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La Stele di Rosetta

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Illustrazione di Agrin Amedì
Quando Mary era piccola, la cosa che più la incuriosiva e allo stesso tempo la spaventava era il freezer dello zio Pietro. Era un affare enorme, soprattutto per lei che era alta non più di settanta centimetri.

Quando Mary era piccola, la cosa che più la incuriosiva e allo stesso tempo la spaventava era il freezer dello zio Pietro. Era un affare enorme, soprattutto per lei che era alta non più di settanta centimetri. Era un cassettone di circa un metro di altezza e tre di lunghezza e conteneva diverse tipologie di cibo industriale confezionato e altre preparate in casa, quindi polpette e cotolette della Findus, insaccati tagliati maniacalmente a dadini, numerose confezioni di alluminio con melanzane alla parmigiana, paste al forno di vari gusti, sughi, tutto rigorosamente datato. La cosa più curiosa comunque era il luogo in cui si trovava il freezer. Non era nell’appartamento in cui lo zio Pietro viveva con i genitori, no, era in uno stanzino sperduto, nell’angolo più lontano del grande garage di casa, vicino al locale caldaie. Qualche volta Mary, aveva provato a vedere cosa ci fosse più in fondo e oltre a ritrovarsi a testa in giù, col pesante sportellone sulla schiena, non aveva trovato grandi tesori. C’erano preparazioni che risalivano al 1970 e cioè poco prima che lei nascesse e quando chiedeva alla mamma quando avrebbero mangiato quelle cose, la mamma le rispondeva che anche le cose congelate scadevano e dopo qualche mese non potevano più essere mangiate e quindi quello del freezer era solo un passatempo per lo zio Pietro. Mary da lì cominciò a pensare che lo zio Pietro fosse un po’ strano, anche perché aveva un sacco di amici invisibili con cui parlava di continuo e lei dopo un po’ cominciò anche a spaventarsi del fatto che tutta quella gente invisibile girasse per casa loro. Quando faceva buio immaginava che entrassero in camera sua e la portassero chissà dove lontano dai genitori. Se chiedeva allo zio Pietro di mandare via i suoi amici invisibili, lui rispondeva che era tutta gente buona e che a lei soprattutto non avrebbero torto un capello. La famiglia di Mary viveva in una grande palazzina a tre piani, costruita dal nonno, che aveva un’impresa di costruzioni a gestione familiare. Al piano terra viveva lo zio più grande, fratello maggiore di Pietro, con tutta la sua famiglia; al primo piano, Mary con il papà e la mamma, sorella di Pietro e al secondo e ultimo piano, i nonni con lo zio Pietro. Pietro era un uomo con la faccia pulita, ispirava tanta dolcezza, perché aveva sempre gli occhi tristi e raramente rideva, e quando lo faceva si vedeva che era per farti un favore. Qualche volta si faceva crescere la barba e puzzava e per questo litigava tanto con la nonna di Mary, perché lei insisteva che si lavasse di più. Ogni tanto, all’improvviso spariva per qualche giorno. In genere succedeva sempre vicino alle feste di Natale. Il padre, i fratelli e il papà di Mary, lo cercavano ovunque. Qualche volta le spedizioni per ritrovarlo avevano come unico esito quello di riportare a casa la sua auto lasciata nel parcheggio della stazione dei treni vicino casa. Altre volte qualcuno della zona andava a suonare alla porta e riportava la sua giacca e la nonna di Mary si strappava i capelli credendolo morto, poi lui tornava e non rivelava mai dove fosse stato in quei giorni, però diceva sempre che se ne era andato per non fare del male a nessuno. Questa cosa Mary non riusciva proprio a capirla. Come poteva essere che lui andava via per non fare del male e mentre era via tutti erano tristi e disperati e non si potevano toccare torroni e panettoni finché non fosse tornato? Si facevano diverse ipotesi sulla sparizione dello zio Pietro durante gli angoscianti momenti dell’attesa e Mary le sentiva tutte; quella che più le piaceva era che si nascondesse a casa della cassiera del bar in fondo alla via, che era innamorata di lui. Il pensiero che lo zio Pietro avesse una persona che lo amasse tanto al punto da tenerlo nascosto per dei giorni, tranquillizzava molto Mary, perché lo zio Pietro, anche a lei che era solo una bambina, appariva troppo indifeso e lei gli voleva bene. In alcuni periodi Pietro peggiorava e andava a casa di Mary, suonava alla porta, entrava in sella ad un cavalo invisibile con la mano destra infilata nella camicia e urlava: «Io sono Napoleone Buonaparte. Io ho trovato la Stele di Rosetta, maledetti inglesi». Mary era divertita da queste scenette, ma la madre la riprendeva sempre spiegandole che lo zio era malato e che così facendo non le faceva del bene, ma poi lei e lo zio Pietro si lanciavano uno sguardo d’intesa e lei capiva che la madre si sbagliava, lo zio Pietro non era affatto malato, no, stava recitando e secondo lei era anche un buon attore. Avrebbe potuto farlo di mestiere. Il nonno non era della stessa opinione e spesso Mary lo aveva sentito dire che Pietro non era in grado di fare lavori manuali o faticosi e quindi lo aveva relegato alla segreteria della sua impresa di costruzioni. Nei momenti migliori gli affidava compiti più importanti, come quello di andare in banca a pagare le tasse, l’Inail per gli operai e a fare versamenti vari. Queste cose le poteva fare diceva il nonno, anche perché lui, il nonno, che era un uomo cazzuto, che aveva passato indenne gli anni della guerra, in realtà non sapeva né leggere, né scrivere, quindi per lui sarebbe stato complicato andare a fare tutte quelle cose, che invece lo zio Pietro sembrava sbrigare con molta facilità. Quando Mary compì sei anni però, a casa peggiorò tutto. Intanto arrivò il vero uomo nero del nonno, cioè la finanza, che lo accusava di non aver pagato le tasse della ditta e degli operai per anni e gli richiedeva una cifra esorbitante, circa duecento milioni di lire. Queste cifre, che riecheggiavano nelle stanze della casa, da un piano all’altro della palazzina, a Mary apparivano come dei mostri spaventosi che volevano schiacciare la sua famiglia e un po’ in realtà fu così. Un po’ vennero schiacciati. La mamma di Mary e la nonna piangevano spesso e tutti erano disperati. Da lì in poi avrebbero passato diversi anni a fare economia anche sul mangiare. Mary tante volte si era chiesta perché non si potessero usare le provviste che erano nel freezer dello zio, visto che erano caduti così in disgrazia e tutti liquidavano ancora la questione “freezer” come se per Pietro, fosse stato solo un passatempo, un gioco. Pietro, dal profondo della sua malattia, non era stato in grado di spiegare che cosa avesse fatto con tutti i soldi che negli anni gli erano stati affidati e tra l’altro, nelle vesti di Napoleone Buonaparte, si sentiva sempre più perseguitato dagli inglesi, quindi per tutti questi motivi gli vennero tolte anche le mansioni di segreteria, così invece di fargli del bene, tutto precipitò. Era il Luglio del 1980, Pietro prese Mary da parte e le disse in gran segreto che aveva parlato con Jimmy Carter e che presto sarebbero venuti a prenderlo per portarlo in un posto sicuro, dove gli inglesi non lo avrebbero mai trovato e che non doveva rivelare a nessuno, nemmeno sotto tortura, dove fosse nascosta La stele di Rosetta. Il freezer doveva essere dimenticato da tutti, tranne da lei che doveva proteggere la Stele anche con la vita, le disse. Mary si spaventò molto della parola “tortura” e le ci vollero anni per dimenticarla, ma promise allo zio di difendere il freezer e la Stele di Rosetta con tutte le sue forze. Dopo pochi giorni, Pietro sparì di nuovo, ma questa sparizione preoccupò di più delle altre, perché superò le due settimane e avvenne in luglio, non a Natale. In famiglia erano tutti come impazziti; gli uomini lavoravano di giorno e cercavano lo zio di notte, ininterrottamente, coinvolgendo tutti quelli che incontravano. Tutta la zona sapeva che lo zio pazzo di Mary era scomparso e stavolta forse era per sempre. Il due Agosto poi scoppiò una bomba alla stazione dei treni di Bologna e ci furono tanti morti e feriti. Visto che quando lo zio Pietro scompariva, spesso lasciava l’auto alla stazione, era plausibile pensare che avesse preso quel treno e visto che, al telegiornale facevano continuamente appelli perché c’erano diverse vittime ancora senza nome, il padre di Pietro, insieme agli altri maschi della famiglia, partirono per Bologna e al ritorno da quel viaggio dissero tutti che era stato un sollievo non riconoscerlo sotto quelle lenzuola e dentro quei sacchi, ma che era stato straziante dire “non è lui” davanti a volti maciullati, pezzi di corpi o soltanto di collanine e orologi fermi alle 10.50. Se non ci fosse stato lo zio Pietro probabilmente anche la famiglia di Mary sarebbe rimasta sconvolta da quella che fu una delle stragi più dolorose dell’Italia degli anni Ottanta. Nella palazzina di quella povera famiglia invece, fecero salti di gioia quando gli uomini tornarono e dissero che no, lo zio Pietro non c’era fra quei morti. La speranza che non si era comunque mai spenta si fece più ottimista e tale rinnovamento fece trascorrere l’estate, ma alla fine di settembre il tempo trascorso appariva a tutti ormai troppo e tutta la famiglia ricadde in uno stato di preoccupante depressione. Ci si metteva anche la recessione familiare, che era sempre più pesante e Mary ancora non si capacitava come gli adulti potevano sprecare tutto quel ben di dio che era nel freezer, ma lei aveva promesso allo zio che avrebbe custodito tutto il contenuto, la stele, i prosciutti, i sughi e le parmigiane. Vicino Natale, lo zio Pietro non era ancora tornato e la malinconia si faceva sempre più forte. La notte del 22 dicembre la madre di Mary si svegliò e disse al marito che aveva sentito qualcuno camminare in giardino; allo stesso tempo la nonna di Mary aveva svegliato il nonno per dirgli che aveva sentito un forte botto, come un rumore metallico, di qualcosa che cadeva. Gli uomini dissero alle donne che avevano avuto delle allucinazioni, perché loro non avevano sentito nulla e tutti si riaddormentarono. La mattina seguente il nonno di Mary e Mary stavano passeggiando intorno alla casa e fu proprio la bambina ad accorgersi del secchio della calcina sul prato. Il nonno ricordava benissimo di averlo lasciato appeso alla corda a carrucola issata al terzo piano, perché dopo le feste di Natale avrebbero cominciato i lavori di ristrutturazione della palazzina, ma la corda non c’era più. Fu sempre Mary a notare che lungo tutto il muro c’erano delle macchie strane. Il nonno quando le vide, la spedì immediatamente a casa. Erano macchie di sangue. Il nonno di Mary chiamò i fratelli dello zio Pietro. Tutti seguirono le macchie intorno al muro perimetrale della palazzina. Erano tante, poi attraversavano il grande viale e finivano subito sopra l’aiuola, ai piedi della recinzione metallica in cui c’era un grosso squarcio. Il nonno di Mary con gli altri uomini della famiglia, passarono dal buco nella vigna adiacente e presero a correre verso il boschetto. Mary sentì, dalla finestra di camera sua, urla spaventose che avevano trasformato le voci dei suoi cari in qualcosa di grottesco. Tutti quelli che erano rimasti nella palazzina si affacciarono, qualcuno scese in cortile, arrivò pure qualche vicino e uno dei fratelli di zio Pietro tornò di corsa farfugliando cose che Mary non capiva bene. Una parola fu più strana di tutte. Impiccato. Pietro penzolava da un albero. Mary si chiedeva che significato avesse, e perché gli era arrivato un pugno allo stomaco che le aveva rigirato le budella, e perché ora pensava che quel fastidio nel petto non sarebbe mai passato, non sarebbe mai più stata felice. Dopo i funerali invece, la vita ritornò a scorrere come prima, solo un po’ più triste e con le solite difficoltà economiche. Dopo pochi anni, tutti sembravano essersi dimenticati del freezer dello zio Pietro, e anche un po’ di lui. Mary era diventata una signorina ed ora era interessata solo alle chiacchiere e alle uscite con l’amica del cuore. Durante la primavera del 1990, la mamma chiese a Mary di aiutarla a fare pulizia nel freezer dello zio. Negli ultimi dieci anni nessuno aveva avuto il coraggio di andare a staccare la spina a quel cassettone congelatore, come se quello fosse il cuore palpitante di Pietro. In un certo qual modo comunque lo era. Era l’amore che Pietro non aveva potuto dimostrare in altro modo, se non conservando cibo, come si faceva in tempo di guerra. Mary inizialmente non ne fu molto entusiasta, poi le ritornò in mente tutto: lo zio Pietro, la Stele di Rosetta, il suo tesoro e fu incuriosita per quello che avrebbe potuto trovare in fondo a quel pozzo di pietanze d’epoca. Appena arrivarono nella stanzetta, nell’angolo più sperduto del garage, la mamma di Mary staccò finalmente la spina e disse alla figlia di cominciare ad aprire i sacchi della spazzatura. Parmigiane del 1970, cotolette del 1977, sughi per ogni anno fino al 1980, tutti gettati senza pietà dentro i sacchi neri della dimenticanza. La più provata da quelle opere di pulizia era la mamma di Mary, che non aveva immaginato i ricordi che un freezer potesse riportare a galla e una delle scatole di cotolette Findus le cadde dalle mani rompendosi e aprendosi da un lato. Mary intimò alla madre di non piegarsi, di non fare sforzi a causa del suo perenne mal di schiena e prese la scatola ormai completamente rotta e aperta. Con un occhio aperto e uno chiuso guardò dentro e non le parve di vedere cotolette, allora ci infilò due dita e tirò fuori il contenuto. Soldi, autentiche lire italiane. Riaprirono i sacchi dell’immondizia e ruppero ogni scatola confezionata e da ogni scatola uscì tutto il tesoro dello zio Pietro, che ammontava con la precisione a cinquecento milioni di lire. La Stele di Rosetta venne ritrovata nel fondo del freezer e tutti noi, alla fine, ci riscoprimmo essere i custodi di quel mistero.

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