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Quel giorno che…

di

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Illustrazione di Agrin Amedì
È novembre. Sono a casa, seduta sulla poltrona. Afferro il telecomando e, affidandomi al caso, lascio che le dita ci scorrano sopra. Le immagini, nel loro inseguirsi, come in un vecchio carosello, danno vita a qualcosa che non ha alcun senso.

Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio di autobiografia diretto
da Rossana Campo per la Scuola Omero

 

È novembre. Sono a casa, seduta sulla poltrona. Afferro il telecomando e, affidandomi al caso, lascio che le dita ci scorrano sopra. Le immagini, nel loro inseguirsi, come in un vecchio carosello, danno vita a qualcosa che non ha alcun senso. Mi alzo e vado verso la finestra, il mio sguardo distratto non coglie alcunché. Accendo una sigaretta e, solo per un momento, gli anelli di fumo catturano la mia attenzione. Sono in un buco, fatto di indolenza e di noia: è profondo, buio, e mi impedisce di fare chiarezza su quello che sento. Sono rimasta qui per troppo tempo. Acquattata in questo luogo, nella solitudine, ovattati mi giungono rumori che paiono venire da fuori; ma è il mio respiro quello che sento, l’aria che entra a fatica nei polmoni, è il battito del mio cuore, il ritmo che per un attimo non riconosco. Sembra impaziente, non è regolare a scandire il tempo. 
Come mosconi, in cerca di una via di uscita che sbattono contro il vetro della finestra e cadono a terra storditi, così i miei pensieri urtano contro le mie resistenze e sono messi a tacere.
Un suono giunge alle mie orecchie, sembra un richiamo, un canto di sirene. D’istinto mi alzo, sollevo la cornetta, ma non risponde nessuno.
Silenzio.
Vado in cucina e prendo un bicchiere d’acqua, guardo l’orologio sulla parete, segna le venti. 
Scendo.
Sto camminando, è sera, anche se l’aria è pungente esco di casa seguendo la necessità di sgranchirmi che mi suggeriscono le gambe. Buffa questa parola, evoca l’immagine del granchio, le zampe che si ritraggono quando viene toccato, quel modo di camminare di sghimbescio; il mio percorso invece è lineare. Poi, d’un tratto, un breve scarto a sinistra della testa e la figura di una donna riflessa nella vetrina si offre al mio sguardo sorpreso. È infagottata in un ampio cappotto nero, una lunga sciarpa intorno al collo, un pantalone di velluto e degli stivali con la suola di gomma. Esito prima di realizzare che ben occultata sotto strati di lana ci sono io e lì giacciono emozioni congelate. 
Ho vissuto in modalità ‘prima vengono gli altri’, a rispondere a quanti mi hanno tirata da una parte e dall’altra fino a ridurmi in brandelli. Come un enorme puzzle che richiede ore e ore di lavoro per essere completato; con tutte queste tessere devo ricomporre un intero. Provo gli incastri, nulla di fatto. Quando sto per arrendermi vedo un’altra me, quella di tanti anni prima, una figura affilata, capelli corti, braccia appese, occhi colti nella frequente attitudine a guardare verso il basso come ignari della direzione da prendere. 
Alza la testa e mi chiede:
«Come ti senti?» 
Mentre cerco di riprendermi dallo stupore mi sento rispondere:
«Come chi rientra tardi di notte e al buio avanza in punta di piedi per non svegliare nessuno».
«Ma chi hai paura di svegliare, hai dimenticato che sei sola?»
«Vero. È la forza dell’abitudine che mi fa parlare, anni e anni di convivenza hanno trasformato i pensieri, i gesti; tutto è stato filtrato con il colabrodo e alla fine i buchi ce li ho io. Erano stelle prima di diventare buchi, erano luminose nel cielo. Nel mio cielo.»
«Buchi? E quando sarebbero diventati buchi?»
«Ogni volta che gli ho permesso di spegnere una speranza, di dirmi chi ero.»
«E perché hai lasciato che fosse lui a dirti chi eri?»
«Perché non lo sapevo neanche io, non volevo scontentare nessuno: le sue ragioni e quelle degli altri erano sempre più valide delle mie.»
«Eppure quella che sembrava avere un grande equilibrio eri tu.»
«Già, equilibrio… Sai cosa c’era sul piatto? Ragionevolezza e prudenza, praticamente non era vita. C’è una ferita da cauterizzare e non serve un medico, è profonda, la parte è dolorante e ben nascosta.» 
Se solo riuscissi a mettere a tacere per un po’ la mia testa, a fermare i pensieri e il giudizio, io con le mie coordinate, che mi fanno dire questo no, non va bene per me…
«Ecco, appunto.»
Lei mi guarda e sorride.
Una foglia volteggia mentre il tram procede senza esitare, il percorso è tracciato; non capisco se mi fa invidia o pena; ha imparato la disciplina, sa che può raggiungere i suoi simili e mai superarli, di sicuro non sbaglia mai strada. 
C’è qualcuno che apre le sue porte, tante bocche che ingoiano vite, accolgono pensieri e storie in una mescolanza di odori e culture che resta la stessa fino alla fermata successiva; altri bocconi, una shakerata, nuovi contenuti.
Sta piovendo, salgo.
Non soffro di vertigini, però mi sembra di essere sull’orlo di un precipizio, solo un passo in avanti e cadrei nel vuoto, come in un cartoon con tanto di orma impressa sul suolo. 
Invece, ironia della sorte, le bocche si aprono. Indietreggio perché qualcuno deve scendere, un solo piccolo movimento e sento mancarmi la terra sotto i piedi. 
Espulsa, altro che cartoon. 
Le gambe si incastrano tra il marciapiede e il tram; cado all’indietro senza alcuna possibilità di attutire il colpo. La pioggia sul viso, un dolore lancinante e il panico appena realizzo che il tram potrebbe ripartire. Da questa insolita posizione sono di nuovo bambina, guardo verso l’alto e cerco impaurita con lo sguardo qualcuno che possa venirmi in aiuto.
Ecco, per fortuna qualche boccone fuoriesce e mi viene in soccorso, chiudo gli occhi e inspiro, l’aria fredda della sera entra nei polmoni: sono salva.
Quando li riapro lei è di nuovo accanto a me, mi guarda e dice: «Il percorso tracciato non fa per te». Mi strizza l’occhio e, un attimo dopo, l’immagine si dissolve nella sera.

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