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Si può vedere anche da lontano

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Illustrazione di Agrin Amedì
Forse quella Barbie aveva qualcosa da dirmi. Mi fissava intensamente, occhi sbarrati. Il suo sguardo mi accompagnava ogni volta che mi aggiravo per la stanza. Cambiavo posizione e lei mi seguiva, sempre.

Forse quella Barbie aveva qualcosa da dirmi. Mi fissava intensamente, occhi sbarrati. Il suo sguardo mi accompagnava ogni volta che mi aggiravo per la stanza. Cambiavo posizione e lei mi seguiva, sempre. Dritta. Certo che aveva qualcosa da dirmi. Ma cosa? Cosa potrebbe dire a un ragazzino magrolino e foruncoloso di dieci anni una bambola bellissima dagli occhi azzurri e dai capelli biondi morbidi come la seta che ha un fidanzato bello da paura, la villa, la piscina, una casa al mare e una in montagna?

Sono settimane che andiamo avanti così. Appena mia sorella esce dalla stanza io entro e lei mi guarda, con uno di quegli sguardi interessati, come se ci fossi sempre stato e mi conoscesse da sempre. Ma non mi dice niente, non parla, come quando a scuola la maestra di sostegno si allontana esasperata: mi guarda, tace, aspetta e non si muove. Ecco, Barbie aspetta. Aspetta che io gli faccia delle domande, che abbia sentito la lezione, che mi sia preso il tempo per capirla, che tutti smettano di ridere e di prendermi in giro. Barbie aspetta come fa la maestra. Allora gli dico: «Barbie, non mi piaci là sul cestino sopra il ripiano del comò. Ti voglio mettere più vicino, accanto ai cassetti dove Ada tiene la sua consolle». Così Barbie si mette accanto a me e mi guarda, seduta. Ma non proprio me, sembra fissare un punto lontano oltre la finestra. Barbie ha lo sguardo dolce, non ha l’occhio severo della maestra che si arrabbia qualche volta ma si frena perché la Preside gli ha detto di avere pazienza con me. E non le viene neppure quel luccichio agli occhi quando mi sforzo per cercare di imparare le regole di matematica. «… Una frazione impropria si dice apparente se il numeratore è multiplo del denominatore…» E non ce la faccio, divento rosso e sudo tanto: non ho capito, me lo spiegate, è difficile, fermatevi, sto male. Allora si allontana, mi guarda tenera, emozionata, quasi triste. Poi mi tocca il braccio e mi dice. «Mattia ricominciamo, ripeti. Non ti devi distrarre…» Ma io, Barbie, credimi non mi distraggo; solo che tante volte non riesco a imparare. In prima elementare ho sentito mio padre e mia madre dire di nascosto alla maestra che ho il Disturbo Specifico dell’Apprendimento, per non farsi sentire, ma io l’ho sentito lo stesso. Così lo chiamano i dottori, per dirmi che sono diverso. E che sei diverso lo capisci dopo quando conosci la maestra di sostegno. Quello che prova a ”metterti alla pari”. Che ti sorride, sorridono sempre le maestre di sostegno e ti dice di non preoccuparti che alla fine dell’anno ti mettono alla pari. L’ho già sentito tante volte, tutti gli anni. Ogni volta finiremo l’anno che saremo alla pari. Che poi il problema non è essere il più lento di tutta la classe, farsi ripetere tre volte le cose e poi non ricordarle più subito dopo; è che mi sento perso dentro una grande giostra scura, non so dove si salga non so come si scende. E non mi va di parlarne, non trovo mai nemmeno il diario per scrivere i compiti. Una volta ho provato a dirlo alla maestra, così come faccio con Barbie: «Maestra ma perché non riesco a scrivere veloce come fanno gli altri? Perché?». La Maestra però non mi aveva ascoltato. «Mattia scusa, ne parliamo domani» Non mi aveva proprio ascoltato, e non ne abbiamo più parlato.

Ho preso a uscire con Barbie come si fa con le ragazze grandi. Tre volte alla settimana, sono io il suo fidanzato. La porto ovunque vado e dove lei mi chiede di andare perché mi guarda senza parlare e io la capisco senza avere bisogno delle parole. Partiamo. Andiamo in bicicletta insieme, la metto in bella vista sul manubrio, la lego con il nastro dei capelli di Ada per non farla scivolare dopo avergli sistemato per bene il vestito rosso che così non si sciupa. La tiro fuori dallo zaino quando vado a giocare a pallone e la metto vicino al palo quando faccio il portiere. Gli altri ridono, mi fanno il verso. Io piango di rabbia, ma in fondo non mi importa poi tanto. La metto nella tasca quando mamma mi porta dal dottore che mi insegna a parlare e scrivere senza fare errori e poi quando torno a casa la appoggio sulla sedia del tavolo del salone dove rifaccio gli esercizi per imparare le doppie e la punteggiatura. Barbie è con me e non mi lascia. Ha il sorriso affettuoso della maestra e il suo sguardo che mi da coraggio quando mi dice: «Mattia, con calma. Ora rifacciamo tutta la lezione daccapo, insieme». E io vado avanti lo stesso. In silenzio. E aspetto che passi un po’ la tristezza.

È diversi giorni che non riesco a parlare con Barbie. Ada la porta con sé quando esce di casa e io giro per le stanze per cercarla ma non la trovo e così non ho niente da fare e mi innervosisco. Litigo con papà e mamma, grido, grido tanto, dico le parolacce, non mi ascoltano, non mi capiscono e mamma mi abbraccia poi le scendono le lacrime e a me dispiace che pianga ma voglio che mi stiano a sentire, sto cercando Barbie e mi devono dire dove si trova papà che ha voglia di urlare e non lo fa e mi dice: «Mattia per favore non dare dispiacere alla mamma». E ha la faccia scura e parla tanto a bassa voce con mamma quando io non sono nella stanza e la Maestra sta sempre in silenzio, tutti stanno in silenzio e io ho voglia di gridare perché se non c’è Barbie non ho amici e non so con chi parlare perché a scuola non riesco a imparare e perché mi vergogno a chiedere aiuto perché mi fanno il verso dietro e non voglio che mi prendano in giro e io mi sento stanco tanto stanco che chiudo gli occhi e dormo. Quando dormo sogno che sposo Barbie andiamo a vivere nella villa in piscina e che Ken non c’è più e che è morto affogato nella piscina e che Barbie sta con me e che un po’ gli dispiace che è morto e che ci sono io che starò sempre vicino a lei perché l’ho sposata e lei è contenta e anche io sono contento, che ho qualcuno con cui stare assieme e che hanno smesso di prendermi in giro perché ho tanti soldi, la villa, la piscina e mamma e papà mi vengono a trovare e sono contenti anche loro che con i soldi gli ho comprato una casa nuova anche a loro e siamo tutti felici anche Ada che non ha più Barbie ma si è fidanzata con Ken che non è vero che è morto ha fatto i soldi pure lui e viviamo tutti assieme e la maestra sorride continua a sorridermi io ho imparato a leggere bene e so fare le addizioni più veloci degli altri e so tutta la lezione a memoria e io poi mi sveglio e sono sudato e puzzo, puzzo di sudore, mi sono pisciato addosso sento l’odore del piscio e mi viene da vomitare. E poi è ora di andare a scuola e io non ci voglio andare.

Ieri ho dato un pugno a Paolo e gli ho spaccato i denti. “Mattia è un’idiota!” Tutte le mattine appena entrato in classe mi trovavo un foglietto scritto sul banco. Riconoscevo la scrittura di Paolo. Era lui, la m minuscola perché si dimenticava sempre le maiuscole, non mette mai le maiuscole e le maestre gli mettono sempre un brutto voto già dalla seconda. Su WhatsApp faceva ridere tutta la classe. Paolo si metteva in fondo alla classe all’ultimo banco e mandava i messaggi a tutti: «mattia sbaglia ancora le frazioni»; «mattia abbaia le parole come un cane». Poi ieri mi si è avvicinato a pochi centimetri, sentivo il suo fiato sul collo. Ha alzato un braccio come se volesse colpirmi, ma io sono stato più rapido. Mi sono girato e gli ho tirato un pugno sulla faccia, ho sentito il rumore forte, il dente è caduto per terra. Poi Paolo è caduto all’indietro, la testa ha sbattuto sul pavimento ed è rimasto piegato senza più muoversi. C’era tanto sangue per terra, le maestre si sono messe a gridare, tutti sono scappati e urlavano «Aiuto, aiuto», le voci come un martello in testa «Paolo è morto, è morto», le gambe mi sono tremate, tutti i bidelli erano intorno a Paolo, la Preside è venuta verso di me e mi ha preso per il braccio forte non ho capito più niente le ho dato una spinta e mi sono liberato e poi sono corso verso la porta, la Maestra mi ha fermato e mi ha abbracciato per non farmi andare via. «Mattia non scappare, non avere paura» A lei non l’ho spinta, sono corso contro il muro, ho sbattuto il naso perché anche io mi volevo fare male, ho chiuso gli occhi e poi sono caduto.

Paolo non è morto. È uscito tante sangue, ma non è morto. Ha preso un colpo forte dietro alla testa che è tutta fasciata e l’hanno portato via con la barella. Si è fatto davvero male. È in ospedale fino a domani, poi se sta bene i dottori lo fanno uscire e resta a casa quindici giorni. Mercoledì vado a casa sua per chiedergli scusa. Io invece sono stato sospeso per 10 giorni e ho un bernoccolo in testa e un grande cerotto sul naso, ma non mi fa tanto male. Però è grosso come un peperone. Stamattina i suoi genitori sono venuti a casa nostra per parlare con papà e mamma che oggi non sono andati al lavoro. Hanno parlato per due ore e poi al momento di uscire sulla porta si sono abbracciati e la mamma di Paolo singhiozzava e non riusciva a parlare. Anche a mamma scendevano le lacrime. La mamma di Paolo mi ha visto, si è avvicinata, mi ha sfiorato il viso con una carezza e poi è scappata via di corsa con il papà di Paolo. Quando la porta si è chiusa papà è andato a cercare il pallone che avevamo messo in soffitta e che non si ricordava più dove fosse e che non aveva più cercato perché non ne aveva mai avuto il tempo. Poi me l’ha portato in camera, io ero seduto sul letto con le cuffie in testa, lo ha appoggiato per terra, poi non sapeva più cosa dirmi, era tutto impacciato e si teneva le mani mi ha detto: «Scusa Mattia… Io… Io ti voglio bene». E poi è tornato in cucina in fretta.

Questa mattina Ada prima di andare a scuola è venuta in camera mia e mi ha portato Barbie. Io ero già sveglio da un pezzo. Ada mi ha dato un bacio sulla fronte e mi ha detto: «Ciao fratellino». Barbie indossa il vestito a fiori che Ada gli ha messo addosso il giorno del suo compleanno. È colorato e assomiglia molto a uno che ho visto portare alla maestra di sostegno e anche a mamma; quello della maestra era più sbiadito mentre quello di mamma era più vivace e allegro. Lo indossava il giorno in cui ho preso 8 in aritmetica e mamma allora per festeggiare ha chiesto il permesso all’ufficio, mi ha portato in centro, abbiamo comprato un gioco nuovo, ho avuto il permesso di stare tutto il pomeriggio sulla Playstation e per cena abbiamo mangiato la torta al ribes che è il dolce che mi piace di più. Mamma mi ha detto che non dovevamo aspettare un altro 8 per rifare daccapo questa giornata e che lo potevamo fare quando volevamo. Ecco, io adesso vorrei uscire con lei e con papà, comprare un abito nuovo per la Barbie che poi metterà quando vuole mettersi elegante, fare un regalo ad Ada, una bella maglia nuova e scrivere un biglietto a Paolo per chiedergli scusa che non l’ho fatto apposta, mi è dispiaciuto di avergli dato un pugno facendolo cadere e che non lo farò mai più e fa niente anche se mi prende in giro tanto alla Playstation lo batto quando voglio e però se smette di farmi il verso io sono più contento e possiamo diventare amici. La Maestra ha detto a mamma che gli manco e che la classe senza di me è vuota e che viene a trovarmi presto. La Preside ha telefonato prima di pranzo per sapere come stavo e ha detto che anche se sono sospeso mi fa portare a casa i compiti dalla Maestra e che devo continuare a studiare perché comunque anche se sono stato sospeso posso essere promosso lo stesso.

Nella camera di Paolo c’è una grande foto del Milan appesa, con la Champions League in primo piano. Vicino all’armadio c’è uno scaffale con pochi libri e tanti dvd e giochi. Sulla scrivania un album figurine Panini, le carte con gli adesivi delle figurine scartate, una grossa penna colorata poi lo smartphone con tante cover diverse. È lo stesso poster che ho sopra il letto anch’io, e anche io ho l’album delle figurine pieno e me ne mancano poche per finirlo. Paolo ha dei cuscini appoggiati dietro la schiena e sta seduto per non appoggiare la testa perché gli fa male. La mamma sta prendendo un tè in cucina con la mamma di Paolo. Per un po’ non ci diciamo niente, lui fa l’offeso, io invece sono interessato alle cover dove ci sono animali selvaggi, foto di città e tanti panorami. Poi dopo un po’ mi dice: «Sei stato uno stupido». E questa volta non me la prendo a male e gli dico: «Anche tu». Poi mi metto a guardare l’album e allora lui mi dice quali figurine ha doppie e gli dico le mie e poi ci mettiamo d’accordo su come scambiarle, quanto vale ciascuna, poi lui prende la penna colorata e scrive sulla pagina del diario “mattia mi vuole chiedere scusa” con la minuscola. E io gli prendo il diario dalla mano e gli scrivo “Matia non ti i vuole chiedere scusa». Lui riprende la penna e scrive “mattia ha il naso tutto rotto». E io gli scrivo sotto “Matia ti i batte a Fifa 18». E andiamo avanti così per un po’. Poi mi scrive “Perché giochi con la Barbie?”. E io gli rispondo se è importante saperlo e lui mi dice “NO», e lo scrive in stampatello. Poi giochiamo con la doppia console, ci passiamo il pallone fino a quando lui lo colpisce forte e la palla sbatte contro la porta; sua madre corre e si affaccia, ci guarda e lo sgrida. Ma si vede che fa finta perché quasi sorride. La mamma vicino alla porta fa le smorfie e mi fa ridere, poi andiamo nel salone e facciamo merenda, stiamo ancora un po’a raccontarci le partite e poi andiamo via. Prima di uscire ci salutiamo e lui mi da un biglietto: c’è scritto “Mattia ci vediamo in classe», ma questa volta la M è maiuscola.

Questa mattina torno a scuola, la Maestra mi ha portato i compiti a casa tutti i giorni e mi ha aiutato a farli. Ho fatto le somme e le sottrazioni velocissimo e lei ha detto che sono stato bravo. Mamma e papà mi accompagnano a scuola, papà è tornato a lavorare ma torna a casa prima e ci mettiamo a scrivere gli esercizi, ma sbagliamo sempre dove mettere le virgole. Ada cambia gli abiti tutti i giorni a Barbie e poi me la porta in camera subito dopo cena; io dormo con Barbie seduta sulla sedia e certe volte mi sveglio per guardarla seduta: le braccia alzate le gambe diritte e mi sorride sempre. Io lo so che è solo una bambola ma assomiglia tanto tanto alla Maestra e ancora di più alla mamma. Sì, somiglia tanto a mamma da quando ha cominciato a tingersi i capelli: è diventata bionda ma mi piace, perché li ha lunghi e morbidi come Barbie.

Ieri ho riempito un foglio bianco con una giostra, l’ho fatta con le astronavi spaziali che si scontrano, le ho colorate tutte e ci ho messo delle cloches e dei pulsanti fosforescenti che si illuminano con i comandi elettronici a distanza e quando ci sali a bordo devi azionare i pulsanti per sparare i missili che fanno suoni allegri e tanto chiasso. Poi con la matita ho disegnato me e Paolo che ci divertono a pilotare con la musica a tutto volume. La giostra ha una entrata con la freccia luminosa che la indica e un’uscita con il cartello scritto grande per non sbagliare che SI PUÒ VEDERE ANCHE DA LONTANO.

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