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L’acquario

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Illustrazione di Agrin Amedì
Sentivo il cuore martellarmi nel petto così velocemente da rimbombare in tutto il corpo, raggiungendo ogni angolo. Intorno a me era tutto buio e io aspettavo seduta a terra, ferma.

Sentivo il cuore martellarmi nel petto così velocemente da rimbombare in tutto il corpo, raggiungendo ogni angolo. Intorno a me era tutto buio e io aspettavo seduta a terra, ferma. Tutto doveva andare alla perfezione, non c’era spazio nemmeno per il più piccolo errore. Dovevo essere perfetta e l’attesa mi stava facendo impazzire. Ero impaziente di cominciare, di dare tutta me stessa nella cosa che mi riusciva meglio.
La luce si accese con uno scatto secco e per un attimo rimasi immobile, abbagliata. La polvere sul pavimento di legno formava degli strani intrecci, molto simili alle onde del mare. Il silenzio nella sala era vibrante, carico di attesa. Riuscivo a sentire ogni occhio vigile, ogni respiro sospeso in attesa della mia esecuzione. Poi, la musica.
Udii le primissime note della melodia e quando arrivò il momento iniziai a muovermi come mi era stato insegnato. Contai i passi, sentii il ritmo, mi alzai sulle punte e mi lasciai sollevare dal ballerino.
La tensione che sentivo nel petto era pressante e rendeva rigidi i miei movimenti.
Dovevo lasciarmi andare, potevo sentire lo sguardo dei critici in sala perforarmi la carne.
La mia esecuzione doveva essere impeccabile, me l’avevano ripetuto all’infinito tutti i miei insegnanti negli ultimi giorni. Il fatto incredibile era che in quel momento di estrema importanza, il punto di svolta della mia carriera, io stavo pensando a tutt’altro. Una remota parte di me sapeva che avrei dovuto concentrarmi sui movimenti e sulla musica, ma la mia mente per una buffa coincidenza non poteva fare a meno di ripensare a quella volta in cui visitai un acquario. Ricordavo le grandi vasche blu, le luci colorate e la lieve melodia che accompagnava i visitatori durante tutto il percorso. I pesci multicolore che nuotavano nelle vasche mi avevano affascinata. Ero rimasta ad osservarli guizzare fra le alghe e i coralli con una naturale grazia che, avevo pensato, mai nessun ballerino avrebbe potuto eguagliare. Pensavo a quei pesci mentre volteggiavo sul palcoscenico per la prima volta nel ruolo di interprete principale. Eseguivo tutto in modo meccanico. Perfettamente, certo, ma senza sentimento poiché la danza classica in quel momento era il mio ultimo pensiero. Ero invece immersa nel ricordo degli enormi squali che passavano sopra alla testa delle persone, nella galleria. E dei delfini, che giocavano saltando e rincorrendosi fra di loro. Quegli animali eleganti lo erano per natura, nessuno aveva gli aveva insegnato ad avere quel portamento o a eseguire quel salto; lo facevano e basta.
Saltai, il mio compagno mi prese, allargai le braccia, inarcai la schiena, piegai le gambe verso la mia testa a formare un anello. Come i cavallucci marini, pensavo. Lui mi posò a terra, salii sulle punte, alzai una gamba fino a metà schiena in arabesque, gli diedi la mano, sollevai l’altra sopra la testa e lui mi fece girare su me stessa velocemente.
Dovevo smetterla di pensare ad altro, le critiche sul giornale del mattino dopo mi avrebbero massacrata ma non riuscivo a soffocare il ricordo dei piranha, pesci famelici, che avevo visto all’opera quando l’addetto aveva dato loro il cibo dalla sommità della vasca. Mi ero aspettata moltissimo sangue ma la verità era che i piranha avevano concluso così in fretta il pasto che la vittima probabilmente non se ne era nemmeno resa conto.
Corsi leggera attraverso il palco e mi preparai per la conclusione: l’ultima prova, quella che tutti aspettavano. Cominciai a eseguire i fouettes alla francese, dovevo farne trentadue uno dopo l’altro. Sollevai la gamba destra e mi diedi la spinta per la piroetta sul posto.
Uno, due, tre.
L’immagine dei pesci tropicali era vivida nella mia mente, giravano in quella vasca come se fosse il loro mare ma quel mare aveva spesse pareti di vetro a fare da confine.
Quattordici, quindici, sedici.
Le murene vorticavano silenziose nella loro gabbia circolare, sbattendo sui muri trasparenti troppo stretti intorno a loro con i passanti che osservavano la loro vita da ogni angolazione.
Venticinque, ventisei, ventisette.
Le meduse trasparenti sembravano davvero danzare nell’acqua, intrappolando tutto ciò che capitava fra i loro tentacoli e soffocandolo con il veleno. Pura illusione. Le vere prigioniere erano loro.
Trenta, trentuno, trentadue.
Mi fermai sulle punte con le braccia in alto. Il ballerino mi raggiunse e mi prese per la vita. La musica finì e le luci si abbassarono.
Cominciarono gli applausi, ma quell’apprezzamento non mi diede alcuna gratificazione. Mi sentivo come quei pesci osservata da tutti, oggetto di critiche e discussioni. Mi sentivo in trappola.

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