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Prurito

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Illustrazione di Agrin Amedì
Inizialmente la cosa mi aveva preoccupata perché uno dei più tipici sintomi del tumore al fegato è proprio il prurito. E io di tutto avrei voluto morire tranne che di tumore al fegato.

Inizialmente la cosa mi aveva preoccupata perché uno dei più tipici sintomi del tumore al fegato è proprio il prurito. E io di tutto avrei voluto morire tranne che di tumore al fegato. Pare che sia un male inesorabile ma, al di là di questo, il fatto è che se ne racconti la prognosi, pressoché ineluttabile, e fai riferimento al prurito, viene improvvisamente meno tutta la nobiltà sacrificale evocata dalla malattia. Sentito mai di una santificazione da prurito? Non censita.

Per di più, per questa faccenda del tumore al fegato, sono stata severamente redarguita da Don Franco in confessione. Prima di tutto perché un cristiano davvero timorato non osa pensare di poter scegliere una fine anziché un’altra; e poi anche per questa mia inclinazione, pericolosissima ha detto, a confondere fantasia e realtà. Io ho provato ad obiettare che a parer mio lo hanno fatto un po’ pure gli evangelisti, di confondere fantasia e realtà, e San Girolamo, sant’Agostino e i vari Padri della Chiesa e che, a dirla tutta, questa cosa ha fatto pure buon gioco alla Santa Madre Chiesa. Però a quel punto lui mi ha rimproverata ancora di più e ha urlato tanto che temevo si sentisse male, ma poi di nuovo ha sussurrato che, se non avessi subito taciuto, il Signore gli avrebbe chiesto di punirmi come quando ero bambina e allora “Altro che prurito, botte da orbi!”. Io ho taciuto e lui mi ha mandato via con 5 Ave Maria e 10 Catechismi.

Il Catechismo mi piace, lo indovino sempre. Virtù teologali? Fede Speranza e Carità. Virtù cardinali? Prudenza Giustizia Fortezza e Temperanza. Ma io so che Don Franco me lo ha raccomandato il Catechismo per ricordarmi che la vera penitenza sta nella mortificazione fisica e spirituale.  Perché Don Franco mi vuole bene, come un papà. E ultimamente ripete spesso che io devo prepararmi a essere una buona moglie per sposare un uomo pio e assennato. Perché, dice, anche se lui e gli altri preti mi vogliono bene, non possono mica tenermi a vita con loro, non sono più un’orfanella, non sono più una bambina, anche se faccio le pulizie all’oratorio e gli altri servizietti lì all’Università dei medici e dottori.

E insomma, spaventata più dalla possibilità del ridicolo che dalla certezza della fine, e preoccupata più dalle botte da orbi che dalla dannazione eterna, smisi di occuparmi del tumore al fegato e, con esemplare spirito di sopportazione, mi tenni il mio prurito.

Passerà. È suggestione. Alla peggio sarà un allergia. Ma neanche, solo un po’ di disidratazione. Potrebbe essere una cosa psicosomatica. Talvolta è la mancanza di ferro. E si, lo fa. 

E tra una ipotesi e l’altra le cose funzionarono bene fino alla sera in cui, appena finite le pulizie, giusto in tempo, ricordai di avere un appuntamento a cena col mio appetibilissimo referenziato – pio e assennato – dentista.

Fino ad allora me l’ero sempre cavata. In oratorio una grattatina sotto alla palandrana, in metropolitana un massaggino rilassante dietro la nuca, dalle catechiste i maledetti collant da tirar su, in chiesa due gocce di collirio antistaminico e, in casi estremi, l’ennesima puntatina al bagno delle signore.

Ma quella sera fu un’apocalisse.

Ancora in stanza, iniziai a sentire un prurito insostenibile in mezzo alle cosce. Naturalmente, nella piena libertà della mia solitudine, non esitai a grattarmi. Prima una coscia, con le nocche – come ti insegnano i dermatologi della Pia Università Cattolica – poi l’altra coscia, più aggressivamente, con le unghie. Quando finalmente sentii sollievo dal prurito mi accorsi che le mie cosce erano segnate a sangue e condannate al bruciore eterno.

Quasi estasiata dalla comparsa imprevista delle mie stigmate, un’altrettanto sorprendente euforia mi rammentò che non era ora di abbandonarsi ad ambizioni di santità ma era invece decisamente ora di uscire

Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza, ricordai.

Così feci una doccia frettolosa, approssimativa. Una doccia rigorosamente senza sapone, per evitare quelle allergie dovute a profumi detersivi detergenti e simili diavolerie. Feci una banalissima doccia con acqua di rubinetto al calcare della benedetta Acqua Marcia. Poi spalmai ovunque, ma soprattutto sulle stigmate, il gel all’aloe vera, quello acquistato alla Farmacia del Vaticano: un prodotto che, dicono, abbia proprietà miracolose e forse addirittura misericordiose.

E a me ancora nessuno me lo toglie dalla testa che il Signore non è stato così misericordioso – come invece promesso dal farmacista Vaticano – solo per via di quella faccenda delle gambe aperte; faccenda che, a parer mio, però è stata tutto un grosso equivoco. Perché di fatto io a questo appuntamento ci arrivai, bisogna ammettere,miracolosamente ma, giuro su Giuda Iscariota, ci arrivai con le migliori intenzioni e assolutamente casta nel pensiero. Solo che, per via del bruciore eterno, dovetti sedermi a gambe peccaminosamente divaricate, che sembrava più l’appuntamento annuale dal ginecologo che non l’atteso appuntamento galante col mio dentista. Ingiustificabile trasgressione se non si potesse addurre, a mia discolpa, il ritardo dell’effetto dell’aloe vera.

 

Solo per un attimo potei confidare nel miracolo quando, agli antipasti, il bruciore si placò. Serrai le gambe. E subito dopo, proprio mentre il dottor Giuseppe poggiava la sua mano sulla mia coscia oramai pronta ad accogliere ben altri pruriti, un nuovo solletico si insinuò tra noi. All’orecchio sinistro. Mi sembrò di impazzire. Era dentro. Immaginavo un inopportuno moscerino impegnato in una coraggiosa esplorazione acustica, lì, tra martello incudine e staffa. Non c’era tiratina al lobo che servisse, non sarebbero bastate le ripetute sevizie di innumerevoli Cotton Fioc. E così iniziai a movimentare i capelli e a pretendere di volerli mettere proprio dietro le orecchie. Mai e poi mai avrei creduto di poter mostrare le mie orecchie a un primo appuntamento…

Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza, ricordai.

Mi feci coraggio, pensando che in ogni caso era meglio il prurito dentro le orecchie che il prurito dietro la nuca, perché lì, dietro la nuca, può diventare addirittura straziante: ti succede che oltre a non riuscire a liberarti del fastidio ti viene pure il legittimo sospetto di avere i pidocchi, la pediculosi si dice, e il solo pensiero di una infestazione di quella natura genera ulteriore prurito diffuso ovunque, oltre che un senso di sfinimento al solo pensiero della bonifica ambientale che si rende necessaria.

Mentre mi perdevo nei miei pensieri, quel sant’uomo di Giuseppe, accorgendosi che non ero pronta a raccogliere i suoi doni, mi concesse una sosta: si scusò e si allontanò disinvolto dal nostro tavolo. Io bevvi la metà della bottiglia d’acqua abbandonata sul tavolo, volendomi convincere che era, senza dubbio, un fatto di disidratazione; e poi bevvi pure metà della bottiglia di vino e, in effetti, al ritorno di Giuseppe, ero decisamente più rilassata. In particolare ero serenamente decisa a raccogliere le promesse intuite dalla poltrona reclinata dello studio dentistico ed ero irreversibilmente pronta a spingere la serata fino alle sue più estreme conseguenze.

E a me ancora nessuno me lo toglie dalla testa che è proprio per via di questo balenare di pensieri impuri, così frettolosi, prima dell’unione nel sacramento del matrimonio, che il Signore misericordioso ha deciso di non essere misericordioso affatto con me, optando invece per una punizione esemplare.

Insomma, Giuseppe tornò a sedersi e riprese a versare vino nei calici, con la stessa aria d’invito, ambigua e seducente, del prete quando dice “Bevetene e mangiatene tutti”. E un attimo dopo, io iniziai a sentire un incontenibile prurito. Incontenibile, proprio dove mai e poi mai dovrebbe succedere durante un appuntamento galante. Mi prudeva in mezzo ai glutei. In mezzo alle chiappe, per intenderci. Mentre Giuseppe, ignaro, riprendeva a esplorare il mio sotto gonna, io cercavo di addolcire quell’imbarazzante prurito rievocando la sensazione infantile della crema tra bagnetto e pannolino. E nonostante tanta tenerezza, sarà per l’audacia delle mani eucaristiche di Giuseppe, anche questo ricordo finì per eccitarmi.

Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza, pensai. Sarei stata premiata.

E invece, questo tuffo umido nel ricordo dei primi innocenti erotismi infantili deviò la memoria su un’altra esperienza giovanile di ben altra natura: i vermi. Gli ossiuri, si dice. Piccoli viscidi parassiti che al mattino, schiuse le uova, se ne escono dalla grotta intestina per andarsene a scalare zone perianali e zone perineali, zone perifrastiche e peripatetiche, zone insomma normalmente sbarrate ai più con un incontrovertibile divieto d’accesso. Oltraggioso, insopportabilmente oltraggioso il festino che questi orridi vermetti facevano in mezzo alle mie natiche.

E io lo capisco, lo capisco il Signore misericordioso se qui, proprio a questo punto della serata, ha considerato blasfemo tutto il mio confuso fantasticare. Lo capisco.

Ma quello che io davvero non capisco, che io tuttora non capisco, è perché poi il Signore, con tutte le stigmate e con tutte le penitenze, non mi abbia concesso quella sera né mai alcuna giustificazione utile a mondare i miei peccati.

Le cose sono andate così, quella sera.

La grazia dello Spirito Santo ha il potere di giustificarci, cioè di mondarci dai nostri peccati. E allora ho pregato, con la lingua un po’ impastata per il vino, e pasticciando un po’ i versi, ma ho pregato che pure a me arrivasse la grazia. Ma mi sa che pure il Signore stava un po’ brillo quella sera. E così anche stavolta ci deve essere stato un grosso equivoco. Perché il Signore, qualche giorno dopo, ‘sta Grazia l’ha pure mandata. Solo che l’ha mandata a Giuseppe. E pare che fosse vergine, oltre che bella e buona. E così quel sant’uomo, Grazia se l’è sposata.

Io a Don Franco gliel’ho detto che quella sera è stato tutto un equivoco, che io volevo solo una carezza. Ma a me Don Franco ha detto che devo cambiare pelle se non voglio prendere ancora botte da orbi.

Secondo me non lo dice per salvarmi l’anima. Secondo me lo dice per evitare scandali. Perché non si sappia in giro che la storia dell’aloe vera non è poi così vera.

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