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Le pasticche e un girasole

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Illustrazione di Agrin Amedì
Stasera mentre sto aprendo piano piano la porta di casa ho un grande girasole sotto il braccio. L’apro così piano da sembrare un ladro ma in realtà tutto ciò che vorrei rubare è la sorpresa nei suoi occhi e in quelli di Giulia.

Stasera mentre sto aprendo piano piano la porta di casa ho un grande girasole sotto il braccio. L’apro così piano da sembrare un ladro ma in realtà tutto ciò che vorrei rubare è la sorpresa nei suoi occhi e in quelli di Giulia. Riesco a chiudermi la porta dietro senza il minimo rumore, mi dirigo in punta di piedi verso la cucina dove appoggio zaino e cappotto; poi sempre cauto passo al salone dove già sapevo di trovarle. Quando, prima di apparire, mi nascondo dietro alla colonna e mi affaccio, l’interruttore del mio corpo si spegne e il girasole che ho in mano perde il suo primo petalo. La bambina è addormentata sulla fila di cuscini che ogni sera distribuisce a terra davanti alla televisione; sua madre, invece, è sdraiata dietro di lei sul divano con lo sguardo che fa ping pong tra lo schermo e il tubetto di pasticche che c’è sul tavolo di fronte a lei. Tutto in regola, il dottore le ha detto «ne deve prendere due ogni giorno signora; quello che non è in regola, signora, è fissarle così avidamente e volersele scolare tutte d’un fiato». 

C’ho una voce dentro che urla: «Cazzo, portale sto fiore che ti risponde con quel sorriso svampito e se ne dimentica un’altra volta». Ma il mio corpo non si muove perché il mio corpo urla: «Cazzo, c’hai tua figlia che ti dorme davanti; guardala questa ragazzina e scegli di vivere pure senza il fiore». Io userò questo spazio di tempo che mi divide dal fare qualcosa di giusto o sbagliato per sentirmi libero di dire quello che penso. Mi sento un uomo sconfitto, non perché non ho più armi per combattere ma perché non mi va più di combattere. Mi sono sempre rialzato, sempre, ogni volta che mi sparava in petto la sua sofferenza, quella che ho capito essere essenzialmente un’esistenza penosa. Dopo che passi anni ad accumulare solo e soltanto le tue piccole inutili quantità di dolore perché salti dentro un vortice di compassione e autodistruzione, diventi spazzatura. E non c’è amore che regga, non c’è amore che può salvarti quando tu non ne hai per te stesso. Diventi la spazzatura che neanche i cani vogliono mangiare. Anzi, ci pisciano sopra. E io a dirla tutta sopra i nostri 25 anni di matrimonio ci piscerei volentieri sopra. C’abbiamo speso cento euro a persona per festeggiare l’anniversario ed eravamo in 80; c’era il sole, c’era l’agriturismo, c’erano le galline e i cavalli, le rose e gli ulivi; c’erano i salumi, le bruschette e i fritti, c’erano le tagliatelle ai funghi e le pennette all’arrabbiata, c’erano il pollo coi peperoni e le salsicce alla brace; c’era il vino bianco, quello rosso e il limoncello per digerire; c’era la vita tutta intorno, poi uno guardava te e vedeva la morte. 

Tutti i giorni per nove mesi ho sognato di stringerti la mano mentre ti sforzavi di mettere al mondo nostra figlia, ma l’unico sforzo che hai fatto è stato trovare abbastanza voce per gridarmi addosso che volevi stare da sola. Ti hanno dovuto tagliare la pancia e hai avuto il coraggio di deprimerti pure per una cicatrice piena d’amore. Hanno messo Giulia nell’incubatrice perché era uno scricciolo e quando l’infermiera mi ha detto che i piccoli nati sottopeso faticano più degli altri a conservare il calore sono scoppiato a ridere così forte che mezzo ospedale si è girato a guardarmi. Ho riso, isterico come sono ora, perché quella pancia me l’ero immaginata come una cella frigorifera per nove mesi; avevo messo in conto che Giulia potesse morire lì dentro, perché non capivo come una persona che respirava a stento potesse avere ossigeno per due; e avevo messo in conto che anche se fosse nata sarebbe vissuta ben poco per via di seni da cui sgorgava un latte amaro quanto un liquido tossico. Ma è uscita e io ho scelto il nome, io l’ho tenuta in braccio di notte quando piangeva, io l’ho accompagnata a scuola, io ho costruito castelli di sabbia insieme a lei, io le ho tenuto la mano sulle strisce pedonali, io le ho comprato i regali di Natale, io le ho insegnato a nuotare, io l’ho convinta a non avere paura di sua madre. Io l’ho aiutata fin da subito a liberarsi, non di te, ma dell’idea che tu potessi minimamente esistere. Ho lasciato che ti volesse bene ma le ho fatto ben capire che non sei utile a nulla e a nessuno.

Il girasole che ho in mano ora ha solo un petalo e io mi accorgo che in qualcosa siamo uguali: io e te siamo due egoisti. Ho continuato a nutrirmi del tuo malessere perché fa schifo prendere atto del fatto che hai scommesso la tua vita su un giocattolo irreparabile, ma ti dirò che nello spazio di questo tempo che mi divide dal fare qualcosa di giusto o sbagliato io scelgo di essere libero. E mi sento infinitamente libero quando butto quel mezzo fiore a terra e rimango fermo a osservarti mentre prendi quel tubetto, ingoi tutte quelle pasticche e chiudi gli occhi per sempre. 

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