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Illustrazione di Agrin Amedì
Eravamo a Roma. Nella bella Roma. Del cavolo. Erano i Campionati del Mondo di Scherma del 1982. Annata del cavolo. Posso ancora sentire il caldo italiano di quell’anno.

Eravamo a Roma. Nella bella Roma. Del cavolo. Erano i Campionati del Mondo di Scherma del 1982. Annata del cavolo. Posso ancora sentire il caldo italiano di quell’anno.
Io ero forte, alto e ben piazzato. Non è una colpa, ero così. Avevo avuto buoni risultati ed ero nella squadra tedesca. Matthias Behr, 195 cm e 85 kg. Un omone, sì, lo so bene. Lo sono sempre stato, fin da ragazzino. Volevano facessi pallacanestro, ma feci scherma: fioretto. Non è una colpa, no? Sono anni che ci penso. La vodka. Quella marca. Quando sono al supermercato e passo davanti a una bottiglia di Smirnoff mi ritorna in mente tutto. Sì, lo so, non dovrei. Sì, lo so, ci sono tecniche per non ricordare. Io ricordo. Ricordo tutto ed è brutto.
Non dite nulla voi, qui, in questa palestra della piccola Tauberbischofsheim. Cosa ne sapete, voi? Voi che non siete mai stati a Roma. Voi che non siete mai stati a un campionato del mondo. Voi che non avete mai incontrato l’Unione Sovietica. Voi che non avete mai ucciso nessuno. Cosa ne sapete, voi?
Ero in pedana e facevo il mio dovere, che non era uccidere. Lo so. Lo so. Erano i quarti di finale tra Germania e URSS. Sì, era URSS; era tanto tempo fa. Oggi Vladimir Smirnov avrebbe combattuto per l’Ucraina. Cosa c’entra? C’entra. Forse non l’avrei incontrato. Basta cambiare una virgola, una folata di vento in più o un’ombra che ti offusca la vista e il tuo tragitto cambia. La tua vita cambia. Con quella cambia la vita di quelli che ti vogliono bene. Sei fuori. Vladimir non si meritava questo. Ma parlavamo di quell’attimo, sì, quel quasi nulla che ti cambia la vita. Un quasi nulla di sostanza, non proprio nulla.
Eravamo in pedana in un combattimento importante, io e Vladimir. Lui era campione olimpico e del mondo. Io no, lo so. Lo so, lo so. Io argento; sempre argento. Argento. Secondo. Ai mondiali, alle olimpiadi. Sempre secondo. Sempre dopo.
Io partii prima. No, lui partì prima e io per secondo? Partimmo insieme. Ancora oggi non so bene cosa accadde. Ho visto tanti filmati. Ne ho visto uno solo. Ce n’è uno solo. L’ho visto tante volte, anche al rallentatore. Fui io a partire per primo, credo. Ero primo. Vladimir partì una frazione di secondo dopo me. Forse pochi millesimi di secondo? Lo vedo ancora. Direte: come fai a ricordare? Se fosse capitato a voi, sarebbe rimasto stampato nel cranio anche a voi. Credetemi, è così. Non sono matto. È solamente così. Triste? Sì, triste.
Insomma, come dicevo, Vladimir partì un attimo dopo. Un attimo della lunghezza di un attimo. E tutto cambiò. Fu tutto così veloce. Non lo vidi. Ero preoccupato a partire prima di lui. Lo conoscevo poco ma qualche volta avevamo scherzato insieme nelle gare di Coppa del Mondo, un po’ in tedesco e un po’ in francese. Era discreto e simpatico. Mi aveva mostrato la foto di Emma, sua moglie. Una bella donna. Si volevano bene e amavano la stessa musica: il jazz. Uno schermitore russo da jazz. JF, lo chiamavo io: Jazz Fencer. Non parlavamo del fatto che lui fosse russo e io tedesco, c’erano già abbastanza problemi a quei tempi.
Vladimir era un talento, io meno. Emma, sì Emma, sua moglie; come ho detto, si chiama Emma. Beh, Emma non lo avrebbe mai più rivisto. Mai più.
Vedete, noi andammo uno contro l’altro, insieme, lui un po’ dopo di me, come abbiamo stabilito. Avevamo voglia di vincere: era una gara a squadre ai Campionati del Mondo. Uno contro l’altro. La mia lama lo colpì sul petto e si spezzo. Voi direte: ma non potevi fermarti? Che razza di uomo sei? Non sai controllarti? Sei una bestia. Voi lo sapete? Sapete a che velocità andavamo, noi due, non certo piccoli, l’uno contro l’altro? No? Beh, io nemmeno. Vi assicuro: noi andavamo forte. Rapidi. Avevamo la potenza di chi vuole vincere e ha una nazione che ti spinge. Volevamo vincere. E io vinsi. 
Forse fui l’unico che si rese subito conto di quello che era successo. Oh, certo. Non sono mica pazzo. Non era colpa mia. Mi resi conto che la mia lama si era spezzata sul suo petto e aveva continuato la sua corsa guidata dalla mia mano, dal mio braccio e dalle mie gambe. Aveva penetrato la maschera di Vladimir. Vidi un rivolo intenso e rosso. Sì, è così: uno spezzone della mia lama l’aveva trafitto in viso ed era entrato nel suo cranio dall’apertura più soffice e delicata del volto. Quella che fa scorgere tante cose di noi: se siamo tristi, se siamo allegri, se ci piace una persona, se siamo sorpresi, se stiamo per fare qualcosa… Voi avete capito da che parte entrai.
Io avevo penetrato quello che di più caro e caratteristico c’era in Vladimir: la sua testa. Ci ero entrato senza tanti complimenti. Per un attimo io ero lì, dove c’era Vladimir. Ero tra le sue memorie. Lui era uno schermitore intelligente, un bravo tattico. Chissà cosa vide la mia lama? Cosa sentì la mia lama? Miliardi di sinapsi e informazioni che viaggiavano ormai inutilmente. Sensazioni e ricordi che si incrociavano forse senza essere riconosciute. Desideri che erano rimasti lì, senza uscita.
Nessuno si accorse di quello che era accaduto tranne noi due. Io avevo vinto l’assalto. 
Sono quasi quarant’anni che ci penso. Ho ammazzato uno dei più forti schermitori di tutti tempi. Ho vinto l’assalto. L’avessi almeno perso. No. Vinto. Vinto. Vincerlo è stato peggio, sapete? Non me lo dicono, no, no, ma io so cosa pensa la gente: “Pur di vincere ha ammazzato un campione.” Se almeno non avessi vinto quell’assalto.
Vladimir era bravo e giovane. Credete che non lo sappia? ventotto anni. Ventotto. Giovane, no? E io? Due anni più tardi fui secondo all’Olimpiade. Argento. 
E oggi? Cosa faccio oggi? Faccio il maestro di scherma. Ridete? Mi guardate sorpresi? Ancora scherma? Sì, ancora. Ancora. Non mi fa rabbrividire? No. Io vado avanti. Avanti. Tranne in certi momenti. Quali momenti? Quei momenti. Quelli della vodka. Quelli a letto di notte. Quelli quando sono in bagno. Quelli in montagna con mia moglie. Penso a tutto quello che io mi sto godendo. Solo io. Penso anche ad Emma, certo. Chissà che fine ha fatto. Si sarà risposata? Sì, lei si sarà risposata. Certamente ora starà bene.
Io non potevo tirare indietro il braccio. Non mi era sembrato vero poter procedere Vladimir di quell’attimo. Io spinsi a fondo il mio affondo. Il mio maestro mi aveva insegnato a essere deciso e ad attaccare. Noi siamo tedeschi e attacchiamo. Oddio, tutti attaccano, direte voi. Noi di più, forse. Il braccio lo distendiamo, lo tendiamo. Non risparmiamo le nostre forze. Siamo capaci di andare avanti anche in preda ai crampi. Noi urlammo l’urlo di chi attacca. Nella scherma si fa così. Lo fanno tutti. Fu l’ultimo urlo di Vladimir? Non ricordo.
Ora insegno ai giovani. Insegno quelle stesse cose che imparai dal mio maestro. Ho preso il suo posto. È una bella palestra con gerani rossi alle finestre. A me non piacciono. Cosa insegno? Ci ho aggiunto qualcosa di mio ma, in essenza, io insegno quello che lui ha insegnato a me. Mi ripeto? Sì.
Potessi ripetere quel momento, certo che cambierei qualcosa. Ma come saperlo prima? Come? Se voi me lo spiegate io lo insegno ai miei ragazzi. Ne sarebbero contenti i loro genitori. Forse. Non voglio che a nessuno di loro possa capitare quello che accadde a me. E a Vladimir. Avessi commesso un errore, anche piccolo. Ma no. Che so, mettere male il pugno, partire prima con le gambe. Irrigidirmi. Partire da lontano. Muovermi fuori tempo. Tutto ciò non sarebbe accaduto a Vladimir e oggi lui sarebbe grasso e con la pancia piena di Vodka. 
La gamba posteriore spinse indietro la pedana. Allo stesso tempo, la gamba anteriore cavalcò in avanti. Non c’era tempo per pensare. Io feci tutto giusto. E quindi uccisi Vladimir, uno dei più forti schermitori di tutti i tempi. Vladimir era un bel ragazzo. 
Penso a quello che avrebbe potuto diventare Vladimir. Probabilmente l’allenatore della squadra sovietica di fioretto. Lui ed Emma avrebbero avuto una dacia sul Mar Nero o sul Caspio. Penso a quell’attimo. E poi parlo, parlo, parlo. Penso che non era proprio colpa mia. Ditemi voi, come faccio a sapere io cosa passa nella testa delle persone con cui parlo? A sapere cosa pensano realmente di me? Tutti mi chiedono la stessa cosa. Cosa penso nel momento prima di attaccare? Che devo attaccare. Cosa penso quando la lama lo penetra? Il punto è mio. Quando lo vedo cadere, cosa mi passa per la testa? Qualcosa non torna. Me ne accorgo. Se ne accorge anche lui.
La gente è un po’ sadica. Iniziano timidamente ma ci arrivano tutti: mi chiedono come andò quella volta a Roma. Ne ho parlato tante volte perché mi sembrerebbe un atto vile non rispondere. Sarebbe come fare un torto a Vladimir. Vladimir non ha bisogno di altri torti. Non era colpa mia.

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