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L’attesa

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Illustrazione di Agrin Amedì
La sala della tavola calda è fredda e la donna non ha tolto né il cappotto né il cappello. È seduta a un tavolo rotondo, in legno scuro, con sopra un piano bianchissimo. Non capisco bene se è marmo o se tutto quel bianco è il frutto di tinteggiature approssimative, come spesso si fa sui vecchi tavoli.

La sala della tavola calda è fredda e la donna non ha tolto né il cappotto né il cappello. È seduta a un tavolo rotondo, in legno scuro, con sopra un piano bianchissimo. Non capisco bene se è marmo o se tutto quel bianco è il frutto di tinteggiature approssimative, come spesso si fa sui vecchi tavoli. Le gambe, ben visibili sotto il tavolo, sono accavallate e avvolte in calze molto chiare, forse troppo per dei polpacci così vistosi. Le caviglie invece non si vedono ma, su una donna così giovane, saranno sicuramente sottili. Nel piattino, bianco, poggiato davanti a lei, non è rimasto neanche un pasticcino. Sicuramente ne ha ordinati un po’ da accompagnare alla tazza di tè o caffè tenuta con la mano destra che, a vederla da qui, sembra piccola, ma forse è solo coperta dal bordo di pelliccia grigio-scuro che avvolge la manica del cappotto. La mano sinistra invece è rimasta nascosta dentro un guanto nero, certamente di pelle. Se c’è un anello all’anulare, rimane segreto, oppure non ha sfilato il guanto solo perché fa freddo.
É già la terza volta che riesco a osservarla da vicino e ogni volta il cappotto verde che indossa mi sembra sempre più bello. La ingrossa un po’, ma le dona. È uno di quelli lunghi, ma non troppo, e mi dispiace che non si sia curata di sistemarlo quando si è seduta, tanto che da un lato quasi sfiora il pavimento. Bisogna stare attenti a queste cose perché le pulizie, soprattutto in locali come questo, non vengono mai fatte come si deve.
Il collo di pelliccia però lo trovo troppo voluminoso e la rende goffa. Se non si ha un bel collo lungo, è sbagliato sceglierne uno così importante.
Il cappotto, sbottonato, lascia intravede l’abito rosso con uno scollo abbondante, aperto su un decolté liscio, candido, quasi diafano, con solo una leggerissima ombra in corrispondenza del mento. Non è uno scollo ammiccante, direi che è composto.
Il rossetto è di un rosso deciso che distrae da un viso quasi anonimo, tondo e senza zigomi. Un piccolo viso teso, ma non preoccupato, con il trucco sugli occhi un po’ impiastricciato. Sarà uscita di fretta da casa, forse ha corso per prendere un tram e adesso, finalmente seduta, sta prendendo fiato.
Non mi sembra triste, ma solo persa dentro qualche suo pensiero. Non un pensiero profondo, ma uno di quelli che partono intensi e poi si frammentano, quasi subito, in pensieri più piccoli, e si perdono nella tua mente senza più alcun significato. Anche a  me capita spesso la stessa cosa.
Il cappello color senape però mi ha colpita subito, con la sua foggia tondeggiante, un po’ a cupola, e le falde cadenti ai lati come le orecchie di un bracco.
Mai piaciuti quei cappelli così mosci e trovo che intristiscono lo sguardo, mentre mi piace molto il vaso di vetro poggiato sul davanzale della vetrata alle sue spalle. Ha dentro della frutta così colorata da sembrare finta.
Sicuramente il termosifone color ocra alla sua destra, sotto un finestrone enorme, è rotto; altrimenti non avrebbe tenuto indosso il cappotto, il cappello e un guanto. È uno di quelli di ghisa che quando funzionano bene, sono sempre bollenti.
La scelta di sedersi proprio lì e di dare le spalle alla grande vetrata quadrata la capisco. Quell’enorme distesa di vetro è piena del buio pastoso della notte, e fa paura. Solo in alto, dallo stesso lato del termosifone ocra, il nero bituminoso si sfilaccia e lascia intravedere il riflesso di aloni luminosi in fila uno dietro l’altro, come un sentiero sospeso sul soffitto.
La curiosità verso quella donna sola si mischia improvvisamente al sapore grigio della malinconia che arriva da quella sedia vuota infilata con cura sotto il tavolo, esattamente davanti a lei.
Sono giorni che mi chiedo se attende o ha già atteso, se teme o desidera un arrivo, se è seduta lì da ore o se sta per poggiare la sua tazza bianca, alzarsi  e uscire. Ha indossato un abito rosso e un cappotto verde, i guanti e il cappello; e non si va in una tavola calda agghindata in quel modo se non devi incontrare qualcuno, o qualcuna. Sono una donna anch’io e in queste cose non mi sbaglio.
Lei però continua a restare inchiodata lì, in quella vuota tavola calda, emblema di una attesa che non finisce mai.
Non poteva essere altrimenti, visto che la signora che stava spiando in quella stanza n. XX del nuovissimo museo d’arte contemporanea della sua città era dipinta in un quadro:  Automat, di Edward  Hopper.
Come guardia notturna nel museo, Clara aveva la possibilità di girare indisturbata tra le sale vuote e godersi con calma quei quadri così “speciali” che la invitavano a entrare e immaginare le storie di chi li abitava. Automat, in particolare l’aveva colpita, perché  raccontava il peso delle attese sospese, quelle che ti riportano sempre allo stesso punto di partenza, come in un labirinto.
È tardi e il giro di controllo sta per terminare. Le caviglie sono gonfie, una scusa per fermarsi ancora un po’ e sedere sulla grande panca imbottita posta davanti al quadro.
Fuori dalla grande finestra del museo scorre una notte inquieta, fredda, come quella del quadro.
Clara rabbrividisce, tira su la lampo del giubbotto blu della divisa e pensa che sarebbe bello tornare a casa, avvolta in un cappotto verde con il collo di pelliccia, e non vedere più, seduto davanti a lei, il vuoto silenzioso di una vita attesa. 

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