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Illustrazione di Agrin Amedì
La sabbia entrava ovunque. La respiravi e ti scendeva fin dentro i polmoni nonostante la sciarpa mimetica tirata sotto gli occhi, ti scartavetrava le mucose fino a farle sanguinare.

La sabbia entrava ovunque. La respiravi e ti scendeva fin dentro i polmoni nonostante la sciarpa mimetica tirata sotto gli occhi, ti scartavetrava le mucose fino a farle sanguinare. Da cinque mesi pattugliavamo il tratto tra Erbil e la diga di Mosul, nel nord dell’Iraq, ancora in mano al’’ISIS. Il capitano quel giorno era venuto con noi. Inquieto, percepiva qualcosa ma cercava di dissimulare. Si era piazzato sul secondo mezzo dei quattro, proprio di fronte a me. Sorrideva ogni tanto, forzatamente. Affiorò un sorriso vero sulle mie labbra, lo regalai al capitano strizzando gli occhi. Tuttavia non riuscii a distrarlo dai suoi pensieri. L’olezzo acre del sudore provocato dall’ansia in quei frangenti riusciva a superare perfino le barriere alzate contro la sabbia. Era l’odore della morte che ti invadeva l’anima esasperando quel senso di inevitabilità che ti stringeva le viscere quando montavi sul VTLM Lince e incominciavi il turno di pattuglia esplorativa sulla Route 77.
Sul primo mezzo della colonna di quattro c’era il maresciallo Puglisi, esperto di jammer, disturbatori di frequenza per gli IED attivati a distanza. Una sicurezza.
Il capitano Fanti e Mario Puglisi erano più che fratelli. Padrino di due su tre figli del sottufficiale. Il terzo, nato da nove mesi, l’avevo tenuto io a battesimo. Indimenticabili gli occhioni azzurri di quella creatura, un vero spettacolo, meglio dei bambini della pubblicità dei pannolini.
Una buca presa a velocità eccessiva mi ridestò da quei pensieri sereni. Ora il capitano mi osservava sorridendo appena. Forse qualche smorfia del volto aveva accompagnato quella breve carrellata di ricordi. Gesticolavo e parlavo da solo immerso nei miei pensieri, capitava.
Una goccia di sudore si staccò dalla zazzera dietro al collo colando freddamente lungo la schiena.
Un sibilo cupo, due secondi, un’esplosione e il mezzo davanti a noi in fiamme.
«Ore tre», urlò il capitano. «Le baracche a cento metri.»
In pochi secondi lanciò via radio il may day alla base. Poi con l’interfono rivolto al mezzo colpito: «Giallo uno, situazione passo».
Le ruote erano andate ma la carlinga pareva avesse tenuto, era il nuovo modello rinforzato. I terroristi non l’avevano previsto.
«Giallo uno, giallo uno, comunicare situazione degli uomini passo.» La voce del capitano si era fatta più preoccupata. Di risposta un rantolo e una parola incomprensibile.
«Mario rispondi.» Stavolta Fanti mascherava a stento l’angoscia, il maresciallo non dava segni di risposta ma era vivo.
Le regole d’ingaggio in un caso come quello erano chiare. Dopo aver lanciato il may daybisognava lasciare al più presto la killing zone muovendo a ritroso, senza uscire dal tracciato della route, in zona minata. Ci avrebbero pensato gli elicotteri A129 Mangusta a trarre in salvo gli eventuali superstiti.
Quanto ci avrebbero messo a intervenire dalla base? Mezz’ora? Un tempo interminabile. Intanto le scariche di mitragliatrice sulla fiancata del mezzo sembravano gragnole di sassi durante le manifestazioni di protesta sugli scudi della celere. Pregavo Dio che non penetrassero all’interno. «Ti prego Signor e, non è ancora il mio momento.»
Lasciar cadere prigionieri quei quattro uomini, magari torturati e uccisi davanti alle telecamere in mondovisione, era fuori discussione. La sua coscienza non glielo avrebbe permesso, non avrebbe retto lo sguardo interrogativo di quei tre bambini.
Il capitano prese una decisione.
«Uomini in ralla, fuoco a ore tre. Un colpo di machete.»
«Ripetere Giallo Papa», gracchiò la voce del radiofonista sul mezzo in coda.
«Per tutte le unità, fuoco a ore tre.»
Il nostro mitragliere aprì le danze con la prima raffica. L’intensità del fuoco avversario diminuì.
«Mario rispondi», supplicò il capitano alla volta del mezzo colpito.
Non riuscivo a muovere un muscolo. La paura di morire si stava impossessando di me. E quella non era un’esercitazione, si stava sparando per uccidere.
Ru-tu-tum ru-tu-tum… Prima o poi le fiancate avrebbero ceduto, me lo sentivo. Perché non tiravano un altro razzo? Chiudiamola una volta per tutte. Il capitano decise di muoversi.
«A tutte le unità, sto uscendo. Ripeto, uomo fuori a ore nove.»
«Ricevuto passo.»
Aprì il portellone e mi rivolse lo sguardo.
«Recupero i nostri e ce ne andiamo, coprimi!»
Sentii il sangue caldo riempirmi il collo e poi la testa, come se volesse eruttare dal mio corpo. Non risposi, nemmeno un cenno del capo. Scesi dal mezzo e mi coprii dietro una ruota. Un’onda di luce mi ferì gli occhi.
Mi fermo a ore nove. A ore tre lo scontro a fuoco, l’inferno di proiettili.
Dovevo coprire il capitano, sporgermi dal mezzo e sparare. Forza Fabio, sporgiti dal mezzo e spara. Devi coprire il tuo capitano. Con un balzo il capitano raggiunse il mezzo colpito. Aprì a fatica il portellone e fu investito da una vampata di fumo. L’odore penetrante di bruciato risvegliò le mie narici narcotizzate.
Avevo smesso di sudare, ogni fluido corporeo rimaneva al sicuro all’interno del corpo. Dentro era vita, fuori solo morte. Per scacciare la paura pensai a quella sera in caserma, quando scoppiò quel brutto pasticcio con le reclute femmine. «Fabio ascoltami, mi fido solo di te», mi spiegò non senza imbarazzo come erano andate le cose, vi erano coinvolti ufficiali d’accademia come lui, la casta.
Mi fido di te, mi fido di te, mi fido di te, come un mantra insopportabile in quel momento.
Balzò fuori dal mezzo in fiamme col maresciallo caricato sulla schiena. Come faceva? Dove trovava il coraggio? Dai capitano, dai! I colpi sibilavano, i traccianti fendevano l’aria con le loro scie sinistre. Le mitragliatrici intonavano canti di morte. Percepivo tutto come ovattato, gli odori erano di nuovo spariti di colpo, pure i colori. Rimanevo coperto dalla grossa ruota anteriore del Lince. Però guardavo, osservavo tutto.
«Coprimi», mi aveva intimato.
Forza Fabio, imbraccia quel dannato fucile e spara. Devi sparare.
Caricò Puglisi sul nostro mezzo. Era vivo, gli occhi aperti, il respiro affannoso.
Erano trascorsi poco più di due minuti dall’inizio dell’attacco. Due balzi e fu di nuovo all’interno del mezzo fumante. Ne uscì col secondo ferito. Stava in piedi da sé, seppur barcollando. Percorsero quei dieci metri infiniti. Le scie dei colpi traccianti passavano a pochi centimetri da loro. Lo mancavano sempre, pareva immortale. Caricò il secondo uomo sul mezzo, ma non c’era più spazio per gli altri.
«Giallo due e giallo tre avvicinarsi, passo.»
Erano trascorsi appena cinque minuti dall’attacco e alla base distante 20 km si stava ancora valutando gli assetti da mettere in campo per l’azione di recupero. Si stavano chiedendo tutte le autorizzazioni necessarie all’intervento.
Cosa stavo facendo io? Nulla.
Riparato dietro alla ruota, rannicchiato col fucile fra le gambe, tra le raffiche di mitragliatrice osservavo il capitano che come un felino rotolava tra i mezzi ancora accesi e trasportava i nostri compagni in salvo. Giravo la testa. Muovevo gli occhi.
«Fabio coprimi tu», mi aveva raccomandato. «Tu sei la persona di cui mi fido di più», mi aveva confessato quella sera in caserma. Guardava fuori dalla finestra del suo modesto ufficio, il buio di una notte d’inverno senza stelle. Bisognava prendere delle decisioni e lui le aveva prese. I superiori se ne erano lavati le mani, i superiori quando serve si defilano. I superiori hanno paura di rovinasi la carriera. Intanto il terzo occupante del VTLM in fiamme era stato portato in salvo. Il primo colpo di mortaio cadde a trenta metri dai nostri mezzi, erano attrezzati bene. Se non ci spostiamo subito siamo spacciati.
Improvvisamente percepisco un forte calore tra le gambe che si propaga intorno al basso ventre. Mi sto pisciando addosso.
Forza Fabio, reagisci. Sporgiti dal mezzo e spara. A ore tre. Ogni bocca da fuoco è preziosa quando si è sotto attacco, ce lo ripetevano sempre. Ogni arma è preziosa. Ogni arma.
Perché le gambe non si muovono? Il capitano scivola e cade malamente. No, è stato colpito.
«Striscia a terra fino a Giallo 1.» Si tira su con le braccia, dal portello esce ancora fumo. Tanto fumo. Fiamme e puzza di gomma bruciata. Ora la percepisco forte.
Il secondo colpo di mortaio si schianta a venti metri dai mezzi e le pietre schizzano sbattendo sul cofano del mezzo e sull’elmetto come grandine infernale. Il capitano esce con l’ultimo uomo sulla schiena. Si è stretto una cintura intorno alla coscia, sotto l’inguine. È lento, barcolla. Tre passi e cade sotto il peso del soldato che trasporta. Resta immobile, l’hanno colpito di nuovo. Lo osservo a pochi metri da me, due o tre. Solleva la testa di poco, mi guarda e sorride. Nei suoi occhi la notte senza stelle, la vita che sta per abbandonare il suo corpo. Gli equipaggi dei Mangusta erano stati allertati ma i rotori degli elicotteri erano ancora spenti.
Meno di dieci minuti dall’inizio dell’attacco. Decido di muovere, abbandono il fucile e striscio verso di lui. Digrigno i denti. Lo trascino dietro la ruota del mezzo. Il terreno saltella intorno a noi emettendo piccoli sbuffi. È al sicuro, respira ancora. Non riesco a capire dove l’abbiano colpito. Le lacrime mi inondano gli occhi. Ce l’ho fatta, ma non è ancora finita. Devo portare al sicuro anche l’ultimo compagno. All’improvviso un tuono, un rumore assordante. F18 americani che avevano raccolto il may day alleato. Un silenzio surreale piomba sulla scena. Virano, pochi attimi e il secondo passaggio decisivo: non c’è speranza per gli attaccanti.
Silenzio, forse pregano. Inutile nascondersi. Dove?
Centinaia di libbre di esplosivo si riversano su di loro: pochi attimi per essere polverizzati.
Il mio capitano è a fianco a me con gli occhi chiusi. Respira ancora.

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