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Illustrazione di Agrin Amedì
120 secondi sul display del tabellone, poi la partenza. Ancora due minuti per provare a uscire dal buco nel culo del mondo. Lo stadio è grandissimo e moderno, le tribune immense piene di gente e l’erba tagliata e rasata di fresco.

120 secondi sul display del tabellone, poi la partenza. Ancora due minuti per provare a uscire dal buco nel culo del mondo. Lo stadio è grandissimo e moderno, le tribune immense piene di gente e l’erba tagliata e rasata di fresco. Il campo della scuola da quel buco di periferia dove vivo è molto lontano. Saltello per sciogliere i muscoli, la scarpetta non affonda e rimbalza bene sul tartan. La fabbrica di cartone e le sue ciminiere sono fuori dall’orizzonte. Scommetto che qui non si scivola dopo mezzo giro di pista per la polvere depositata dal fumo. La pista è soffice come il burro, gli spalti con i sedili grandi e comodi, gli spogliatoi con la doccia e l’acqua calda. E poi fuori il centro città: i negozi di lusso, i palazzi alti da far solletico al cielo, i cinema con i film di prima visione che non hanno i seggiolini sfondati. E poi gli abiti firmati, cazzo sono tutti in giro con gli abiti firmati, lindi di sartoria e di ferro da stiro non come da noi alla domenica quando tutti si mettono l’unico abito pulito che non è sporco di fuliggine. Ma qui si corre diavolo, qui si corre davvero, qui si fanno i primati. Selezionato in periferia, il ragazzo ha talento ha detto il coach e lo portiamo a gareggiare per la borsa di studio del CONI per meriti sportivi. La mia prima finale. La mia grande occasione. Sono qui per fare il tempo, per spaccare il cronometro. 47.50. Devo completare il giro di pista entro 47 secondi e 50 fottuti centesimi. Solamente 47 secondi e 50 centesimi che mi separano da una borsa di studio per diventare un atleta professionista e per scappare da una sporca vita nel buco del mondo.
Un minuto alla gara. L’ho preparata con cura. Deve essere tecnicamente perfetta. Partenza lenta e accelerazione fino ai 70 e poi lanciato per 200 metri a velocità di crociera appoggiati tutti sull’avampiede, la schiena estesa, decontratto senza tensioni, la curva senza farsi portare via dal vento, i 300, decelerazione rettilineo finale, la spinta senza calare la velocità. Wow ha urlato il coach saltando per aria all’ultimo allenamento dopo aver spento il cronometro, ragazzo se non fai il coglione fino a domenica la borsa di studio e tua. No, non me la toglie nessuno, nessuno ha la fame che ho io per tirarsi fuori dal buco del mondo. E non me ne frega un cazzo neanche di quel fastidio al cuore, quel battito aritmico che ogni tanto si fa sentire durante la corsa. Quel soffio lontano lontano… Cazzate, niente e nessuno mi può impedire di toccare il mio sogno, 6 ore di allenamento tutti i giorni dopo la scuola fino ad andare a letto sfinito. 
30 secondi. Concentrati non pensare più a quella sera, al suo abbraccio a tutto quel tempo che non ho saputo dirgli che mi sarebbe piaciuto ballare con lei, a fissarla da lontano, il suo sorriso. E poi ti vengo a vedere domenica pomeriggio allo stadio e io con gli occhi bassi che bello non vedo l’ora. Ma che cazzo stai combinando? Non pensare a lei adesso, stronzo, adesso hai una cosa più importante da fare, devi diventare un atleta del Coni. Anch’io non vedo l’ora risuona la sua voce. Anche io, facciamo presto, ancora pochi istanti e si parte, non vedo l’ora di correre e di vederla di nuovo, sto morendo dall’ansia. Anni di fatica di impegno di rabbia tutto il rancore e l’amore si mescolano assieme. Sta arrivando il momento. 
10 secondi. Le tribune di questo stadio sono davvero distanti, il rumore dagli spalti giunge ovattato. Chissà in quale posto è seduta lei adesso. Da quale punto mi guarda. Forse da dietro, il dietro è il mio meglio. Tutte le ragazze mi hanno sempre detto che ho un gran bel culo, fisico che ammalia, sì speriamo che mi guardi da dietro non sopporterei che mi guardasse in faccia ora. Ho le contrazioni della tensione e della attesa, non voglio abbandonarmi proprio ora. Stasera gli dirò che ho bisogno di lei perché è speciale, accende la luce quando fuori c’è il buio e si porta via il freddo del buco del culo del mondo.
Lo starter chiama ai blocchi di partenza. C’è il campione 6 metri davanti in quarta corsia, non ha mai perso una gara negli ultimi cinque anni, 45.30 il suo tempo. Non lo avrei voluto davanti, volevo davanti solo uno un po’ più forte di me che mi facesse da punto di riferimento, questo invece non si prende, va via dopo i primi trenta metri, io resto solo come un cane con i miei 13 passi ogni 60, conta nella testa stronzo, non perdere mai il ritmo ragazzo guarda la corsia per terra, guarda, cazzone, dai retta al coach. 
5 secondi prima del botto, la devo portare da Frankie, bel posto, ho le tasche vuote però ma Frankie è un amico, non mi farà pagare e mi farà fare una grande figura. Mi metterà nel tavolo d’angolo quello appartato con la luce più bassa, avrò addosso il vestito grigio di flanella che ho comprato in quel negozio di città con gli ultimi soldi che avevo e lei indosserà di sicuro un vestito nero molto attillato, aperto davanti, che finisce appena sopra il ginocchio e mi guarderà con quei suoi occhi immensi più chiari della luce. Ai vostri posti, pronti! Il piede aderisce sul blocco, ginocchia per terra braccia perpendicolari alla pista il cuore in gola, mi si piega lo stomaco, lei, Frankie, il tempo all’indietro, i consigli del coach, il buco del mondo non contano più un cazzo di nulla. Fermi, immobili, lo sparo e via. Esplodo, una scarica di adrenalina, mi metto in frequenza, non sono mai partito così forte non mi sono allenato per partire tanto forte, ci deve essere una prima fase di accelerazione la velocità massima la devi raggiungere ai 100 metri poi devi viaggiare in progressione e tenere agli ultimi 100 fino alla fine, leggero. Ma non me ne frega un cazzo devo finire in fretta ho paura mi sta scoppiando il cuore vado a prendere il campione ai 40 tengo la velocità sono ai 70 poi a 100 ora siamo a pari ho annullato lo svantaggio.
Aspetta Frankie pensiamo al menu per la cena che non voglio fare una figura di merda, quel piatto speciale che sai fare tu com’era, filetto di persico con i pomodorini e l’aroma del vino bianco francese, lei ne uscirà pazza. 
120,150 primo rettilineo non rallento, la schiena dritta il busto eretto la gamba d’appoggio è tesa e non flette, l’assetto è fluido e mi affianco al campione. 180, 200 comincia la curva lei mi tiene la mano mentre il suo seno sporge generosamente in avanti gli altri sono tutti già indietro. Lui curva per primo, mezzo metro più avanti, io nella sua ombra. Le mie braccia cominciano a muoversi mulinando scomposte le sue allineate al corpo da manuale con il viso decontratto senza sforzo apparente, la seconda curva è quella dell’acido lattico devi decelerare per poi ripartire con tutto quello che hai non appena si apre il rettilineo finale. Tieni la velocità, devi tenerla, tienila, l’aria mi taglia di traverso devo chiedere a Frankie di farle assaggiare quel pasticcio di carne che mi ha preparato una volta da leccare tutto fino all’ultima porzione di sugo. 
Sono uscito dalla curva, 300, 310 poi 320, ho le gambe indurite ho esaurito il serbatoio di ossigeno, il campione due metri avanti fila ora via spedito aumenta la velocità va via sul dritto finale, provo ad aumentare la frequenza della falcata non sento più il cuore sono in apnea non so da quanti secondi non respiro più il fiato mozzato da quel vestito nero che le avvolge i fianchi da lasciare immaginare tutto il suo corpo, il polmone pompa ancora una volta. 350, 370 un secondo alla volta al rallentatore, sto andando bene, sto andando male, sto facendo il tempo, cazzo non lo so più. Frankie no il pasticcio di carne a lei non piace la carne trovami un altro piatto speciale, quel vestito nero senza spalline merita molto di più. 400, traguardo, mi getto testa in avanti per bruciare il cronometro corpo proteso parallelo alla pista guadagno qualche centesimo. Cado a faccia in giù, lasciandomi andare alzo la testa sulla sinistra vicino al prato il cronometro segna 47.47 , l’ho preso, vittoria, via dal buco dal mondo, finisco giù nel tartan, un cavolo che è soffice come un manto e duro come l’asfalto. Sto bene, sto male, chissenefrega non sento più niente. 
Ora il campione è in piedi e sopra di me, mi guarda, non ride, non sfotte, fa ampi cenni con entrambe le braccia, corrono tutti trafelati, il nuovo entusiasta pubblico nella mia grande impresa da ovazione. Non mi muovo non riesco a muovermi, non riesco a sentire più un muscolo. La testa la sento leggera però, tutti ormai mi sono attorno, voci allarmate, il boato della gente, no Frankie forse il persico è meglio al forno con la salsa di agrumi, facciamo il pieno di proteine ad alto valore, mi serviranno per dopo la cena, la voglio portare a ballare fino all’alba per cadere a terra sfiniti.
47 secondi e 47 centesimi. Mi viene da piangere, cazzo però non voglio sembrare un bambino, trattengo le lacrime, sono felice, gli applausi, la doccia la cena il vestito il suo corpo che si appoggia sul mio, il dolore si fa insopportabile. C’è tanto casino adesso. Sirene, si fa largo un camice bianco, mi strappa la maglietta sudata, mi posa le mani sul petto, portate il defibrillatore, le urla si fanno assordanti, il cuore sembra il rumore degli ingranaggi della fabbrica di cartone, lo vogliono riprendere mentre sta lasciando il buco del mondo.

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