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Solo una macchina

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Illustrazione di Agrin Amedì
Moderatamente ubriaco, sventolo in aria il telecomando della mia macchina e do per scontato che due lampi arancioni mi consentiranno di individuarla nel mare di automobili parcheggiate alla cazzo di cane.

Moderatamente ubriaco, sventolo in aria il telecomando della mia macchina e do per scontato che due lampi arancioni mi consentiranno di individuarla nel mare di automobili parcheggiate alla cazzo di cane. A quanto pare è la mia serata perché un segnale luminoso ha appena disegnato un fulmineo alone di luce nell’angolo più estremo del parcheggio. Tiro un sospiro che genera una nuvoletta di vapore. I sensi, anche se alterati dall’alcol che mi corre nelle vene, mi suggeriscono che la temperatura non deve essere troppo lontana dallo zero. Mentre svicolo tra una macchina e l’altra pregusto i sedili riscaldabili della mia Fiat 500 Abarth, modello Rivale 695, edizione limitata, 350 esemplari prodotti in tutto il mondo di cui uno dei 175 pezzi cabrio è proprio il mio. È bellissima. La distingue il riflesso opaco della luna sul tettino che conferma, con un certo orgoglio da parte mia, la brochure davvero suggestiva che avevo finto di ignorare in concessionaria e che recitava: “Segui la rotta dell’estetica”. Impugno la maniglia dello sportello. Poi sento una voce alle mie spalle o al mio fianco dire: «Ma te li fanno i pompini dentro questo catorcio?». Mi volto con cautela. Alle mie spalle e al mio fianco non c’è nessuno. Faccio per entrare in macchina ma un colpo di clacson mi fa sobbalzare. «Ehi, bello, dico a te! Hanno il coraggio di farteli o no?». Alzo gli occhi al cielo. Cazzo, le allucinazioni no, adesso no. L’automobile davanti alla mia è una Nissan Micra bianca vecchio modello, probabilmente del 2003 o 2004, molto simile a quella che mio padre mi regalò per i miei diciotto anni. La voce proviene da quella parte. «Che, non mi riconosci più, bello?». Stropiccio gli occhi e mi avvicino alla Micra. Scruto attraverso il parabrezza ma dentro non c’è nessuno. Dall’interno parte un pezzo rock a tutto volume. Sobbalzo di nuovo.
«E questo? Ti dice qualcosa?»
«Tentì, degli Eiddisicci», sbiascico.
«Più o meno. Che serate, eh?»
«Ma chi parla?»
«Come chi parla? Adesso mi vuoi dire che tutti quegli anni in cui mi sono dovuto sorbire le tue pippe mentali hanno portato a questo? Non credo di meritarmelo».
Il cofano della Micra si solleva e uno schizzo d’olio finisce dritto sui miei pantaloni. Faccio uno scatto all’indietro e finisco con i mocassini dentro una pozza di fango. Barcollo, ma riesco a tenermi in piedi.
«Ben ti sta, stronzetto».
A parlare è proprio la Micra, non ho dubbi.
«Sono pantaloni Jarc Macob. Hai idea di soca fignisica?».
«Eh?».
«Marc Jacob. I miei palantoni. Pantaloni».
«Uh uh, ma ti senti? Bello, l’ultima volta indossavi bermuda e calzini bianchi…» 
Tiro un calcio sgangherato sul paraurti, poi la gamba d’appoggio cede e mi ritrovo in ginocchio sul terriccio, il volto all’altezza dei fari. Ho le mani imbrattate di olio vischioso. Parte un colpo prolungato di clacson che mi colpisce come un pugno.
«Shhh! Fa silenzio! E se ci vede qualcuno?»
«Ehi bello, tu faresti la figura dell’ubriacone ma io… Beh, io sarei semplicemente sorprendente. Hai mai sentito parlare una macchina?»
«Sei… Sei la mia Micra?», dico mentre tento di rialzarmi.
«Proprio lei. Quella che hai venduto per sostituire con… A proposito, con cosa mi hai sostituita? Non dirmi con questa roba da fricchettoni!». Il faro destro della Micra illumina la mia Abarth. È bellissima.
«Mi dispiace,» dico con una punta di sarcasmo «eri… Eri vecchia, ecco».
«Mi dispiace un cazzo!»
Il cofano si apre di nuovo e sputa contro il mio petto un getto di vapore talmente rovente da lacerarmi la camicia.
«Basta, maledizione!»
«E questa di che marca è?»
Scandisco bene le lettere, due dita sulle tempie. «Comme de garçons»
«Sei patetico».
«Ah, il tuo nuovo padrone come ha preso le caccole ormai cementificate sotto il sedile?», ridacchio.
«Ci si liscia le unghie»
Pausa. Mi chiudo con le braccia sul petto. Sto gelando.
«È da tanto che non ci vediamo», dice.
«Beh, sì. Che saranno, una decina d’anni?»
«Credo. Dai, monta su. Stai tremando.»
«Ma non sei più la mia macchina, non posso.»
«Sei cambiato, bello…»
«Beh, sono cresciuto. No?»
«E io sono invecchiata, ma vado ancora forte. Senti qua!»
La Micra si accende, il rombo del motore è assordante ma piacevole. Riconosco la marmitta che comprai apposta per lei. Dio quanto ero figo.
«Roba da matti, eh?» dice la Micra. «Quante ne hai fatte impazzire con questo suono?»
«Non so… Quante?»,
«Una decina, come minimo. Te la ricordi Francesca?».
«Ehm… Sì, Francesca!».
«Beh, anche io. Avete messo a dura prova le mie sospensioni, vecchi maiali. Che donna straordinaria. Che fine ha fatto?»
«È al secondo marito. Due figli. Uno per matrimonio, s’intende».
Dall’autoradio parte Ti amo di Umberto Tozzi. Io mi guardo intorno, moderatamente agitato.
«Romanticone», dice.
«Spegni la musica, cristosanto». La Micra obbedisce.
«Ah, se ripenso ai sacrifici che ho fatto per te» dice.
«Ma se mi lasciavi a piedi una volta no e l’altra pure.»
«Una volta sì e l’altra no.»
«Una volta sì e l’altra pure.»
«È perché ogni tanto mi stavi un po’ sul cazzo. Ho sete ho sete, cercavo di farti capire; oppure mi fanno male le ruote mi fanno male le ruote, ma tu niente. Mi ignoravi. Appena vedevi un rettilineo diventavi scemo. Eri un morto di fame. Cinque euro stropicciati di benzina per volta. Però ti volevo bene. Dio mio, quanto ci divertivamo!»
«Era un periodo un po’ agitato della mia vita, avevo vent’anni.»
«E guardati adesso. Giacca, camicia, scarpe eleganti, macchina da trentamila euro. Puzzi di un alcol di qualità. Non me lo aspettavo. Hai fatto i soldi, per caso?»
«Ma no, che soldi… È che ho voluto darmi un fono.»
«Un tono, semmai.»
La Micra sbuffa una folata di gas nero dalla marmitta che finisce precisa contro la mia Abarth. Poi spegne il motore. Digrigno i denti e colpisco la Micra con un pugno ma il cofano è bollente e ci lascio sopra uno strato di pelle. Trattengo un grido.
«Sì, un tono. Sai, con il nuovo lavoro guadagno un po’ di soldini e… Ecco, volevo una macchina… In gamba, di bella presenza…» I tergicristalli si sollevano e un getto d’acqua gelida mi colpisce in viso. I capelli mi si appiccicano sul collo e sulle guance e sento il cervello bruciarmi. In compenso guadagno lucidità.
«Ops, m’è partito. Non ti avrò mica rovinato i capelli di Loro Piana?»
Mantengo la calma.
«Credevi che liberandoti di me saresti diventato grande. Quanto sei coglione. Lo sei sempre stato un po’ coglione. Non ti è mai saltato in mente che io sono solo una macchina?»
«Che cosa vuoi?», le dico.
«Dai, sali un attimo. Non essere timido. Il riscaldamento ancora mi funziona»
Lo sportello della Micra si apre lentamente. La guardo male, poi guardo anche la mia Abarth come a chiederle perdono. Il pensiero di un getto d’aria calda sparato sul mio volto è mi spinge a entrare. Mi siedo al posto del guidatore. Il calorifero è acceso al massimo e mi dà sollievo.
«Allora bello, che te ne pare?» La voce della Micra rimbomba nell’abitacolo.
Sfioro il volante, poi il cambio, la radio. Accarezzo il sedile passeggero. È rimasto tutto come era prima. Nascondo un sorriso.
«Guarda qua!» dice la Micra. Uno schermo luminoso che non avevo notato si illumina. «Ta- daaaan! Adesso ho un navigatore. Lo so, non dirmelo. Il mio padrone mi vizia. Ma che ci vuoi fare? È così bello. Ti segna pure gli autovelox e i posti di blocco. Guarda, ce n’è uno proprio nei pressi di casa tua. Tu non mi hai mai fatto un regalo così… Però eravamo una cosa sola e certe cazzate non ci servivano, la strada ce la trovavamo per conto nostro.»
Ammetto a me stesso che la Micra ha ragione. Mi volto a fatica verso i sedili posteriori. Li studio per qualche istante, poi distolgo di scatto lo sguardo colpito da una visione improvvisa. Questa macchina mi soffoca.
«Senti, io adesso devo proprio andare. Mi ha fatto piacere rincontrarti.»
«Aspetta! A proposito di polizia… Ti ricordi quella volta che ci hanno fermato per eccesso di velocità? Ti hanno fatto la multa ma tu gli hai detto una battuta…»
«Non ricordo». È una bugia. Lo ricordo benissimo.
«Sì, ci siamo ammazzati dalle risate. Avevo il fiatone e le ruote mi facevano un male cane, ma non me ne importava nulla perché non ti ho mai visto ridere così tanto. C’era Francesca con noi, giusto?»
«Boh, può essere.» Sì, c’era anche Francesca.
«Ah, hai rimosso proprio tutto? Sei proprio cambiato, bello mio. Hai fatto bene a darmi via. Tanto sono solo una macchina».
«Ti ho detto che non mi ricordo! Adesso devo andare». Scendo dall’automobile e sbatto lo sportello.
«Così conciato, mi ricordi il te di un decennio fa». Mi guardo gli abiti sporchi e strappati. L’acqua mi si è gelata in faccia. E puzzo. Faccio davvero schifo, devo farmi una doccia.
«E delle cannette che ci facevamo sui sedili di dietro, ti ricordi?»
«No.» Sì.
«Di quel giorno che non siamo tornati a casa perché ti avevano bocciato all’esame?»
«No.» Sì.
«Di quando mi hai nascosto che stavi per darmi via?»
«Basta!»
«Ehi bello, sono solo una macchina!»
Tiro un calcio sul paraurti della Micra. La targa cade a terra. Si attivano i tergicristalli, l’antifurto, le quattro frecce e l’autoradio suona al massimo una cover di Tiziano Ferro. Io salto sulla mia Abarth e corro via.

Nel viaggio di ritorno verso casa la sbronza mi è scesa e ripeto la battuta di cui mi ha parlato la Micra. Non mi fa più ridere. Il freddo non mi dà pace e avanza lungo gli arti, nonostante l’aria calda che esce dai bocchettoni. Dallo specchietto retrovisore sbircio i sedili posteriori e penso all’ultima volta che c’ho fatto l’amore con Francesca. Era al quarto mese di gravidanza, e non fu granché. Mentre spingevo dentro di lei, attento a non premere sulla sua pancia, le mie lacrime cadevano sulle guance di Francesca e si univano alle sue in un unico rivolo che scivolava sul vellutino. Avevamo già sbrigato le pratiche per il divorzio, lei mi aveva detto di aver conosciuto un uomo e io le chiesi “Perché, io cosa sono?”, ma volemmo fare l’amore lo stesso, in macchina, come quando eravamo ragazzini. Senza accorgermene affondo il piede nell’acceleratore della mia bellissima Abarth e raggiungo i centoventi chilometri orari in tre secondi e tre.
«Ehi,» dico alla mia Abarth battendo un colpo sul lunotto «stiamo andando forte, vero?». Nessuna risposta. «Ehi!» la colpisco con tre quattro colpi più vigorosi «ce l’ho con te!». Comincio a piangere. La macchina non risponde. «Perché non parli?» La battuta di quella notte di dodici anni fa che dissi all’agente fu memorabile ma non mi fa più ridere. Piango più forte e ho freddo. Imbocco sgommando la via di casa e in lontananza vedo il contorno di un uomo in mezzo alla strada con la faccia da cretino che sventola una paletta rossa. Il posto di blocco. La polizia.
«D’accordo. Adesso ci divertiamo un po’. Tieniti forte, tesoro». Tiro la mia Abarth al massimo. La mia Abarth è un treno con le ruote. Il motore è una sinfonia meravigliosa. Il cuore mi batte fortissimo, il freddo corre sulla mia pelle. Apro il finestrino e mi lascio schiaffeggiare il volto gelido dal vento gelido. «Che te ne pare? Adesso ti faccio ridere, sta a sentire» grido contro il volante mentre sbatto i denti e mi asciugo le lacrime dense e fredde. La mia Abarth non risponde. Inchiodo a pochi metri dall’agente con la faccia da cretino.
«Non andavamo un po’ troppo veloce, signore?», dice l’agente che arriccia il naso e fissa con espressione incuriosita i miei abiti lacerati e sporchi, i miei capelli collosi. Il mio odore. «Serata agitata, o sbaglio?»
Mi limito a fissare il volto da cretino. Ho la fronte bagnata di sudore e il fiatone.
«Decida lei,» prosegue l’agente che intanto si è appoggiato con i gomiti sullo sportello con un sorrisetto inutile «alcol test o multa».
Prendo aria, ci siamo. Pausa. Fisso i suoi occhi inespressivi. Non mi esce niente.
«La prego,» piagnucolo «faccia quello che vuole».
«Scenda dall’auto.»
Io eseguo. Ho un’espressione colpevole. Il freddo mi tramortisce di nuovo. Ripenso alla battuta. In effetti, non fa più ridere.

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