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Libro-game

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Illustrazione di Agrin Amedì
Caro lettore, quanti anni avevi negli anni ’80? Così suona indiscreto… Ricominciamo. Caro lettore, ti sei mai travato fra le mani uno di quei libri che andavano di moda negli anni ‘80 anni? I libro-game, li chiamavano, libri-gioco dai molteplici finali.

Caro lettore, quanti anni avevi negli anni ’80? Così suona indiscreto… Ricominciamo.
Caro lettore, ti sei mai travato fra le mani uno di quei libri che andavano di moda negli anni ‘80 anni? I libro-game, li chiamavano, libri-gioco dai molteplici finali. Funzionavano più o meno così: all’inizio si presentavano simili a qualsiasi romanzo, poi appena la storia cominciava a catturarti ti ritrovavi la davanti ad un bivio. Scegliendo il percorso A dovevi proseguire ancora dritto, mentre con il percorso B venivi catapultato a pagina boh. Una volta presa una scelta, la trama scorreva regolare per alcune pagine fino al prossimo punto di svolta e così via fino a raggiungere un possibile finale. Il tuo finale era determinato da tutto ciò che avevi scelto prima e ti assicuro che la portata delle scelte non era mai così epica: piccole decisioni, piccoli gesti e la trama se ne va lontana.
Poniamo, ad esempio, che la storia si apra con una coppia di ritorno da una cena fra amici, un venerdì sera, l’ascensore è bloccato come al solito al settimo piano. Marco ne approfitta per dare un’occhiata alla cassetta della posta. Dallo sportello aperto esce una busta bianca e lui passa un dito sulla calligrafia calcata che indica il suo nome. La riconosce: è di Anna. Entrando nell’ascensore apre la busta con un colpo secco del dito e la sua ragazza, distratta da un messaggio, non si accorge della stizza di quel gesto. E tocca il contenuto della busta come ad assicurarsi che non sia vuota. Cosa farà Marco, leggerà o no la lettera?
Ora poniamo che tu faccia la tua scelta e che Marco non legga il contenuto della busta…

Queste sono le parole che Anna ha lasciato nella sua cassetta della posta:

“Piango solo nella vasca da bagno, lo sai. E quando piango per te, lo faccio lì. L’acqua che scivola lascia sul mio corpo centinaia di minuscole carezze che mi calmano, sopiscono. Nei primi giorni della tua assenza non ho fatto che tremare. Il dolore era così totale, così diffuso, che non sapevo dargli un nome. Ora quei giorni sono lontani, ti vedo spesso ma ti guardo poco, ti parlo sempre velocemente eppure so tutto. È il mio corpo che ti sa, è sempre stato così fin dal primo tocco, fin da quando ti ho riconosciuto. Tutta la nostra storia, così piena di parole e di immagini, non la ricordo che attraverso la pelle. Lo sfiorarsi delle dita nel buio di una sala, la barba ruvida sulla guancia, i baci stanchi e rapidi della sera, quelli umidi del mattino; le gambe perfettamente incastrate nel cotone del lenzuolo, i capelli tirati da una tua mano, lo schiaffo di quando ho scoperto di lei, le lacrime caldissime che bagnavano la mia pancia quella volta di tuo padre; gli abbracci lunghi e stretti anche per gli addii brevi; il modo in cui ancora adesso in ufficio mi prendi le mani quando mi vedi distratta e vuoi che ti ascolti. E, su tutto, il motivo per cui ho capito che ti amavo: l’incavo fra la tua spalla e il petto. Nelle notti terribili mi sono accorta che quello spazio, quello spazio perfetto, era fatto apposta per accogliere la mia testa, per darle pace. Sentivo il tuo cuore battermi contro e ho pensato che non c’era nessun altro posto dove avrei voluto essere. Ecco, era questo che volevo dirti. Che sono ancora lì. Ma la tua presenza quotidiana e così superficiale mi pesa troppo sul cuore. Ho deciso di accettare quel lavoro, lascio Roma già domani. Scusa se non ti abbraccio per dirti addio.”

Ma tu, lettore, hai deciso di non far leggere la lettera a Marco e ti ritrovi a pagina boh. 

Appena chiusa la porta di casa, nei pochi minuti in cui la sua ragazza è corsa in bagno per fare la pipì, Marco resta fermo nel corridoio. Nessun fotogramma della vita passata con Anna gli torna in mente, ma la immagina camminare con il suo passo veloce ed elegante per i sanpietrini della sua via, guardarsi intorno prima di intrufolarsi furtiva nel portone. E gli viene rabbia. Cosa deve dirgli Anna dopo quasi due anni e addirittura con un lettera? Che quello sbaglio non contava più niente? Che lei lo ama ancora? E se davvero è così, perché non prendersi le responsabilità e le conseguenze di quel bacio in bocca? Per non dargli, ancora una volta, la possibilità di contraddirla, di urlarle contro o di allontanarsi. Decideva lei, aveva sempre deciso lei anche quando Anna aveva acconsentito con la sua odiosa aria di superiorità che lui continuasse a lavorare nella sua stessa società. Era stata lei, era stata Anna a scegliere per lui, a confonderlo, a incanalarlo in un vicolo senza uscita. 

A questo punto ti viene data un’opportunità di ripensamento. A questo punto della storia ti viene posta la domanda: Come sarebbe andata avanti la storia se Marco avesse letto la lettera?

Opzione 1: Forse ci avrebbe letto dentro un carico di accuse che avrebbe aumentato la sua rabbia; allora avrebbe telefonato ad Anna e le avrebbe detto tutto quello che pensava, che se ne andasse pure, che si allontanasse finalmente dalla sua vita. 

Opzione 2: Forse si sarebbe reso conto c’era ancora anche lui in quello spazio perfetto, con la testa di lei nell’incavo della sua spalla. Avrebbe riaperto di colpo la porta di casa e Silvia uscendo dal bagno non lo avrebbe trovato perché lui stava correndo da Anna. Anna avrebbe smesso di fare la valigia e avrebbero pianto insieme, riso di quella scelta pazza e del tempo perso. Avrebbero fatto l’amore. Silvia ne avrebbe sofferto, pazienza.

Opzione 3: Forse avrebbe semplicemente accolto quell’addio silenzioso, era solo una storia finita e non c’era più niente da dire, nulla che avesse un senso recriminare. La conta delle colpe e delle ragioni era superflua ormai e ognuno avrebbe continuato meglio la propria vita senza l’altro.

Opzione 4: Forse Nell’addio avrebbe avvertito un’ultima di speranza: se mi devi fermare fallo ora, domani sarà tardi. Allora lui la avrebbe fermata, sì, ma all’ultimo secondo disponibile come in ogni sceneggiatura di ogni film che contiene un ultimatum di speranza. Avrebbe rimuginato sul da farsi tutta la notte, avrebbe valutato quello che perdeva e quello che avrebbe potuto continuare a stringere fra le mani e poi sarebbe andato in stazione e solo lì l’avrebbe fermata, al binario del treno, quando essere ormai troppo tardi e invece c’era tutto il tempo.

Marco invece accartoccia la lettera in una sola mano, stringendola così forte da fondere le fibre fra il palmo e le falangi.
«Brutte notizie?» chiede Silvia che lo stava osservando da un po’.
«No, solo la pubblicità.»
Lunedì, tornando in ufficio, Marco scoprirà che Anna ha accettato di trasferirsi nella sede di Pavia e non saprà altro.

Se questo fosse un libro- game, caro lettore, nulla sarebbe davvero perduto e Marco potrebbe tornare indietro e scoprire dove portano le altre strade. Ma evidentemente non lo è, perché in nessun racconto che si rispetti esiste l’opzione della non scelta, del non sapere, della non azione. 

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