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Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Era il primo giorno di ottobre, il primo giorno della settimana e il primo giorno del mio nuovo incarico da direttrice dell’ufficio in cui avevo lavorato per dodici anni, un quarto della mia vita.

Era il primo giorno di ottobre, il primo giorno della settimana e il primo giorno del mio nuovo incarico da direttrice dell’ufficio in cui avevo lavorato per dodici anni, un quarto della mia vita.
I ‘primi giorni’ mi avevano sempre affascinata, fin dal primo giorno di scuola. Li sistemavo con cura negli scaffali della memoria e rimanevano lì più a lungo di tutti gli altri giorni, a segnare lo spartiacque tra il prima e il dopo, a volte tra la fine e l’inizio, altre tra il peggio e il meglio, ma più spesso tra il meglio e il peggio.
Mi svegliai. Sul letto accanto a me era seduto qualcuno o… qualcosa, con la forma di qualcuno. Una persona?
Indossava un blazer blu. Dalla mia posizione vedevo solo capelli d’argento molto corti, della consistenza delle setole di un cinghiale e la superficie del viso chiarissima, liscia. Notai che non aveva le orecchie, il che stranamente mi rassicurò all’istante, come se un qualcosa senza orecchie non potesse avere cattive intenzioni. Immaginai che fosse lì da un po’, sembrava assorto nei suoi pensieri e probabilmente non si era neppure accorto del mio risveglio. Quando gli chiesi se poteva sentirmi sobbalzò lievemente.
«Chi sei?», domandai.
Non rispose, ma era buffo. Gli sorrisi.
Aveva una piccolissima bocca: un’apertura circolare del diametro di una moneta da cinque centesimi che si muoveva velocissima, in modo dissociato dai flebili suoni che emetteva, e lasciava intravedere una superficie bianca, brillante, senza asperità. Ma questo ebbi modo di osservarlo meglio nei momenti successivi. All’inizio la piccola bocca si mosse piuttosto lenta e formò solo qualcosa di simile a un sorriso. Anche questo mi rassicurò. Mi tirai su e sedetti accanto a lui, restando sotto le coperte. Notai quelli che dovevano essere gli arti inferiori: due stretti tubi bianchi articolati più o meno a metà che terminavano con due bastoncini di plastica neri e lucidi, lunghi circa trenta centimetri.
Alquanto scomodi come piedi pensai, ad ogni modo feci notare che era assolutamente necessario che li tirasse subito giù dal mio letto. Non lo fece.
Ammesso che parlasse e comprendesse le mie domande, cosa di cui non ero affatto sicura, capii che avrei impiegato comunque parecchio tempo per ottenere delle risposte. La tabella di marcia della mattina, invariata da anni, non prevedeva lo spreco di minuti. Settantacinque secondi per aprire gli occhi e alzarmi dal letto, trenta per azionare la macchina del caffè, altri trenta per preparare le due tazze sul tavolo, un minuto per scaldare il latte nel microonde e un altro per scongelare i due cornetti. Sì, due! Non bisogna mica rinunciare a tutte le cose che ci rendono felici solo perché qualcuno ha deciso per noi; solo perché qualcuno un bel giorno è uscito dalla porta con le valigie, lasciando indietro tutto il superfluo, compresa la nostra vita, e non è più tornato.
Preparare la colazione per due era una delle cose che mi rendeva felice o almeno non triste, era una sconfitta di meno nella lista delle sconfitte e dei fallimenti e ogni mattina mi concedevo ben sette minuti per gustarmela davanti alla rassegna stampa di Sky. Poi si ripartiva: tredici minuti in bagno, tutto compreso: quattro minuti per indossare i vestititi scelti la sera prima più due minuti di riserva per eventuali modifiche da apportare alla mise in caso di impreviste variazioni meteo, due minuti per un ultimo check dell’appartamento e un minuto per varie ed eventuali.
Per il weekend e i festivi è prevista una tabella di marcia più lenta, ma quel giorno non era domenica né Pasqua né Natale, perciò la presenza di quella specie di alieno mi innervosiva non poco. Guardai l’orologio: ero fuori di sei minuti e le mie domande erano ancora senza risposta, la sua espressione ancora cordiale e il suo sedere ostinatamente sul mio copriletto. Mi alzai e andai in cucina, dietro di me un ticchettio di plastica sul pavimento… Era un bene o un male che mi seguisse? Sicuramente un male se avesse graffiato il parquet. Mi girai per dirgli di fermarsi un attimo, ma non ebbi bisogno di parlare, si era bloccato comunque, il movimento sembrava averlo spaventato. Presi due asciugamani da doccia e li stesi per terra a mo di tappeto e gli mostrai, camminandoci sopra, che avrebbe dovuto fare altrettanto. Riprese a seguirmi con un ticchettio ovattato. Seduto sullo sgabello della cucina osservava ogni mia mossa, attentamente. Aveva occhi celesti senza ciglia né sopracciglia. Sembravano così umani e si spalancavano ogni volta che cambiavo repentinamente direzione.
Feci un altro tentativo: «Mi capisci? Hai un nome?».
Non mi interessava se avesse o meno un nome, mi sembrava solo scortese non chiederlo. Invece di rispondere avvicinò i tre bastoncini neri che aveva al posto di ogni mano alle mie due tazze di caffè fumanti. Me ne porse una, mentre il dito bastoncino più lungo lo immerse dentro, assorbendone il contenuto. Feci per prendere l’altra tazza ma lui, premuroso, mi anticipò e mi porse anche quella, svuotandola col dito cannuccia. Mi ritrovai con due tazze in mano senza più traccia di caffè, le guance che avvampavano dalla rabbia, mentre mi sforzavo per non assestargli un manrovescio su quella boccuccia che… Che però si era fermata un istante, in una posizione simile a quella di prima, simile a un sorriso. Non dissi nulla, lavai le tazze e pulii il tavolo con movimenti molto bruschi e accentuati, quasi per intimargli a non seguirmi in bagno. Funzionò. Restò immobile attaccato allo schienale dello sgabello, il terrore negli occhi.
Forse ho esagerato, pensai.
L’acqua mi scorreva calda addosso.
Cosa ne faccio di lui? Dove lo lascio? Quanti infiniti danni potrebbe fare in casa? Cosa ne faccio? Come lo elimino? Cosa ne faccio? Cosa ne faccio?
In accappatoio tornai in cucina e lo trovai ancora lì, in piedi, di profilo accanto alla finestra, con le dita bastoncino picchiettava sul vetro seguendo nel cielo linee immaginarie. Impossibile decifrare ciò che stava facendo, lo sguardo proiettato oltre le nuvole, un liquido bluastro gli colava dagli occhi lungo le guance lucide, e prima di arrivare al mento e cadere veniva aspirato dal foro della bocca. Non stava facendo danni, non stava sporcando e, soprattutto, non avevo tempo, perciò non dissi nulla e proseguii verso la stanza da letto.
L’immagine di quelle lacrime aliene mi era rimasta appiccicata addosso, mi sentivo pesante. Non sapevo se fosse triste, se stesse piangendo e tanto meno se provasse dei sentimenti, ma ebbi voglia di rallentare, di fermarmi e cercare di capire qualcosa, di quel qualcosa piombato in casa mia.
Tornai di nuovo in cucina.
«Mangi? Vuoi mangiare?», domandai.
L’essere rimase silenzioso vicino alla finestra, le sei dita scorrevano lungo il vetro, da destra a sinistra e da sinistra a destra. A occhi chiusi ondeggiava la testa assecondando il movimento delle braccia, come rapito da una segreta melodia.
Si stava facendo tardi sul serio, l’ansia prese il sopravvento e mi rassegnai a lasciarlo lì, dentro casa mia, all’interno della fortezza che proteggeva le mie abitudini, le mie certezze, la mia vita. Fu una scelta obbligata, un salto nel buio, ma quando chiusi la porta alle mie spalle non c’era panico in me. Niente, nemmeno una briciola. Continuai a cercare ma non trovai traccia di panico in nessun anfratto della mia mente. Cosa mi stava succedendo? Ero talmente incosciente da non rendermi conto della situazione? Avevo perso il controllo al tal punto? Pensai di nuovo ai suoi occhi senza ciglia che inseguivano i contorni delle nuvole, alle lacrime blu…
Rientrai dall’ufficio alle sei e quaranta come sempre, la spesa nella mano sinistra, la borsa a tracolla e le chiavi pronte in tasca. Varcai la soglia senza togliere le scarpe, andai subito in cucina… Niente. Poi in bagno, poi nello studio dove avevo lasciato accesa una luce, poi di nuovo in bagno… Niente. Un piccolo spasmo mi strinse lo stomaco. Simile all’ansia, ma non era ansia, nemmeno paura e neppure rabbia… Comunque passò appena vidi la strana figura nella penombra, seduto sul letto. Sembrava serio, gli occhi senza ciglia socchiusi e la bocca un po’ all’in giù come un fagiolo che punta verso il basso. Guardava fuori, anche da lì.
Accesi la luce.
«Buonasera», dissi fingendo indifferenza.
Continuò a non muoversi fissando il cielo ormai quasi completamente scuro.
«Comodo eh, non alzarti a salutarmi, non ti agitare troppo…»
Nessuna reazione.
«Vabbè, ho capito. Se vuoi restare qui resta… Ok, fai come vuoi. Ma solo per oggi e te ne vai di là in cameretta e cammini sui tappeti, che se graffi il parquet guai!»
Andai in cucina a recuperare un barattolo di Nutella, glielo aprii davanti ma rimase indifferente, il che fugò ogni dubbio: non era interessato al cibo. Continuava a osservare qualsiasi cosa facessi e, se non facevo nulla o ero in bagno, guardava fuori, verso l’orizzonte, oltre le nuvole, ma senza più lacrime blu.
La mattina dopo il letto della cameretta era intonso e lui in piedi di profilo accanto alla finestra.
«Ciao», gli dissi.
Si voltò e mi parve di cogliere un sorriso.
In cucina trovai le due tazze di caffè fumanti sul tavolo apparecchiato e i due cornetti nel microonde. Lui si sedette sullo sgabello come il giorno prima e io presi i cornetti, scaldati a perfezione.
Volevo  urlare Ma perché? Chi te lo ha chiesto? La colazione non ha gusto senza doverla preparare.
Volevo dirgli Non farlo mai più!
Volevo muovermi in fretta per mandarlo in tilt.
Dissi solo: «Grazie».
Allungai la mano per prendere un fazzoletto. Lui me lo porse. Poi infilò un dito stecco in una tazza di caffè e la svuotò.
Basta! pensai, Ora… Ma mi porse l’altra tazza tenendo fuori il dito.
Che buffo quel dito, quelle mani di stecchini… Le guardai bene e scoppiai a ridere. Lo chiamai Mikado, come i bastoncini ricoperti di cioccolato.
Trascorsero cinque giorni. Osservava e imparava. Imparava e imitava. A volte facevo le cose solo per mostrargliele, perché quando faceva le cose non stava alla finestra e i suoi occhi sembravano dire “Sì, questo mi piace!” e se gli dicevo “Bravo” li socchiudeva come se sorridesse o ridesse, insomma come se fosse felice.
Se non lo vedevo per un po’ mi fermavo per sentire se si stava muovendo nell’altra stanza, se stava combinando qualche guaio, ma nel silenzio della casa sentivo solo i rumori da fuori, il via vai del palazzo e, a volte, nel suono metallico delle voci che provenivano dal citofono. Mi illudevo di sentire la sua voce, la voce di Mikado, che mi chiamava o mi diceva qualcosa, così andavo di là, veloce ma lo trovavo sempre accanto alla finestra, fermo, a guardare il cielo.

Non fu semplice, ma presto mi abituai a fargli fare qualcosa al posto mio e devo ammettere che non dovendo stendere i panni, stirare le camicie, svuotare la lavastoviglie, spruzzare l’anticalcare nella doccia e altre piccole incombenze, potevo dormire un po’ di più al mattino e la sera ero meno esausta, riuscivo persino a leggere un po’ senza addormentarmi all’istante. Ciò che iniziava a piacermi non era tanto fare la metà delle cose mentre qualcuno ne faceva l’altra metà, era fare le cose senza guardare l’ora, fare le cose sorridendo a qualcuno che le faceva con me.

In ufficio pensavo ad altre cose da fare tornando a casa, la sera pensavo a cose da fare il giorno dopo. Così un pomeriggio riordinammo e pulimmo la cantina; un altro giorno lavammo tutti i vetri; l’altro ancora lucidammo il parquet e facemmo il cambio di stagione degli armadi. E anche se a volte mi muovevo molto in fretta non si bloccava più, i suoi occhi sembravano felici.
La mattina bevevo un caffè in meno e dormivo molto meglio. Lui stava sempre meno alla finestra. Non credo ci fosse un nesso tra queste cose, andava così e basta.

Alle 9.00 in punto della sesta mattina, era sabato perciò ero a casa, ci eravamo appena seduti al tavolo della cucina quando suonò il citofono. Mikado fermò all’istante le sue parti mobili, la bocca rimase aperta a formare un cerchio che sembrava una O di stupore. In effetti non aspettavamo visite. Mi alzai ad aprire, non c’era nessuno. Urlai «Chi è?» tre o quattro volte affacciandomi dalle scale, ma sentii solo l’eco della mia voce nel silenzio della mattina. Così chiusi la porta e presi le chiavi per dare una mandata da dentro, poi tornai in cucina ma lo sgabello era a terra e Mikado non c’era. Seguii i segni sul parquet: piccoli tondini che a coppie, su due file, correvano fino alla stanza da letto, al centro una riga di goccioline blu, come una ferita sanguinante sul legno lucido. Una raffica di vento spalancò i vetri della finestra che ero certa di aver chiuso. Immaginai le lacrime blu che scorrevano sulle guance di Mikado e stavolta cadevano sul pavimento mentre qualcuno lo trascinava via da me; i suoi piedi stecco che strusciavano lievemente sul parquet senza graffiarlo, scortati da piedi stecco più pesanti. Immaginai, ma vidi solo nubi scure, inattese addensarsi nel cielo d’autunno.
«E allora le lacrime?», urlai al vento.
«… E il caffè?»
Asciugai con la mano piccole gocce d’inchiostro che iniziavano a mischiarsi con la pioggia sul marmo del davanzale, poi rientrai in casa. Il caffè era ancora nelle tazze, lo lasciai lì. Dalla strada arrivavano le voci dei passanti, il portiere, la gente al citofono… “Buon giorno…”, “A lavoro anche oggi?”, “Sono io, posso salire?”, “Il latte…”
La tabella di marcia del sabato doveva essere saltata da un pezzo, non guardavo l’ora da almeno un’ora.
Mi fermai al davanzale a seguire il profilo delle nuvole… Ciao Mikado! Il primo giorno senza di te…

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