Un conto in sospeso

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
«Mi scusi, può fermarsi un attimo? Devo andare in bagno.» «Mi dispiace, questo taxi non effettua fermate. Nessuno può fermarsi qui, è troppo pericoloso. Stia tranquillo, l’arrivo in albergo è previsto tra 15 minuti. Non manca molto.»

«Mi scusi, può fermarsi un attimo? Devo andare in bagno.»
«Mi dispiace, questo taxi non effettua fermate. Nessuno può fermarsi qui, è troppo pericoloso. Stia tranquillo, l’arrivo in albergo è previsto tra 15 minuti. Non manca molto.»
Dal finestrino non si vedeva nulla. Nulla, solo nebbia e fumo grigio. Nessun albero, nessun palazzo, neanche il ciglio di una strada. Non si capiva neanche che ore fossero. Lucio si stropicciò gli occhi, cercando il suo cellulare.
«Mi scusi, dov’è il mio zaino? Può dirmi almeno che ore sono?»
«I suoi oggetti personali sono nel bagagliaio, come da procedura.»
L’autista alzò il vetro oscurato della limousine nera per evitare di essere importunato ulteriormente.
«Ma lei non dice nulla?»
«Mi scusi, ma sono troppo stanca per parlare.»
Seduta accanto a lui, sul lungo sedile in pelle nera, una bella donna sulla quarantina se ne stava con la testa appoggiata al finestrino. Era assorta a guardare il nulla e ogni tanto faceva roteare i lunghi capelli neri che le scendevano sui seni sodi e bene in vista. Si accarezzava annoiata una ciocca con l’indice, poi la sollevava delicatamente e roteando il dito andava a creare un ipnotico movimento a spirale in cui i capelli si attorcigliavano come serpenti.
Lucio forse aveva bevuto, o forse aveva dormito troppo in aereo, perché non riusciva a ricordare chiaramente quasi nulla della sera o del giorno prima.
La luce fuori era opaca, per nulla brillante. Pensò che potesse essere l’alba oppure le quattro, massimo quattro e trenta del pomeriggio. Si, non doveva essere più tardi delle cinque di pomeriggio. Poi guardò la profonda scollatura del vestito di velluto nero della donna che lasciava intravedere un lembo di pizzo di un reggiseno di buona fattura. Controllò se portasse la fede. No, non era sposata. Si tranquillizzò.
«Lei dov’è diretta? Io mi chiamo Lucio, piacere.»
«Sto andando da mio figlio.»
Dall’accento si capiva che non era italiana, poteva essere colombiana o del Venezuela. Anzi, doveva essere caraibica. Ricordò che una volta si era innamorato di una ragazza venezuelana, si chiamava Mira. Una scommessa tra amici… Mira, la prostituta più giovane del club, era stata data in premio al più paraculo del gruppo della Hi-Tech Investment. E Lucio, alla luce del duro lavoro svolto, quella scopata senza preservativo di fine anno se l’era proprio meritata. Che poi, a dirla tutta, per Lucio, non fu solo una scopata. La settimana dopo sentiva già la sua mancanza e cominciò a tempestarla di chiamate finché alla fine lei accettò di vederlo ma solo per dirgli che se ne stava tornando in Venezuela e che si sarebbe fatta viva. Anche se poi lei non lo cerco mai più.
«Ah, viene a prenderla lui?» azzardò Lucio, suadente.
«Sì, mio figlio. Non lo vedo da cinque anni.»
«Sicuramente sarà solare come lei…»
La donna si girò verso di lui e lo squadrò severamente. Le sue belle mani curate, piene di anelli, rimasero immobili con le dita intrecciate a proteggere le ginocchia accavallate.
«Mi chiamo Mira.»
Lucio impallidì. Strabuzzò gli occhi aquilini per poterla squadrare meglio. No, nessuna somiglianza con la sua ex. Mani troppo grandi, labbra troppo grosse, naso troppo piccolo, sproporzionato. No, non era lei.
«Lucio. Il piacere è mio. Posso offrirle un drink?»
«Perché no.» Rise.
Lucio spinse il bottone e il separè di vetro si abbassò.
«Senta, cosa c’è da bere qui dentro?»
L’autista rispose quasi seccato.
«Nulla. Se ha sete tra poco potrà bere. Ovviamente, dipende dall’albergo.»
Poi si rivolse amabilmente verso Mira, guardandola con apprensione attraverso lo specchietto retrovisore e mentre richiudeva il separè di vetro nero con il pulsante sul cruscotto le sussurrò: «Lady, per qualunque cosa sono qui.»
Lei gli sorrise dolcemente, Lucio invece, si incazzò a morte. Come un forsennato, iniziò a sbattere i pugni contro il finestrino del separè sul quale c’era scritto a chiare lettere platinate ‘’Non disturbare il conducente’’.
«Lei è un cafone, un maleducato! Lei è un ignorante, un incompetente! Io la faccio licenziare!»
Continuava a tenere premuto il pulsante che regolava la chiusura del separè, ma il finestrino restava chiuso.
Si girò verso Mira che sorrideva triste. Lei lo ignorò, spostando di nuovo lo sguardo verso il finestrino e, come assorbita da quella nebbia, lasciò scivolare lentamente il collo sul poggiatesta alle sue spalle.
Lucio cercò di rilassarsi e tornò a guardare la donna.
«Lei è una donna così affascinante. Immagino che suo figlio sia adorabile quanto lei.
Io non ho figli. Purtroppo, ancora non ho incontrato la donna giusta.»
«Mio figlio lo è.»
«Dove viene a prenderla, suo figlio? Mi scusi per la banalità; sa dove siamo diretti?»
«Mio figlio ha detto che verrà a prendermi.»
Lucio si richiuse nei suoi pensieri per un attimo. La donna era come assente. Lui iniziava a sentirsi agitato, ansioso. Provò a specchiarsi spostando lo sguardo verso il suo finestrino, ma la luce opaca che filtrava da fuori era priva di ogni contrasto. Non riusciva a vedere il suo volto riflesso. Il finestrino sembrava finto, un pannello di plexiglass illuminato da luci al neon. Gli interni in pelle e radica di noce della limousine sembravano quelli di una macchina d’epoca; il lungo separè in pesante vetro oscurato… Tutto sembrava far parte di una scenografia di un film anni ’60. Lucio ricominciò a innervosirsi, iniziando a dondolare la schiena avanti e indietro.
«Le piacciono i film di Hitchock? A mio figlio tanto»
Anche la donna ora cominciava a urtarlo.
«Lei sa dirmi dove siamo diretti?»
Lucio abbandonò per un attimo l’idea di poterla sedurre.
«Signora, qui siamo in mezzo al nulla. Se lei non mi dice dove stiamo andando, io adesso apro la portiera e mi butto giù. E vaffanculo!»
Mira sorrise.
«Qui non si può scendere. Da qui non è mai sceso nessuno. Deve aspettare la fine della sua corsa, sir.», rispose la donna con un sorriso beffardo.
Il nervosismo di Lucio cominciò a prendere sempre più quota e iniziò a strattonare la maniglia della portiera bloccata, a sbattere i pugni contro il separè dell’auto e a urlare.
«Idiota, fammi scendere! Mi devi fare scendere! Subito!»
Mira non si muoveva. Era immobile, stanca, con lo sguardo malinconico e distratto come quello di chi quella scena l’aveva già vista chissà quante volte.
«Ho visto crisi peggiori, mi creda.»
Lucio si bloccò di colpo, come se in un istante di lucidità avesse finalmente realizzato quello che stava accadendo. Poi, in preda a un moto di rabbia, tornò a picchiare di nuovo sul muro di vetro.
«Non c’è nulla che lei possa fare, mi creda. Si deve rassegnare. Cerchi di prendere la cosa con filosofia…»
«Ma lei è pazza! Ma quale filosofia, quale rassegnazione! Io voglio scendere, adesso! Ho un milione di cose da fare e sicuramente adesso sono in ritardo per qualche meeting o per la mia partita a scacchi! Che cazzo ne può sapere lei di me, della mia vita, dei miei affari!»
«Non ne so nulla, su questo ha ragione. So solo una cosa. So che qualunque cosa lei avesse intenzione di fare, adesso non potrà più farla.»
«Ma cosa cazzo mi sta dicendo? Lei è pazza! Voi siete impazziti! Tutti e due! Lei e il suo amico psicopatico!»
Continuò a picchiare sempre più forte sul separè e non riuscendo a romperlo cercò di buttarlo giù a spallate, inveendo ferocemente contro l’autista: «Psicopatico di merda, ferma questa cazzo di auto e fammi scendere subito!»
Mira iniziò a cantare una canzone lenta, triste, dolce come una ninna nanna. Cantava senza mai guardarlo, con lo sguardo fisso sul suo finestrino.
«Mio figlio era un musicista, sa?. Aveva orecchio per la musica. Un grande talento… Ma da noi il lavoro scarseggiava ed è partito.»
«Ma che cosa me ne fotte a me dei problemi di suo figlio!»
Lucio continuava prendere al spallate il separè, prima con la spalla destra poi con la sinistra. Cominciò a piangere, a urlare.
Mira non aveva mai distolto lo sguardo malinconico dal finestrino e continuava a cantare.
«Mio figlio era un ragazzo umile e pieno di talento. Aveva trovato un lavoro in una società e di sera suonava con il suo gruppo. Era bravo con la chitarra e la sua voce… Ah, la voce di mio figlio. Se solo potessi sentirla per un’ ultima volta…»
Lucio si irrigidì come un blocco di marmo. Sudava freddo e non aveva più le forze ormai per continuare quella lotta impari contro quell’uomo barricato dietro al suo muro di vetro.
«Mi dispiace per quello che le ho detto prima. Mi deve scusare. La prego, lei sa dirmi perché sono qui? Lei sa dirmi dove stiamo andando? La prego. Io posso aiutarlo, suo figlio. Posso dargli subito un lavoro. Oggi stesso!»
«Lei non può aiutarlo. Mio figlio è stato ucciso della società per cui lavorava, la Hi-Tech Investment. Io non le dirò più nient’altro, mi spiace. E comunque siamo quasi arrivati.»
«La Hi-Tech?»
Lucio impallidì. Quella donna era lì per punirlo? Riguardava quel brutto affare sugli avvelenamenti?
«La prego, signora, io la supplico. Lei che porta al petto quel crocifisso, lei che crede in Dio, la prego, mi aiuti. Dio non lo dimenticherà.»
«Oh, quindi lei può raccomandarmi anche presso Dio?» rise lei, sprezzante.
«La prego, non infierisca., sono un uomo buono. Non badi alle apparenze. Mi scuso tanto per averla offesa, per aver offeso suo figlio. Lei che ha un ascendente su quello psicopatico al volante, la prego, gli dica di fermarsi. Sto per avere un infarto.»
Mira si irrigidì. Con uno scatto sciolse le gambe accavallate, serrandole dritte e immobili davanti alle sue mani intrecciate.
«Lei ha già avuto un infarto, circa mezz’ora fa. Non può averne un altro. Quello era l’ultimo.»
«Ma che cazzo mi sta dicendo brutta stronza maledetta! Io ti ammazzo!»
Con la bava alla bocca e gli occhi fuori dalle orbite che sanguinavano rabbia, fece per colpire Mira, ma una scossa elettrica lo bloccò immediatamente al sedile.
«Cosa cazzo mi state facendo. Dove mi state portando?»
Lucio non riusciva quasi più a parlare. La scossa elettrica era stata violenta, si sentiva senza forze, stremato.
Mira finalmente si girò verso di lui. Vedendo i suoi occhi impauriti e pieni di lacrime, ebbe un moto di compassione.
«Lucio, lei è morto. In una stanza d’ albergo. Trenta minuti fa. Overdose di cocaina. Infarto.»
Lucio non rispose. Non ne aveva più le forze.
«Io lo sono da cinque anni, e da cinque anni cerco qui dentro gli occhi dell’assassino di mio figlio.»

Ultime
Pubblicazioni

I racconti di Omero

Tacchi

I racconti di Omero

Nikka

I racconti di Omero

Intera

Sfoglia
MagO'