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M’ama o non m’ama

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Illustrazione di Agrin Amedì
«Lasceresti tutto per venire con me?» Karim me lo chiedeva sempre. Mi diceva che un giorno sarebbe partito e se ne sarebbe andato via per sempre, anche se nessuno di noi due avrebbe mai immaginato che quel giorno sarebbe arrivato così in fretta.

«Lasceresti tutto per venire con me?»
Karim me lo chiedeva sempre. Mi diceva che un giorno sarebbe partito e se ne sarebbe andato via per sempre, anche se nessuno di noi due avrebbe mai immaginato che quel giorno sarebbe arrivato così in fretta.

«L’amore vero è come un viaggio senza ritorno…»
Mi spaventava sempre quando me lo diceva. Poi però mi guardava negli occhi e mi rassicurava, dicendomi di non avere mai paura perché l’ amore vero è una forza che vive in eterno ed è una fortuna così grande che bisogna essere pronti ad accogliere appena arriva. Le proprie convinzioni e gli inganni, i falsi idoli, i figli, il proprio paese; bisogna essere pronti ad abbandonare tutto. Questo mi diceva. E Karim aveva veramente abbandonato tutto e tutti, e un giorno se ne era andato via dall’Italia, senza dire niente a nessuno. Se ne era andato via dall’Italia e voleva ricominciare da zero, senza l’eroina. Voleva ricostruire la sua vita. Voleva riprovarci per l’ultima volta, a vivere.
Aveva abbandonato tutto e tutti, e lo aveva fatto per amore, o almeno così diceva lui. E voleva che partissi anch’io insieme a lui, perché Karim diceva che i viaggi più belli erano quelli che si era fatto con gli amici di una vita e che io e lui ancora non avevamo mai viaggiato insieme.

«Lasceresti tutto per venire con me?»
Me lo chiedeva sempre, ogni volta che ci vedevamo a lezione o che andavamo a studiare in biblioteca, ma io gli dicevo che non potevo per via dell’esame di Diritto per il quale mi avevano bocciato già due volte. Io non avevo un’altra possibilità, non sarei mai potuto tornare a casa dopo mesi di assenza e riprendere gli studi come se non fossi mai partito. Non me lo potevo permettere io, non potevo permettermi nessun errore, nessuna distrazione. E lo dovevo fare anche per i miei, perché mia madre faceva mille sacrifici per pagarmi gli studi, e il capo di mia madre la pagava ogni tre mesi e in casa avevamo imparato a farci bastare un pasto al giorno. Poi iniziai a lavorare anche io. Mi trovai un lavoretto part-time in un bar vicino all’università ed ero andato a vivere da solo in un monolocale appena fuori la statale.
Il giorno dopo il mio esame di diritto incontrai Melissa. Era seduta al tavolino del bar e si era messa a studiare senza ordinare nulla. Seria seria e concentrata su sé stessa. La trovavo bella, di una bellezza severa e antica, e mi piaceva così tanto, almeno all’ inizio. Forse per quelle sue gambe sottili sottili da ballerina, snelle e dinoccolate, che accavallava sempre attorcigliandosele tra di loro come una lunga sciarpa intorno al collo. Melissa, dalle labbra piccole piccole, labbra delicate, morbide e tristi, piccole come quelle di Karim, labbra sulle quali affondavo i miei quotidiani dispiaceri. All’inizio credevo di amarla, all’ inizio. E andava tutto bene tra di noi, facevamo l’amore anche tutte le sere, anche se sentivo che Melissa non mi dava nulla più del sesso. Infatti avevo preso l’abitudine di uscire ogni sera con il mio amico Karim quando ancora stava bene. Una sera, tornato a casa, Melissa non c’era più.
A me e a Karim piacevano le stesse cose: la stessa squadra, la stessa musica, gli stessi film, lo stesso cibo.
I primi anni di università, dopo le lezioni, con Karim ce ne andavamo a villa Ada a fumarci qualche canna mentre provavamo a studiare per gli esami. Ci andavamo anche d’inverno, a Villa Ada. Ci andavamo il primo pomeriggio a rubare un paio d’ore di luce alle nostre giornate infernali. E mi ricordo che un pomeriggio Karim raccolse una margherita per me, ed era inverno, e faceva un freddo della madonna ma lui voleva andarci lo stesso a Villa Ada perché a casa sua non ci poteva stare. Mi diceva che la madre stava male e che aveva tentato di farsi fuori e che il padre se ne era andato via dall’Italia e di loro non voleva più saperne nulla, e mi diceva pure che non ce la faceva più a combattere da solo con la madre perché lei non voleva più prendere gli antidepressivi, non voleva più curarsi, ed era violenta con lui e lo picchiava. Ma Karim per rispetto non doveva mai reagire e doveva sopportare le botte, gli sputi e gli insulti senza piangere né lamentarsi mai altrimenti la madre sarebbe stata peggio. E non ce la faceva più Karim a stare dentro casa. Ma a Villa Ada, il pomeriggio, per qualche ora non pensavamo più a nulla. E quel pomeriggio Karim all’improvviso raccolse dall’erba una margherita, una margheritina piccola piccola, sollevandola dalla terra con la punta delle sue dita ossute, tirandola su dalla base dello stelo, piano piano, con delicatezza, e la sollevava su dalla terra come una  bambina dalla sua culla. Poi la avvolgeva con lo stelo su sé stessa, prendeva lo stelo e lo attorcigliava svelto svelto con le sue dita affusolate e lunghe, svelto svelto. Karim intrecciava lo stelo arrotolandolo in un piccolo anello, poi sfregava delicatamente i polpastrelli ossuti su ogni petalo come per pulirli, uno per uno, e a ogni petalo cantava: «M’ama o non m’ama? M’ama o non m’ama?». Poi Karim mi sfiorava la mano con le sue dita fredde e ossute e io tremavo di freddo e di piacere, e sentivo che lo avrei amato per sempre, Karim, e che lo avrei seguito ovunque. E avrei voluto dirglielo tutto quello che sentivo per lui, ma invece, per l’emozione e per la paura, scoppiai a ridere come un coglione. Lui faceva finta di nulla e, serio serio, mi prendeva la mano e mi ripeteva sussurrando: «Vuoi sposarmi? Vuoi sposarmi?». Ridevamo come matti e io gli gridavo ridendo: «Sì, lo voglio! Sì, lo voglio!». Facevo il pagliaccio e mi alzavo in piedi e correndo intorno a lui urlavo al vento: «Sì, sì lo voglio! Sì, lo voglio!’». Gli mostravo da lontano l’anello che mi aveva regalato, lo mostravo con tutto il dito alle coppiette che sparivano tra le fratte e poi gli mostravo il dito medio e allora Karim non la smetteva più di ridere. Si piegava in due dalla gioia Karim, si piegava in due come un ramo secco sull’erba fresca il mio Karim e mentre rideva si teneva lo stomaco e iniziava a tremare di freddo e diventava bianco in volto e si faceva di nuovo serio. Serio come quella volta in cui mi disse che doveva parlarmi perché aveva un segreto troppo triste che non riusciva più a tenersi dentro. E quella volta aveva gli occhi a spillo e lo avevo capito subito qual era il suo segreto perché era da tanto che non tornava a lezione.

«L’amore vero è come un viaggio senza ritorno», mi diceva Karim mentre mi stringeva forte la mano e le mie dita erano strette tra le sue. Mi faceva scivolare carezze delicate sulla fronte e sul naso, sulle labbra e sul collo, e poi tornava su, Karim, e sorridendo mi asciugava le lacrime e le mie dita erano sempre tra le sue, intrecciate, strette strette, ed eravamo un intreccio vivo insieme mentre sentivo il suo cuore battere forte e mi schiudevo vivo al sole di ogni sua carezza. Mi facevi sentire vivo Karim, delicato e vivo come un fiore. Karim, delicato e forte come non lo sono stato più.

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