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Ricordati di me

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Illustrazione di Agrin Amedì
Sono solo le cinque di un pomeriggio d’estate ma il cielo è talmente nero da far pensare che sia notte, notte inoltrata. Il vento soffia con una forza tale da spingere i rami degli alberi a piegarsi alla sua volontà mentre la pioggia cade con irruenza e ogni goccia batte sul vetro con violenza quasi a voler sembrare che anch’esse vogliano entrare qui dentro, come se volessero fuggire da ciò che sta accadendo lì fuori.

Sono solo le cinque di un pomeriggio d’estate ma il cielo è talmente nero da far pensare che sia notte, notte inoltrata. Il vento soffia con una forza tale da spingere i rami degli alberi a piegarsi alla sua volontà mentre la pioggia cade con irruenza e ogni goccia batte sul vetro con violenza quasi a voler sembrare che anch’esse vogliano entrare qui dentro, come se volessero fuggire da ciò che sta accadendo lì fuori. Un bieco sorriso compare sul mio volto al pensiero che una parte di me vorrebbe trovarsi al loro posto, preferendo la tempesta che si sta scatenando al di là di questa finestra invece di quella che ho nella mia testa. La mia fronte è appoggiata al vetro e il fastidio che provo al freddo contatto è quasi piacevole, come se avesse il potere di lenire e congelare i miei pensieri. Sobbalzo quando un fulmine cade davanti al mio sguardo e un potente tuono fa tremare la finestra. Strabuzzo gli occhi come se fossi stato sorpreso dal flash di una macchina fotografica.
«Ci ho pensato, sono pronto a tirare giù la mia carta», sento da dietro le mie spalle.
Guardo per un altro secondo fuori dalla finestra e poi torno a sedermi davanti al piccolo tavolo dove Peppe mi sta aspettando con le sue carte in mano e un sorriso di chi non vede l’ora di fare la propria mossa.
«Sono pronto a vederla» gli dico, cercando di contraccambiare il suo sorriso.
«Cosa c’è ragazzo, sei triste?» mi chiede lui inclinando leggermente la testa di lato.
«No, perché dovrei essere triste?» gli domando, fingendo incredulità.
«Hai quella strana espressione che hanno le persone tristi. Occhi all’ingiù e il viso… Il viso tutto tirato. So che passare un sabato pomeriggio in questo posto non renderebbe felice nessuno, quindi lo capirei bene se mi dicessi che sei triste».
Il suo sguardo mi fa intuire quanto si senta in difficoltà in questo momento e quindi cerco di aprire per quanto posso il mio sorriso.
«Non sono triste e anche se lo fossi non è da imputare al fatto che sono qui. Mi fa piacere. Dai Peppe, fai la tua mossa», gli dico aspettando che tiri giù una di quelle carte che tiene strette con entrambe le sue mani come se qualcuno gliele potesse portare via.
«Ecco qui», mi dice mettendo la sua carta sul tavolo.
Io sospiro e gli lascio qualche istante, magari qualche secondo di speranza e lucidità ma lui prende entrambe le carte a terra e le porta nel suo mucchietto alla propria destra.
«Peppe, pensavo che se magari domani non piove potremmo andare fuori a fare una passeggiata» gli domando, mentre prendo la mia carta. Lui mi scruta e fa una smorfia.
«No, non credo. Vorrei rimanere qui. Sai, nel caso venga a trovarmi mio figlio con i miei nipoti…» mi risponde, e io cerco di non guardarlo negli occhi, quegli occhi così chiari e pieni di tristezza da darmi la certezza che stiano facendo uno sforzo enorme per trattenere le lacrime. Per un attimo mi manca il respiro.
«Peppe una cosa non esclude l’altra, possiamo avvisare le infermiere di contattarmi immediatamente se tuo figlio dovesse arrivare e io ti riporterei indietro subito» gli dico, mentre mi allungo per poggiargli una mano sulla spalla, ma lui si scrolla prontamente.
«Non ho bisogno della tua…» Il suo sguardo è perso, credo che nella sua testa ci sia una grande confusione in questo momento. «Non hp bisogno della tua compassione» riprende, tornandomi a guardare.
«Ma la mia non è compassione, Peppe. Io sono felice di venirti a trovare e soprattutto a farmi battere a carte da te. Dai su, non ti arrabbiare. Tocca a te…» gli dico.
«Nessun ragazzo della tua età lo farebbe. Perché tu lo fai?» mi chiede. Il mio sguardo va oltre la sua testa per dare un’altra occhiata al tempo. Sta peggiorando.
«Hai una fidanzata?»
«Sì Peppe.»
«Beh, non ci rimane male del tempo che le togli per venire in questo posto?»
«No, non credo. Lei mi capisce» gli dico mentre poggio la mia carta a terra. Peppe mi guarda e poi guarda la carta che ho scartato. È contento del fatto che con molta probabilità vincerà anche questa mano.
«Sicuramente ha un grande cuore. I tuoi genitori devono essere molto orgogliosi di avere un figlio come te» mi dice sorridendo. Un sorriso sincero di quelli che coinvolgono anche gli occhi. Ora i miei occhi non stanno facendo nulla per sottrarsi al suo sguardo, cerco di catturarlo e fissarlo nella mente, sperando che questa immagine rimanga lì, indelebile nella mia mente.
«Tu sei orgoglioso di tuo figlio?» gli chiedo di getto. So che potrei provocargli una brutta reazione ma ho parlato ancor prima di pensare. Lui si guarda di nuovo intorno con fare sospetto e poi torna a fissarmi.
«Sì, penso di sì, anche se non viene mai a trovarmi. Ma forse ho fatto qualcosa che l’ha ferito, io non lo so…» mi dice a bassa voce. La mia mano inconsapevolmente ripete il gesto di prima e si poggia sulla sua spalla, ma questa volta non si ritrae.
«Sono sicuro che non hai fatto nulla di male, Peppe. Sei un brav’uomo e sicuramente sei stato un buon padre, un padre che tutti vorrebbero avere…»
I suoi occhi per un attimo brillano come se volesse credere a quello che gli sto dicendo.
«Spero che tu abbia ragione» mi dice, prendendo un’altra carta. Io gli sorrido e non aggiungo altro. In quel momento si avvicina un’infermiera per avvertimi che l’orario di visita è finito e che i pazienti devono tornare nelle loro stanze.
«Peppe, hai vinto un’altra volta. Cosa posso dirti? Hai una fortuna sfacciata!»
«Sì, ho veramente una fortuna sfacciata. O forse sei tu che pensi di  non averne» mi dice, con lo sguardo ancora sul tavolo.
Prendo il mio cappotto e me lo infilo. Poi come ogni volta gli tocco una spalla a mo’ di saluto e gli auguro una buonanotte. Lui si alza e mi guarda senza rispondermi. Dovrei esserci abituato, così prendo le mie cose e le mie speranze e mi dirigo verso l’uscita ma questa volta prima di chiudere la porta fa qualcosa di inaspettato. Mi chiama. Mi chiama per nome.
«Edoardo, magari domani quando torni ci sarà il sole, e noi potremmo andare a fare quella passeggiata.»
Io mi giro di nuovo verso di lui e inspiro, inspiro a pieni polmoni quella promessa.
«Certo. Sono sicuro che domani sarà una bellissima giornata di sole» gli dico, un attimo prima di uscire.

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