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L’amore quando arriva è come la sgommata di un Ciao sul lungomare

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Illustrazione di Agrin Amedì
La festa dell’equinozio d’autunno era vicina e per un gruppo di adolescenti hippies anni novanta come noi questa ricorrenza rappresentava un momento di passaggio fondamentale.

Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio di autobiografia diretto
da Rossana Campo per la Scuola Omero

 

La festa dell’equinozio d’autunno era vicina e per un gruppo di adolescenti hippies anni novanta come noi questa ricorrenza rappresentava un momento di passaggio fondamentale. Bisognava accogliere il “Regno dell’Oscurità” finché non si sarebbe ripresentato il “Signore della Luce”. E questo per noi significava rinascere nella nostra forma più oscura e potente così da sfruttare al meglio il momento.
Stavamo progettando una serata magica in un casale vicino al mare. Volevamo assicurarci hashish e marijuana in quantità, tanto alcol, utilizzare solo musiche psichedeliche, rituali e dei popoli nordici sperando nell’arrivo di qualche caramella stregata dai poteri cosmici per volare tra Giove e Plutone senza intoppi e sperare di tornare a casa in tempo per il pranzo della domenica. A progettare questa notte nei minimi dettagli eravamo io Alfredo e Anna. C’eravamo dati appuntamento all’inizio del lungomare appostandoci tra una panda e un maggiolino e scambiandoci un paio di spinelli d’erba rossa per dare una spintarella alla creatività. Era una serata umida, con l’aria densa di rumori, di marmitte truccate e di palle da biliardo tirate dai giocatori che non si risparmiavano in bestemmie e steccate dette e fatte con grande passione. Il cielo era completamente saturo di salsedine e coperto di nuvole, combattevamo per non farci abbattere dalla pressione che si stava concentrando nell’aria, dovevamo portare a termine la missione carichi di suggestioni lisergiche. Che tipi che eravamo… Se Anna faceva di tutto pur di assomigliare a David Gilmour, e insomma ce ne voleva, Alfredo era uno che sapeva riconoscere a occhi chiusi se la mercanzia a noi tanto cara era di ottima qualità o meno, se le guardie ci stavano per sgamare o se c’era una spia nel gruppo. Insomma aveva assunto il ruolo di Angelo custode della banda frikkettona. Per quanto mi riguarda io ero estremista a modo mio: avevo il mio bindi al centro della fronte, ormai quasi praticamente tatuato, ed ero una Hippie un po’ borderline. I fiori mi piacevano, la meditazione anche ma le lucertole erano i miei animaletti preferiti insieme ai gatti e ai ragni. Tenevo le ragnatele in camera e i ragni mi facevano compagnia: osavo credere, tutt’ora ci credo, alla leggenda che sono magici e portano fortuna. I Cure erano il tormento di mio padre che non sapeva più come commentare il mio stile di vita, ma anche i Doors non scherzavano: “The End” per lui era come l’inferno e io, lo ammetto, l’ascoltavo spesso a apposta. Quella sera poi, mi sentivo particolarmente dark… Non c’era niente di me che non fosse nero, dal guantino di rete all’anello di onice agli occhi sottolineati ripetutamente con una grossa dose di kajal. Tutto questo groviglio di bindi, onice, ragnatele e candele aveva diciassette anni e non si era ancora mai innamorata. 

«Ma davvero non c’è nessuno che ti piace?»
«Vivi Aurora vivi!»
«Ma che vuol dire vivi? Io vivo benissimo! Non ho bisogno di nessuno! E poi è così che si ama? Io non devo fare niente! L’amore quando arriva si fa sentir e credo.» 

Insomma a me l’amore non m’interessava perché se no sei strana.
Io avevo i miei colori, le mie tele, le poesie di Rimbaud e il poster sul soffitto di Jim Morrison che allietava i miei sogni, i miei viaggi interstellari e le mie prove d’amore su me stessa.
Non m’interessava scoprire cosa c’era oltre quello che potevo creare con le mie mani. Preferivo il silenzio, piuttosto. Sulla scia di questa adolescenza non convenzionale raccattavo un bel po’ di scoppiati, innamorati persi di questo apparente menefreghismo, di questa costante concentrazione sul di dentro, su un’altra dimensione, che non aveva niente a che fare con cosa mostrare o come fare per ottenere qualcosa. Diciamo che essere me mi divertiva di più, era la mia sfida personale: venivo dalla periferia suburbana dove zingari, tossici, spacciatori e prostitute mi strizzavano l’occhio e io a loro, e anche se non li capivo fino in fondo ne sentivo la forza vitale. Me li portavo dentro la testa mentre salivo sul bus che mi accompagnava verso i piani alti della città, verso il liceo meglio frequentato: solo alta borghesia e ragazzini vestiti come vecchi. I miei compagni di classe avrebbero ucciso la nonna pur di avere l’ultimo modello della cartella Naj-oleari o il Barbour comprato apposta per non sentirsi fuori luogo in mezzo ad altri 1000 Barbour tutti uguali, tutti così marroncini e a volte, per necessità, presi a rate. Per fortuna c’erano Anna con i suoi Pink Floyd, le nostre sigarette in bagno e Lucy che da intellettuale di sinistra cercava di tirar fuori la sua natura outsider senza mai riuscirci fino in fondo, per ragioni politiche credo. Facevamo le occupazioni insieme e passavamo i sabati pomeriggio a guardare i film di Truffeau e ad ascoltare De Gregori. Lucy preparava sempre una mega torta quando andavo a casa sua e ogni volta con una glassatura diversa di cui almeno metà finiva durante il secondo film. Era affettuosa, e io le volevo bene. Ora che mi ricordo, quella sera umida eravamo proprio di fronte il cancello del palazzo di Lucy. Alfredo temporeggiava perché stava aspettando il tipo che ci avrebbe aperto le porte del paradiso, la casa dove il nostro piano si sarebbe realizzato. Io non avevo molto tempo, purtroppo vigeva ancora il coprifuoco durante la settimana, così ero un po’ in ansia di tornare a casa.
«Oh! finalmente s’è deciso!» ha detto Alfredo al limite del bestemmione.
Inizialmente non capivo a cosa si riferisse, ma dopo pochi secondi tutto è diventato chiaro. Con un frastuono che faceva intuire una marmitta al limite della resistenza si stava avvicinando a tutta velocità una scheggia di pelle nera e metallo lucido che con una sgommata da motocross s’inserisce tra la Panda e il Maggiolino, inchiodando proprio tra le mie gambe. Più di rimanere immobile e recitare il primo mantra che mi veniva in mente non sapevo cos’altro fare, i miei amici erano accanto a me piuttosto allertati, ma io mi carico e voglio proprio guardare negli occhi sto matto omicida. Non so ancora esattamente cosa sia successo, ma è bastato che io lo guardassi, che lui mi dicesse «Scusami…», piegando il viso da un lato insieme al suo mezzo sorriso e a tutti i suoi boccoli biondi che sono caduta in un istante sulla la sua bocca. Ci siamo divorati fino a quando non siamo stati costretti a separarci: non respiravamo più. Ci siamo baciati così a lungo senza mai staccarci che non abbiamo tralasciato di raccontarci nessun segreto. La mia lingua era diventata la sua e la sua la mia, eravamo entrati dentro gli spiragli lasciati vuoti apposta per arrivare a quel momento, a quel bacio, a quel riempimento. Non ho mai provato niente di simile… Mai più. L’unione di pelle che ci siamo concessi in quei 20 minuti tutti nostri non è mai più ricapitato né con lui né con nessun altro. Non in quel modo almeno. Il gigante di pelle nera si chiamava Maurizio. Era bello come un angelo di Raffaello ed era l’essere più gentile e meraviglioso della terra, lo sapevo, lo avevo compreso. Con quel bacio assoluto è riuscito a non farmi più sentire separata del resto dell’umanità. Ho scoperto quanto la saliva sia bellissima sulla faccia e sul collo leccati succhiati mangiati. Che i denti mi fanno venire i brividi sulle labbra che il ventre si apre e si concede senza più difese anche se per un abbraccio gentile e strabordante.
È stata dura separarmi da lui. Non riuscivo a fermare il desiderio di stargli incollata quanto più possibile. Avevo perso la cognizione del tempo.
«Allora? Vi ci porto?»
«Sarebbe l’ora!» risponde Alfredo tra imbarazzo e incazzatura.
«Tu vieni con me?»
«Si» rispondo io.
«Devi salire sul mio sellino, non c’è spazio per due.»
«Ok.»
Ero costretta a stargli addosso. Non avevo mai provato nulla di simile eppure era la cosa più naturale del mondo. In quel breve viaggio la mia testa maledetta inizia a difendersi.
«Che cosa ha di tanto speciale questo qui? In fondo è un perfetto sconosciuto! O mio dio mi piace un sacco, ma non so perché…»
Maledetti perché! La tragedia della mia vita! “Perché quello perché questo, perché proprio me, perché mi sta dicendo questo…»
Io so solo che se fossi stata un moscerino mi sarei addormentata nella sua mano, trovata un rifugio tra i suoi riccioli e non dovevo avere paura che mi schiacciasse, perché mi avrebbe lasciato li, perché sì, lo avrebbe fatto. Mentre mi attaccavo a lui con tutte le forze pur di non cadere sentivo gli occhi di Anna e di Alfredo su di me come se stessi facendo la cazzata più grande della storia. Ma non m’interessava, sentivo per la prima volta nella mia vita che dovevo vivermi tutto quello che sarebbe accaduto, senza nascondermi dietro le mie solite scuse per non affrontare lo spavento che mi prendeva ogni volta che mi sentivo inadeguata o persa o le emozioni mi sovrastavano, stavolta non sarei scappata. Mentre lottavo contro la mia testa attraversavamo il porto dove l’odore del mare si fa più forte, il pescato della notte precedente era ancora lì a farsi ascoltare con tutto il suo tanfo di reti e di pinne incastrate e spezzate… Mi ha svegliata di colpo e riportata all’aria in faccia e all’odore forte mischiato a quello della pelle del giubbotto di Maurizio che cantava a squarciagola “Wild Love dei Doors”. Ero completamente presa, come un pesce nella rete.
Superiamo la pineta e arriviamo di fronte a una villetta con un bel giardino e un grande albero di ulivo al centro. Scendiamo dai motorini e subito sentiamo che lì ci sarebbe stata la più grande festa lisergica della storia della nostra adolescenza. Eravamo esaltati, Maurizio ci aveva aperto le porte di casa di sua nonna che non era in città perché era andata a trovare i parenti da qualche parte in Italia e lui era il suo nipote preferito a cui aveva lasciato, fiduciosa, le chiavi. Sappi cara dolce nonnina che ti abbiamo voluto tutti molto bene. Entriamo in casa e immediatamente cerchiamo di capire cosa e come fare per sfruttarla al meglio e dove mettere tutto il necessario. Scendo in cantina con Maurizio per vedere se c’era del vino da poter utilizzare e di nuovo un abbraccio irrefrenabile ci costringe l’uno contro l’altro e rimaniamo avvinghiati a respirarci addosso. Potrei restare qui per sempre, pensai.
«Rimaniamo così per sempre?», dissi ingenuamente.
«Non possiamo!»
Sorridendo mi accarezza una guancia e continua a cercare il vino. Rimango immobile, non capivo niente, poi ho seguito le viscere e abbiamo cercato insieme. Due belle damigiane di rosso facevano proprio al caso nostro. Tutto sembrava volgere al meglio tranne che era tardissimo, avevo sforato di brutto l’orario di cena. Mi sarei sorbita la filippica di mia madre che all’epoca cercava di capire ciò che per lei era inspiegabile, ovvero da dove fossi spuntata, come mai fossi venuta su così, certamente non era stata lei.
Maurizio mi ha riaccompagnata a casa. Abbiamo corso come matti sulla strada e quando siamo arrivati sotto il portone di casa mi ha dato un bacio sulla guancia mi ha guardata con quegli occhi verdi che facevano sparire tutto ciò che c’era intorno e va via, senza dire una parola. La mia testa ha iniziato a viaggiare di nuovo per conto suo. «Ma che cosa vuole? Fa pure il misterioso? È un pagliaccio che cerca di sedurre con mezzucci da 4 soldi… O è proprio così? Uhm.. Non mi sembra uno che per quanto teatrale nei modi stia lì a tessere ragnatele di seduzione. Anche se…» Insomma ero combattuta salendo le scale verso casa fino a quando non apro la porta e penso. «Aury ricomponiti, vai in bagno controlla che gli occhi non siano troppo rossi per l’erba… E soprattutto dì cose sensate…»
Arrivo a tavola e un silenzio pesante quanto tutto il marmo di Carrara aleggiava sopra le nostre teste. Poi finalmente:
«Dove sei stata?»
«Sul lungomare.»
«Con chi?»
«Anna.»
«È tardi…»
«Sì scusa, ci siamo messe a parlare dei compiti di fisica e non mi sono proprio resa conto.» «Hai gli occhi rossi!»
«Sì, è che…»
«Non me lo dire, ti prego.»
«Cosa?»
«Quello che non voglio sentire.»
«Ok.»
«No va bene, dimmelo.»
«Per paura di fare troppo tardi con l’autobus mi sono fatta accompagnare con il motorino da un mio amico.»
«Sei stata su un motorino?»
«Sì… Dai mà è tranquillo sono 10 minuti di strada!»
«Non so che dire, adesso chi ti ha dato il permesso di salire sui motorini?»
«Volevi che arrivassi alle 10 di sera, no?»
«Va bene basta.»

Le nostre conversazioni si svolgevano più o meno in questo modo, senza conoscerci mai per davvero. Tutte le volte mi sembrava di diventare anche io un pezzo di marmo di Carrara. Comunque, ho passato tutta la notte a pensare a Maurizio. Mio dio non avevo mai provato tante emozioni tutte insieme. Cosa mi stava succedendo? Un ribollire costante da lasciarmi senza sonno senza parole senza colori. Solo occhi sbarrati, la sua immagine e la sua voce. Il bacio sulla guancia prima di andare via…
Ho passato i giorni successivi a sperare di incontrarlo all’angolo di una strada, sull’autobus mentre salivo a scuola, in giro come era successo la prima volta. Niente, non c’era, si era smaterializzato nell’aria. In tutto ciò di quell’esplosione interna che aveva raso al suolo ogni mia difesa non riuscivo a parlarne con nessuno, nemmeno con Anna, che tanto aveva capito tutto. Vivevo senza fiato, in apnea sperando d’incontrarlo e di avere il coraggio di non scappare per non farlo accorgere di quanto fossi felice di vederlo, tanto da non potermi contenere. E invece io mi contenevo, mi trattenevo. «Mamma mia sei sempre così esagerata! Troppo, fai troppo! Guarda che non ti fa bene, ti puoi sentire male. E poi non è elegante, trattieniti!» Mi rimbombavano in testa le parole di mia madre e io non riuscivo a contrastarle e così mi contenevo sempre, continuamente, come quando si trattiene la pipì così a lungo che ti scendono le lacrime. Ma questa volta no, mi sarei data i pugni in testa, strappata i vestiti di dosso piuttosto che assecondarla! Non volevo avere più controllo su nulla. Così mi sono tolta deliberatamente ogni certezza. Io che ho avuto sempre la risposta pronta e l’arroganza di sapere tutto, io che tutto ciò che provavo e sentivo lo tenevo sempre comodamente nelle mie mani. Ora non più. Come un salvadanaio pieno di monetine caduto a terra mi ero fatta frantumare da un evento non calcolato.
Sabato non è tardato ad arrivare e io nonostante tutto mi sentivo pronta per rivederlo, ma soprattutto mi sentivo darkettonissima quella sera e così non mi sono risparmiata in kajal e smalto nero. Ero felice perché per la prima volta quel trucco che mettevo sotto gli occhi non era una maschera, ma un regalo che facevo a qualcuno.
Anna viene a prendermi col motorino verso le cinque del pomeriggio, ci incontriamo un po’ distanti da casa in modo da non essere viste e sfrecciamo sulla strada verso il nostro brandello di paradiso. Allora non c’era niente di più sano per me che stare coi miei amici, a sballarmi, all’aria fresca, senza marmi di Carrara intorno, ma solo spiagge, pinete e motorini su cui volare. Arrivate alla villa ci accoglie Alfredo con una bella canna d’erba e un bicchiere di rosso casereccio. Partiamo in orbita, ma lentamente. L’erba era di ottima qualità e potevamo godercela senza troppa ingordigia. Leggeri come spiriti silvani ci siamo messi all’opera per accogliere al meglio i nostri invitati. Ovunque c’era un mucchietto di marijuana che all’occorrenza si poteva utilizzare, vino e bicchieri di carta sparsi per tutto il salotto e almeno un centinaio di candele accese ovunque, incenso indiano e Anna che si era occupata della musica, aveva messo per i preparativi “The Atom Heart Mother” dei Pink Floyd, ovviamente. Entro in cucina per prendere altri bicchieri e lui era lì. Il cuore mette la quinta ma in quella corsa velocissima mi sento in grado di salutarlo senza balbettare.
«La mia musa finalmente!»
Mentre mi sforzo di rimanere in piedi e non svenire mi viene in aiuto Salvatore, il guru del gruppo che per l’occasione era tornato da Roma dove studiava da un po’ di anni Psicologia. «Tore! Che sorpresa!»
«Ho sentito Alfredo in questi giorni e non potevo non esserci! Ho portato un regalo per tutti..»
«Grazie! Certo che sfruttare tua madre così però…»
Aveva portato non so quante teglie di pizza gentilmente offerta da mamma Pina, che aveva un debole per tutti noi.
«No no, ma che centra la pizza.»
«Ah…»
«Ho portato il dessert. Tante caramelle speciali…»
Scoppiamo a ridere e ci abbracciamo tutti e tre saltellando come se avessimo vinto 30 milioni a testa a un quiz a premi. Non ci potevo credere, avevamo tutto quello che volevamo!
Tore era definito il guru del gruppo perché aveva fatto tutto prima di noi. Era il più grande, e c’era molto affezionato. Ci ha fatto conoscere un certo tipo di musica, di ribellione e di possibilità. Però era anche uno che soffriva di depressione, era ipersensibile, indescrivibilmente dolce e aveva tentato il suicidio almeno già quattro volte. Per lui l’università era solo un pretesto: il suo impegno principale era partecipare ai collettivi politici della facoltà, scrivere poesie e dipingere quadri che vendeva agli amici durante i soliti festini.
Mi chiamava la sua Musa perché si era preso una cotta per me e perché diceva che ero al di sopra della media, che come lui dipingevo, che avevamo un sacco di cose in comune, che avevo un’energia spirituale molto potente. Io l’ascoltavo e cercavo anche di credere a quello che diceva sul mio conto, gli volevo molto bene ma a causa della sua depressione in alcuni periodi diventava parecchio ossessivo, al limite dell’aggressivo così cercavo tutti i modi più delicati per tenerlo a distanza. E poi beveva, e in certe occasioni troppo. Intanto con Maurizio ci guardiamo di sfuggita e ci sorridiamo a mezza bocca. Troppo rischioso parlare, almeno per ora. Perciò dopo qualche tiro di canna e un bicchiere mi sono dileguata, aspettavo il coraggio che mi conquistava quando andavo in orbita. E così fu.
Verso le dieci di sera eravamo tutti su Plutone a danzare aspettando l’arrivo della notte più scura, eravamo almeno in trenta e la metà non si conosceva, ma non era necessario conoscersi per abbracciarci e fregarcene di dirci il nostro nome. Eravamo lì per altro. Mentre tutto questo luminosissimo groviglio di corpi e di sorrisi danzava in ogni angolo della casa mi ritrovo di fronte a Maurizio che ballava come un indiano americano saltellando e volteggiando su una gamba sola. Fluttuava nell’aria. Sembrava un Sioux. Mi fermo di fronte a lui e aspetto che apra gli occhi, che mi veda. Pochi secondi dopo ballavamo insieme su una gamba sola e tutto ruotava intorno a noi senza contorni, fluorescente. Mi sentivo al centro di una sfera gigante e densa in consistenza che girava su sé stessa ancora più velocemente di quanto già stavamo facendo noi. Sentivo la musica distorcersi e il respiro diventare sempre più sonoro e poi, nella mia testa una voce.
«Non posso, sei bella ma non posso.»
«Chi mi sta parlando?»
«Perdonami, non posso. Ti prego abbracciamoci e basta.»
«Chi sei?»
«Io…»
Era Maurizio che mi guardava e mi diceva nella testa queste frasi. «Oddio sto impazzendo. Stavolta ci ho dato giù di brutto!» E invece no, non stavo impazzendo.
Io e Maurizio a un livello più profondo a cui ancora oggi non so dare una giusta definizione eravamo collegati, ma non attraverso un sentimento terreno. C’era qualcosa che solo noi comprendevamo, che è durato a lungo, anni, ma che non si è mai manifestato attraverso un unione convenzionale. Mi sono fermata di colpo. Non riuscivo più a tenere il ritmo, inciampavo e non stavo in equilibrio. Mi allontano, non voglio più ascoltare quelle frasi. Mi si bruciavano i pensieri come se l’acido muriatico vi piovesse sopra.
Dopo quella danza a due gambe non ci siamo più incontrati per tutto il resto della festa. Ognuno sulle sue gambe, separati. Fin quando per prendere un po’ di fiato e starmene per conto mio mi avvicino al grande ulivo in giardino, mi siedo e poco dopo un gatto nero mi sale addosso. Mentre l’accarezzo mi accorgo nell’oscurità che al lato dell’ulivo poco distante da me c’era Maurizio, abbracciato ad un’altra, Arianna, darkettona e dall’aria dannata, quasi quanto me. Sono rimasta lì ferma immobile, non mi sono alzata per tutto il tempo e non per spiare o per autolesionismo, ma per assorbire quella verità e accettarla. Dopo pochi minuti è arrivato Salvatore.
«Si comincia a vivere quando si accetta la verità. Sii autentica Paola, sempre. Maurizio lo è. Per questo vi vorrete sempre bene. Ma lascialo libero. Sii libera. Tu lo sei. Lui lo è. Siate liberi.»
Sono rimasta in silenzio, non gli ho risposto, non ho pronunciato parola non ho emesso un suono nemmeno quando il gatto mi ha morso tra il pollice e l’indice lasciandomi i segni delle sue zanne per sempre. Salvatore mi ha stretto la mano ferita e me l’ha baciata, ma io non provavo nessun dolore.
Quei due puntini divenuti ormai quasi invisibili da quella notte ci sono sempre anche quando non li ho voluti vedere, anche quando li ho mascherati.
«Ricordati di essere autentica.»
Ora li vedo e sono ancora sono qui, al centro della L tra il pollice e l’indice. Da quella notte, ho iniziato a smettere di nascondermi. 

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