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Tutte le donne della mia vita

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Illustrazione di Agrin Amedì
«Hey Richi, mi vai a prendere una bottiglietta di tè alla pesca al bar?», disse lei facendo gli occhi dolci. Io obbedii. Sono cotto di lei da quando l’ho conosciuta per la prima volta a scuola.

«Hey Richi, mi vai a prendere una bottiglietta di tè alla pesca al bar?», disse lei facendo gli occhi dolci. Io obbedii. Sono cotto di lei da quando l’ho conosciuta per la prima volta a scuola. Non mi ha mai voluto, non mi ha mai calcolato né tantomeno mi ha mai preso in considerazione. Tranne quel giorno. Quel giorno voleva una bottiglietta di tè alla pesca. Promisi che sarebbe stato il tè più buono del mondo. Sarebbe stato il tè che l’avrebbe fatta innamorare di me. Andai a cercare la bottiglietta al bar. Ce n’era una con un tappo molto particolare. «Voglio quella», dissi. Il barista mi rispose: «Ragazzo questo tè è fatto con le ultime pesche coltivate in Lapponia. È la fine del mondo». 
«Proprio quello che mi serve», risposi. «Ma poi le pesche… In Lapponia?» Il barista sorrise. Tornai da lei e gliela porsi. Ne bevve un sorso. Un secondo dopo mi si gettò ai piedi gridando: «Ti amo!». Ero contento, ma non troppo. Io sono un animo libero, mi sarei stufato dopo qualche giorno. Così è stato. Non avevo più voglia di lei. 
Mi sono sempre piaciute le ragazze asiatiche, magari di Tokyo. Con quegli occhi neri penetranti, magre magre e accondiscendenti. Scelsi di partire. Andai proprio lì, a Tokyo. Conobbi Sakura. La conquistai regalandole una pelliccia. Era una pelliccia speciale, però. Il commerciante mio amico al momento dell’acquisto mi disse: «È fatta di pelle di Mammut, gliel’ho strappata io stesso con le mie mani. Farai un figurone con lei».
«Proprio quello che mi serviva», risposi. «Ma poi i Mammut… Non erano estinti?!». Il mio amico sorrise. Una volta che Sakura indossò la pelliccia mi baciò. «Non voglio più allontanarmi da te!», mi disse. Io ero contento, ma non troppo. Dopo qualche giorno non avevo più voglia di lei. 
Mi sono sempre piaciute le donne sudamericane. Con quei capelli così neri e così ricci, provocanti all’estremo. Magari di Qito. Partii, andai proprio lì. Conobbi Stephany. Non era un classico nome sudamericano, ma mi piaceva quel nome. La conquistai regalandole un ciondolo. Non era un semplice ciondolo, però. Il gioielliere mi disse che al centro c’era incastonata una pietra verde, che all’apparenza poteva sembrare del semplice smeraldo ma se si riponeva la giusta attenzione si riconosceva quello che era in realtà: kriptonite pura. «È l’ottava meraviglia del mondo», mi disse. «Proprio quello che mi serviva», risposi. «Ma poi la kriptonite… Ma non stava solo nei fumetti?» Il gioielliere sorrise. Quando gliela feci vedere impazzì di gioia. Gridava per la strada a squarcia gola: «Sei l’uomo perfetto!». Io ero contento, ma non troppo. Si sa che le sudamericane quando invecchiano invecchiano male. Non come le canadesi che con i loro….
«Riccà, mi senti? Me la vai a prendere questa bottiglietta di tè? Vabbè Marco, me la vai a prendere tu?»

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