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Un naso seducente

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Illustrazione di Agrin Amedì
Al corso da sommelier per perfezionamento in degustazione di champagne eravamo solo in cinque. L’insegnante, Francois Martel, era uno dei più famosi sommelier francesi chef de cave della famosa Maison Madame de Tolouse e avrei dato qualunque cosa per partecipare.

Al corso da sommelier per perfezionamento in degustazione di champagne eravamo solo in cinque. L’insegnante, Francois Martel, era uno dei più famosi sommelier francesi chef de cave della famosa Maison Madame de Tolouse e avrei dato qualunque cosa per partecipare.
L’evento si svolgeva presso un celebre Hotel solamente due volte l’anno e si vinceva un lauto premio finale. I camerieri all’interno della sala ci avevano riservato due tavoli allestiti con tutti gli attrezzi adatti a un corso professionale. Francois Martel ci aspettava tutti i mercoledì, seduto a capo tavola, dopo essersi tolto la giacca di eccellente fattura e la sciarpa di cachemire. Tutto il gruppo sapeva che non erano ammessi ritardi. Alle sette in punto la lezione iniziava.
Lo scorso mercoledì, però, entrò dopo di noi, e non si tolse la giacca.
«Oggi, ragazzi, è arrivato il momento dell’esame olfattivo» annunciò con accento francese. «La pratica è tutto, vediamo cosa sapete fare! ».
I bicchieri in fila indiana aspettavano come soldati al fronte: rassegnati e perfetti nel loro abito di cristallo rilucente. Erano in attesa del liquido che gli avrebbe dato identità e rigonfiato le pareti dei fianchi. Dovevano esprimere eleganza, superiorità. Soprattutto unicità. Francois ispezionò ciascun calice con attenzione. Il corpo massiccio e i capelli un po’ ambrati erano in contrasto con la raffinata gestualità, che durante le spiegazioni induceva i corsisti a un silenzio referenziale. Lo chevalier d’argento al mignolo esaltava il suo fascino.
«Nessuno deve guardare l’etichetta! Le degustazioni si fanno “alla cieca”. Ragazzi, lasciatevi andare! » disse. Ci sentivamo tutti piccoli di fronte a lui.
Il cameriere versò lo champagne prima di iniziare il rituale che ci avrebbe inevitabilmente messo in competizione.
Allo scoccare delle dita di Martel, avvicinai la flûte alle narici. Le mie mucose olfattive si inebriarono di un mondo lontano e oscuro.
«Allora? Cosa vi sembra di sentire? » ci chiese posando l’indice sulle narici.
«Io sento profumo di mela! »
«Io di fiori»
«Peperone!»
«Lampone e iris!»
Ci fu una pausa. All’appello mancavo io ma non mi uscivano le parole di bocca. Mi sentivo svenire come se la potenza dell’universo si scontrasse con me. «Ehi lei, capelli neri laggiù » disse Francois indicando la mia posizione. Mi aveva trovata, anche se tentavo di piegare la testa. Le gote rosse tradirono il mio imbarazzo.
«Io, monsieur Martel, in verità… Sento odore di malinconia», dissi. «Sento odore di acqua di lago, di quando mia madre mi portava in vacanza al nord!»
Poggiai sul tavolo la flûte, l’anidride carbonica si aggrappava alle pareti di cristallo sempre con meno forza. Il vino mi stava parlando mentre osservavo con attenzione la direzione del perlage, quelle stupefacenti bollicine che avrebbero fatto intendere, con la loro intensità e permanenza, la pregiatezza dello champagne. Riavvicinai alle narici il calice e inspirai di nuovo sezionando come un chirurgo tutti i sentori che mi stavano portando lontano.
«Capelli neri, continui pure», disse lo chef de cave.
«Ora sento odore di nonna Giulia, di acqua di Rose Roberts. E di erba fresca tagliata dietro alla chiatta del lago. E di legno dopo la pioggia… E di dita leccate che sanno di ananas. Non sente Martel? Datteri… Fuoco…»
Martel portò le dita sullo stelo della flûte come fosse un gioiello. Celo bene lo stupore per le mie parole. Lasciò scorrere qualche secondo prima di compiere la consueta operazione di valutazione della complessità e dell’intensità dei profumi. Era certo di saper interpretare con abilità l’eleganza degli aromi, la potenza profumi. Lui sapeva a mente tutte le procedure: era in grado di comprendere la successione verticale degli odori che toccavano le sue narici. Il suo naso non lo avrebbe mai tradito, avrebbe decodificato la complessità olfattiva di quel liquido.
«Martel, non lo sente anche lei?» feci sicura. «Martel, mi ha sentito? Ananas, datteri, fuoco.» Oramai avevo deciso di sedurlo.
Lui dapprima mi guardò negli occhi, poi tirò indietro i capelli.
«Non è possibile , ce ne pas possible… Some si chiama, mademoiselle?»
«Mi chiamo Lucilla» dissi slacciando il gancio della camicetta.
«Lucilla?»
«Ce ne pas possible, ce ne pas possible! Ananas, datteri, fuoco.. C’est superbe! Cameriere, prenda l’altra bottiglia per favore.»
Martel cominciò a fissarmi con insistenza, i suoi occhi neri avevano perso il senso di distanza che provavo i primi giorni. 

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