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Non dirmi più quello che devo fare

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Illustrazione di Agrin Amedì
Avevo notato i suoi occhi azzurri mentre mi toglievo la tuta grigia per prepararmi a entrare in scena. Mi ritrovo le sue braccia più lunghe delle mie tese verso di me. Una scintilla mi attraversa il corpo.

Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio di autobiografia diretto
da Rossana Campo per la Scuola Omero

 

Avevo notato i suoi occhi azzurri mentre mi toglievo la tuta grigia per prepararmi a entrare in scena. Mi ritrovo le sue braccia più lunghe delle mie tese verso di me. Una scintilla mi attraversa il corpo. Sudo, corro. Il mare blu dei suoi occhi si fa sempre più grande, più vicino, la barba bionda mi graffia il collo. Le lingue si attorcigliano, la mia mano risale lungo la sua nuca, gli afferro i riccioli corti, sento le sue dita affusolate premere sui lombari. Un boato mi esplode dentro, la collisione di un autobus contro un tir. Afferro il suo orecchio, gli stringo il lobo, bacio le sue labbra, mi ribacia, mi tirano giù dalle ossa del bacino. Piega le ginocchia anche lui, il suo braccio attorno al collo. Respiro il suo sudore, addento la nuca bagnata al tea tree oil e mandarino. Ha lo stesso profumo dei neonati, la sua pelle è un pan di spagna appena sfornato. Ci staccano come il guscio dal corpo di una lumaca. Lo guardo portarmelo via. Gli occhi sudano lacrime di abbandono, il mare dei suoi occhi si fa sempre più piccolo, fino a quando vedo due lucciole nella luce soffusa dei Par. Striscio viscido sul linoleum del teatro, sconfitto e accaldato, mentre i violini di Schindler’s List asciugano i nostri singhiozzi. Pausa sigaretta, corro a cercare il tabacco nella tasca della felpa, ne rollo una velocemente, me la infilo tra le labbra e spingo il maniglione anti-panico dell’uscita d’emergenza. «Geoffrey, enchanté. C’est très intéressant le travail que vous faites.» Ho il cuore che mi pulsa sotto il pomo d’Adamo. «Merci» gli sbiascico sottovoce, mentre cerco di recuperare il fiatone. 

G-e-o-f-f-r-e-y mi fa eco nella mente, mentre mi concentro sulla giusta ortografia in francese. Si è infilato una felpa col cappuccio blu elettrico sopra una canotta a coste bianca. I peli biondastri dei baffi si fanno sempre più chiari quando si avvicinano al contorno delle due labbra carnose. «Francesco», esclama marcando l’accento tonico sull’ultima sillaba «si tu veux on peut boire un verre ce soir, après le spectacle». «Volentieri», gli rispondo. I nostri sorrisi si sovrappongono mentre tira fuori un mandarino dalla tasca e s’intrufola nel cerchio degli altri ragazzi del workshop.

Il teatro Bobigny è una grande distesa di tappeto danza, diviso in strisce larghe circa un metro e unite insieme dal nastro isolante nero. La sala grande dove ci esibiamo può contenere oltre mille spettatori sui gradoni in ferro neri. Le pareti sono in mattone, nere anche loro. Sono a Parigi da due settimane, in un hotel adiacente al cimitero degli artisti. Ci resteremo ancora una settimana, quindici repliche di uno spettacolo di un’ora e mezza nei cui primi venti minuti cerchiamo di elevarci da terra indossando tacchi a spillo e biancheria intima. I registi, Stefano e Gianni, conducono un workshop prima dello spettacolo con giovani attori francesi. Dobbiamo camminare nello spazio fino a quando incrociamo lo sguardo di una persona che amiamo, dobbiamo correrci incontro e abbracciarci. Altri due performers si occuperanno invece di spezzare quell’abbraccio. Siamo in sedici, ci hanno selezionato lungo estenuanti esercizi fisici ed emotivi nel corso di un workshop in diverse regioni italiane. Ci siamo raccontati le nostre ossessioni, le nostre paure, i nostri perché a cui non troviamo risposta, vestiti in mutande e talvolta completamente nudi. «Avresti potuto metterla una mutandina color carne», ammonisce mia madre quando mia sorella le mostra le foto di scena su Facebook. «Ti ho insegnato l’educazione», incalza con lo sguardo sgomento nel vedermi nudo a carponi; Liliana che mi afferra per il cazzo e mi trascina sul proscenio per portarmi su due piedi e di colpo mollarmi e io casco senza alcun controllo appiccicato al linoleum. Stanza 112, la mia casa a Parigi si trova a Montmartre, a pochi passi dalla fermata Blanche del metrò. Per arrivarci passo davanti all’entrata del Moulin Rouge. Dovrei farci caso quando sono felice con il teatro che mi sfama e le palpitazioni prima di sdraiarmi per terra con un paio di tacchi a spillo Iceberg avvolti nello scotch e uno slip bianco. Mi guardo allo specchio sagomato da una fila di lampadine di luce calda, sgranocchio noci e frutta secca e rivedo la silhouette lunga e magra di Geoffrey, un nome troppo antipatico se lo traducevo in italiano.

Qualche settimana più tardi siamo seduti sui gradini della facciata della chiesa di fronte al bar San Callisto a Trastevere. Le gambe divaricate ricoperte di jeans, le nike blu ai piedi e io seduto tra le sue ginocchia alte, mentre con una mano afferro il polpaccio e con l’altra sorseggio una peroni da trentatré. Mi parla del teatro, dei piccoli progetti per le scuole che porta in scena con i suoi compagni d’accademia a Bruxelles quando trasporta la scenografia in un camioncino verde da un village all’altro. In Belgio gli artisti hanno la disoccupazione d’artista. Io devo invece sbattermi il culo ogni sera fino alle tre del mattino in un locale in Piazza in Piscinula a raccogliere bicchieri e gusci vuoti di pistacchio. I giorni in cui lavoravo lo lasciavo esplorare la città da solo, poi entrava nel bar, posava lo zaino per terra e si metteva seduto al tavolo nell’angolo, vicino all’entrata. Era un cliente misterioso straniero che veniva a trovarci quasi tutte le sere. Era il nostro modo per condividere lo stesso posto anche se io dovevo guadagnarmi la pagnotta. «Non farò tardi, se ti stanchi, ti lascio le chiavi e vai a casa.» «Tranquille, je veux une bière.» «Va bene, te la porto.» Ti porto la birra e il mais tostato, ti porto quello che vuoi, ti porto a vedere i Musei Vaticani e Galleria Borghese, ti porto in Puglia dove il mare ha lo stesso colore dei tuoi occhi, ti porto in alto, sopra l’altare della Patria a farci accarezzare dal vento. Se ne stava seduto, leccandosi le dita appiccicose di patatine salate e divorando pagine intere del suo Nationl Geographic. La sera ascoltavamo “Je t’emmene au vent” di Louise Attacque, sorseggiando vino rosso nella sala da pranzo della sua grande maison nel quartiere Gilles a Bruxelles. Era ossessionato dalle lampadine, dai paralumi che raccattava al mercato delle pulci des Marolles. Se ne andava con il suo berretto di lana bianco e blu, con una pallina sulla punta a gironzolare tra tazzine da caffè sbeccate e pietre preziose. La sua preferita era l’eliotropio, di colore verde scuro con piccole macchie rosse. Le collezionava un po’ ovunque, disponendole sui tavolini da tè o sul cornicione di un vecchio camino in disuso dietro il tavolo da pranzo in vetro che aveva trovato per strada. Aveva una cassetta degli attrezzi pesante e il pomeriggio presto dopo aver mangiato quinoa tofu e funghi mi versava il caffè dalla moka e mi infilava un cioccolatino fondente in bocca sui gradini che dalla sala da pranzo, poi scendevano qualche metro più giù nel giardino gelido dell’inverno belga. Bruxelles-Roma o Roma-Bruxelles. Acquistavo voli low-cost a tarda notte in attesa che quella litania di andate e ritorni continuasse per sempre. Viaggiavamo con gli zaini in spalla dove racchiudevamo i nostri sogni, i battiti di un amore adolescenziale tra i gate degli aeroporti. Avevo costantemente il respiro corto, trattenevo le lacrime davanti al metal detector, restituivo sorrisi davanti alla sua porta d’ingresso. Un’escursione termica tra un arrivederci e l’altro a un non si sa quando. Un altro check-in, un altro cappuccino di soia, un berretto in lana che mi rinfilavo nello zaino per conservare tracce dei suoi olii essenziali al mandarino, che «concilia il sonno» dicevi.

Roma, Musei Vaticani, gennaio 2014. Appena sveglio, sgattaiola giù in cucina a spadellare una quiche Lorraine. Movimenti precisi, accurati, col coltello dalla lama grande sul tagliere in legno. Ce la portiamo in spicchi enormi, ne assaggia un morso, si lecca i polpastrelli: «C’est bon» esclama, arricciando le labbra per articolare quel suono nasale veloce come un soffio. La divoriamo nella sala d’attesa prima che la lunga fila alla biglietteria varchi i tornelli. Nella cappella Sistina fa la stessa faccia sbigottita che mi si forma sul volto quando esco dalla stazione di Venezia. Siamo due bambini con la barba, increduli. Mi bacia il collo, io la guancia. Mi legge ad alta voce la descrizione della sua guida mentre cerco di non perdermi nessun micro movimento delle sue labbra. Restiamo sei ore nei musei, cammina lento, gli occhi spalancati negli atri all’aperto si fanno di un azzurro chiarissimo.
Una mattina, mentre mi chiedeva un consiglio sulla camicia da indossare per il provino di un film in costume in cui avrebbe recitato il ruolo di un colonnello delle SS, mi spalmo la pomade sulle dita e comincio a stenderla sui capelli. Li pettino ordinati verso sinistra, il naso all’insù, la carnagione chiarissima e un baffetto piccolo che brilla d’oro appena sotto le narici. «Merde, tu vas cartonner», gli sussurro all’orecchio. Non conoscevo bene il significato di quell’espressione, ma l’avevo imparata da lui; mi aveva mandato un sms prima che andassi in scena. Era un rituale puntuale tra noi due. Poco prima di scendere sul palco, ovunque io fossi e ovunque lui fosse, gli scrivevo: «Ti porterò in scena con me». E lui mi rispondeva: «Je suis avec toi aussi». Con lui mi sentivo al sicuro, protetto. Assorbito dalla sua energia davamo vita a un corpo unico, più grande e più forte. Quella mattina, mentre lui era fuori per il provino, resto nella sua casa a leggere riviste ed ascoltare musica. Aveva lasciato il pc acceso, apro google per andare a leggere la scheda dello spettacolo che aveva prenotato per la sera. Skype è aperto, arriva una notifica. «Tu fais quoi?» qualcuno scrive. «Ci siamo divertiti sabato sera! La maschera di maiale ti stava bene, quando torni a prenderti un tè? Io e Guillaume ti aspettiamo.» Chiudo gli occhi, mi porto le mani davanti alla bocca, per un tempo lungo ho smesso di respirare. Sono restato in apnea, mi sentivo a 400 mt sott’acqua dove neanche più la luce è capace di arrivare. I suoi discorsi sulla libertà, sul non appartenere a nessuno, i weekend interi in cui non rispondeva al cellulare. Le sue richieste di andare sempre nei posti dove ci fossero altri ragazzi gay da conoscere, i suoi sguardi lanciati agli sconosciuti mentre io gli stringevo la mano. Chi è il vero Geoffrey? Il sognatore o il traditore? 

«E poi?» Il dott. Ezio si dondola sulla poltrona. «Come è finita?» Guarda l’orologio, credo che i quarantacinque minuti stiano per scadere. «Una sera sento lo squillo di Skype. Ehi Frà – non pronuncia mai il mio nome abbreviato, di solito si diverte a chiamarmi amore, con la erre strana come lo sguardo che intravedo dalla telecamera. Mi sento piccolo, le braccia raccolte sul divano – è da tanto che non ci sentiamo, non mi rispondi neanche più ai messaggi. Sì lo so, annuisce. Devo essere chiaro con te, devo dirti quello che succede.» «Che cazzo sta succedendo», urlo in italiano allo schermo del mio Mac. «Lo so, quello che sto per dirti ti ferirà. Ma non credo che proviamo la stessa cosa. Non ho più voglia di fare l’amore con te. Credo di avere bisogno di altro.»

Silenzio, je sais je sais c’est horrible mais c’est comme ça. Ascolto il silenzio sul divano rosso dove ci siamo addormentati con i vestiti addosso. «Va bene», sbiascico. «Lo avevo capito», riprendo il fiato, «se vuoi la verità, mi sono stancato di rincorrerti, ho perso l’entusiasmo anch’io». 

Non ho più voglia di parlare, mi lascio guardare in lacrime, non ho più neanche la forza di nasconderle. «Buona vita», è tutto quello che riesco a dire mentre mi tolgo il cappello di lana bianco e blu con una pallina sulla punta, lo lascio cadere per terra e lo guardo per l’ultima volta nei pixel della videocamera. Gli faccio ciao con la mano, mentre fisso sfocata l’icona rossa con la cornetta abbassata. 

«Ne pleure pas, Fra.» 

«Ciao Goffredo.»

Clicco. Chiamata terminata. Non dirmi più quello che devo fare. 

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