedeva qualche animale, magari la volpe, oppure un serpentello, lucertole e i ramarri verdi che si rincorrevano sembrando draghi e qualche gabbiano sfuggito alle correnti ascensionali che inesorabili li spingevano sempre verso l’alto. Ci potevamo stendere sull’erba secca e guardare verso il cielo, facendo finta che i rami della pineta intrecciandosi formassero le cornici di giganteschi quadri e se un aereo o un uccello ci passava in mezzo era come guardare alla televisione. C’era anche un fosso, lì vicino, basso e con un rigagnolo d’acqua quasi inesistente e putrida. Ci si sentivano gracidare le rane di notte, le stesse rane e rospi che adesso se ne stavano rintanati sotto le pietre a imprecare contro il sole. E lì a Serenella era venuta la fissazione di alzare un masso per farne saltare fuori qualcuna. Così prese una canna o un pezzo di ramo secco e fece leva, ma non ci vedeva bene per via della benda e allora fece una cosa proibitissima. «Non lo dire a mamma», mi disse. Poi si levò gli occhiali e si tolse il cerotto per mettere a fuoco meglio e trovare il punto preciso. Mi diede in mano la benda che non si doveva sporcare e ci fu un momento, un attimo solamente, che la vidi in faccia senza la benda e senza gli occhiali e mi sembrò un’altra bambina, col viso aperto, senza le deformazioni delle lenti, senza quel cerotto che le toglieva la simmetria alla faccia. Era la bambina più bella del mondo e nella pancia mi era esploso come un fuoco d’artificio. Lei si accorse che qualcosa era cambiato e si affrettò a calzare gli occhiali e puntare il sasso; lo girò ma sotto c’era solo la terra rossa della pineta. Così tornammo alle roulotte, con le ruote della bicicletta che alzavano la polvere dietro di noi in un frastuono di cicale, ronzii di vespe e pigne mature che cadevano dai rami disperdendo pinoli saporiti. Serenella aveva paura di cadere e così mi stringeva forte ai fianchi e io acceleravo, col cuore spaventato e la testa leggera nel calore dell’estate.

Le sere diventano fresche subito, dopo il mare del pomeriggio e la doccia fredda comune all’aperto con il sapone che scolava in una griglia a pavimento, e mi facevo accompagnare allo spaccio del campeggio da mamma o da papà se aveva staccato dal turno. Quasi sempre Serenella stava lì con i suoi e allora ci mettevamo vicino al palco dove spesso proiettavano un film o mettevano la musica da certe casse o amplificatori tutti rattoppati. Ma a me quel fracasso, i ragazzi più grandi, le luci forti non piacevano proprio e penso neanche a Serenella. Perlopiù ce ne stavamo a raccontarci quello che avremmo fatto il giorno dopo, quello che avevamo visto al mare, le gite in bicicletta alla riserva. Oppure cogli occhi al cielo, tre in tutto, cercavamo qualche stella cadente per esprimere un desiderio. E poi pensavo a quando l’avevo vista senza benda e senza occhiali e provavo di nuovo una sensazione allo stomaco che non sapevo spiegare e mi dava fastidio e mi piaceva allo stesso tempo. Dopo ce ne tornavamo a dormire, pensando che l’estate sarebbe durata per sempre, sarebbe durata per tutta la vita.

Invece un giorno al mare Serenella non arrivò e così costrinsi mia madre a domandare in giro cosa fosse successo, visto che la sera prima avevamo in mente di fare una gara a chi rimaneva di più sott’acqua e avevo proprio intenzione di vincere io. Da una signora anziana scoprimmo che improvvisamente era morta una nonna, così, senza nemmeno essere ricoverata in ospedale e allora i genitori in fretta e furia erano dovuti ritornare a Roma. Non sarebbero più rientrati, avevano troppe cose da fare adesso e i giorni di ferie stavano per finire e non c’era più la voglia di stare in vacanza. Avevano lasciato un numero di telefono per noi e nient’altro. Che altro c’era, in effetti? Così quel giorno feci il bagno da solo, ma non capivo perché non fosse più la stessa cosa. Poi andai in bicicletta, ma non era la stessa sensazione. E la sera rimasi in roulotte senza raggiungere lo spaccio, tanto già lì dov’ero potevo sentire la musica assordante e il chiasso della gente. Me ne andai a letto, ma non riuscivo a dormire. Chissà perché, pensavo, girandomi nel letto. Alla fine presi un sonno provvisorio, per svegliarmi di soprassalto nel cuore della notte. Doveva essere tardissimo, o prestissimo. Scostai le tendine, c’era una luna enorme che illuminava a giorno le piazzole delle roulotte e delle tende; nel cielo nero correvano stracci di nuvole che a volte si sovrapponevano alla luna stessa oscurandola e quando riappariva sembrava fosse uscito il sole. Mi alzai, che tanto non c’era verso di riprendere sonno. Sentivo il russare di mio padre e il respiro leggero di mia madre, l’aria ferma e il ticchettio della sveglia. La luna che strappava riflessi alle posate appese nel cucinino. L’odore della crema solare sugli asciugamani. Il pavimento di legno che gemeva. Aprii la porticina, ne entrò una lama di luce fredda, richiusi ed ero fuori. I miei non si erano svegliati. Fuori c’era la notte densa, dove nel silenzio profondo, sotto la luce di quella luna rotonda mi sembrava di sentire rumori dei quali non sospettavo minimamente l’esistenza. Sentivo i rovi carichi di more scure che crescevano nella brezza, le antenne delle lumache impazienti srotolarsi in attesa della rugiada del mattino, sentivo perfino la sabbia in sospensione nel mare che si depositava cadendo sul fondale dopo la mareggiata. E fu in quel preciso momento che in mezzo al viale si mosse quella sagoma scura che non avrei mai riconosciuto se la luce della luna appena uscita da una nuvola notturna non l’avesse investita in pieno, disegnando nero su bianco quelle orecchie di volpe, quel muso di volpe, quel corpo mezzo cane e mezzo volpe e soprattutto la coda, lunga e magnifica. Magica. La volpe mi guardò, ne sono sicuro, valutò che non ero pericoloso e si mosse lentamente, scomparendo sotto un cespuglio di alloro. E una parte di coda fu l’ultima cosa che vidi prima di cominciare a piangere, prima che le lacrime calde iniziassero a cadere dal bordo degli occhi fino a terra, depositandosi in piccole, salate pozzanghere. E mi sentivo come se mi fosse caduto addosso tutto il dolore del mondo, come se avessi perso la bellezza delle cose senza avere più la possibilità di ritrovarla. Rimasi così fino a quando all’orizzonte, sopra le creste dei pini immersi nell’oscurità, non vidi un po’ di chiarore rosso, come un’incandescenza. Era arrivata l’alba, e rimasi a bocca aperta perché non ne avevo mai vista una prima di allora.

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