Condividi su facebook
Condividi su twitter

L’imbarco

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Arrivai al molo con i mezzi pubblici, non avevo abbastanza soldi per permettermi un taxi. Avevo chiesto informazioni a un autista in piazza Salazar e lui mi aveva indicato il tram 21 che partiva ogni dieci minuti per raggiungere il Molo Brin, quello per le barche a vela al di sotto dei 20 metri.

Arrivai al molo con i mezzi pubblici, non avevo abbastanza soldi per permettermi un taxi. Avevo chiesto informazioni a un autista in piazza Salazar e lui mi aveva indicato il tram 21 che partiva ogni dieci minuti per raggiungere il Molo Brin, quello per le barche a vela al di sotto dei 20 metri. Il tram era mezzo vuoto e mi sedetti accanto a un uomo che non puzzava, a dire il vero, ma emanava un odore deciso di olio di motore. Con la coda dell’occhio non ne scorsi traccia né sulle sue mani né sui polsi. Oltre all’autista e all’uomo imbevuto di olio di motore, sul tram vi erano altri due passeggeri, due uomini seduti uno di fronte all’altro che guardavano fuori dal finestrino appannato senza parlare. Sul tram non c’erano altre donne eccetto me. Strinsi la sacca al petto e mi strofinai gli occhi che bruciavano un po’. Anche se erano diverse notti che non dormivo, il rumore del mio cuore nelle tempie mi manteneva in uno stato di all’erta. Scendemmo tutti all’ultima fermata, faceva freddo. Prima che si allontanasse riuscii a farmi forza e a chiedere all’uomo che odorava di olio di motore se sapesse dove si trovasse il Molo Brin Whiskey 3. L’uomo sembrò vedermi per la prima volta. C’eravamo solo io e lui, la nebbia spessa che avvolgeva il piazzale del tram aveva inghiottito tutto.
«Il Molo Brin Whiskey 3?», ripeté l’uomo avvicinandosi un po’ e squadrandomi dall’alto in basso. L’odore di olio di motore ora era decisamente forte.
«Sì», mi limitai a confermare controllando su un foglietto.
L’uomo all’olio di motore fermo di fronte a me si accarezzava il mento cercando tra i suoi pensieri.
«Per il Molo Brin Whiskey 3 vai giù a sinistra e poi sempre in fondo, giù dopo il Tartaros, il locale lo conosci? In ogni modo chiedi anche a loro una volta là. Anche se al Molo Brin Whiskey 3 oramai credo non ci sia più nessuno», disse indicando con la mano verso un punto indistinto nella nebbia prima di salutarmi con un cenno del capo.
Andai a sinistra, quasi di corsa verso la nebbia più fitta che mi si infilava dentro le maniche e nel collo del giaccone pesante. Le uniche cose che mi appartenevano erano quelle che indossavo e quelle nella mia sacca. La strinsi di nuovo al petto. Sotto i piedi sentii il marciapiede di cemento lasciare il posto a un pontile di legno cigolante, sotto il quale si sprigionava un odore acre di piscio e di molluschi. L’acqua del mare si muoveva appena; grigia e unta si mescolava ai vapori della nebbia spessa. Del Molo Brin Whiskey 3 nessuna indicazione, né tanto meno nessuna barca in vista. Arrivata in fondo, piantata direttamente nel tufo, vidi una porta nera socchiusa con la scritta Tartaros in rosso. Scesi delle scalette ripide e arrivai all’interno di un’ampia nicchia. Ci stavo in piedi a malapena, sotto volte arcuate di mattoni, nessuna finestra. Pareti bianche a calce, pochi tavoli coperti da tovaglie blu e sedie. Un forte odore di vino rancido. Mi avvicinai a quello che sembrava essere un bancone dove una donna dai capelli bianchi e corti tenuti indietro da un cerchietto di plastica nero mi osserva seria senza salutare con uno straccio tra le mani.
«Sto cercando il Molo Brin Whiskey 3, mi hanno detto di chiedere qui.»
La donna finì di asciugare il bancone.
«Prendi qualcosa.»
Non era una domanda. Feci scorrere lo sguardo intorno e non vidi nulla che potessi bere né tanto meno mangiare.
«Un caffè», azzardai.
«Non abbiamo caffè», sentenziò la donna buttandosi lo strofinaccio sulla spalla e puntando il mento nella mia direzione. «Prendi una birra.»
Non attese nemmeno la mia risposta che già ne stava stappando una. Non so nemmeno dove l’avesse presa né di che marca fosse. Non bevevo alcolici, ma cercai subito il portafogli nella sacca che tenevo stretta sottobraccio.
«Quant’è?»
«Bevi. Il Molo Brin Whiskey 3? E chi cerchi laggiù?»
Un uomo si avvicinò e si appoggiò al bancone, mi osservava interessato. Presi la birra, tanto per fare qualcosa. Non chiesi il bicchiere che non mi aveva dato la barista e la avvicinai alle labbra. Feci finta di deglutire un sorso, poi risposi.
«Alessandro Clementi. Proprietario dell’imbarcazione Samarcanda. Sono venuta per un colloquio di lavoro.»
L’uomo vicino a me scoppiò in una grossa risata dai denti gialli. La donna si appoggiò con i gomiti allo zinco opaco del bancone e corrugò le sopracciglia.
«Per la miseria, ma che diavolo sta combinando quello? Anche ieri ne sono venute due», disse la donna rivolta all’uomo che aveva affogato la risata in un rantolo di tosse grassa. «Oggi poi è arrivata quell’altra e adesso questa» continuò, indicandomi come se non ci fossi.
«Questa mi sembra un po’ stagionata, no?» le fece notare l’uomo, continuando a ignorarmi e a tossire.
«Come? Ne sono venute altre?» domandai soffocando un lamento e stropicciando il foglietto con le indicazioni tra le mani.
«Tre. Qui ne sono entrate tre a chiedere di lui. Vero Fred?»
Fred annuì, la donna mi squadrò attentamente.
«Ma perché perdi tempo qui? Te lo fregano quel posto se perdi tempo a bere, sai?»
Fred scoppiò a ridere più forte.
«Forza, va…», riprese lei incurante. «Una volta fuori dal portone gira a destra e prosegui dritto fino a quando trovi a terra la scritta “Victor”. Prosegui ancora un po’ avanti e quello successivo è il Molo Brin W «Whiskey. Non troverai scritto niente, neanche il numero 3, perché la scritta è venuta via ma più avanti vedrai la barca. Sono sette euro per la birra. Le informazioni invece sono gratis».
Salii le scale di corsa e uscii nell’aria fredda. Sentii la risata del vecchio echeggiare di nuovo dal fondo del locale, il cuore mi batteva sia nelle tempie che nella gola adesso. Le selezioni dovevano essere iniziate, già tre candidiate si erano presentate; tutte sicuramente più giovani e sportive di me. Me le vedevo già con le loro divise. Non amavo le sfide, per niente, ma non avevo scelta. Dovevo lavorare, avevo bisogno di un posto per dormire. Ma, soprattutto, di un posto dove vivere.
Con un rimbombo di passi sul legno marcio camminai tenendo d’occhio il molo, ma i passi non erano solo i miei. Tra la nebbia distinsi una silhouette procedere spedita. A mano a mano che si avvicinava riuscii a distinguerne i lineamenti giovani e freschi, parlava tra sé e sé. «Va va, va a vedere che roba è quella! Ma chi si crede di essere?» Passandomi a fianco anche lei sembrava non vedermi. Era straordinario come da nullatenente fossi diventata invisibile. Non mi fermai, ignorai quell’ombra spedita e proseguii verso la sagoma bianca che a poco a poco assunse i contorni di una barca a vela. Una bella barca a vela. Una di quelle di una volta: fattura classica, linea affusolata. Non larga, panciuta e tronca come quelle di oggi che sembrano più delle roulotte del mare; barche finte per aperitivi, musica ad alto volume, volgari. No, quella era una di quelle che navigano davvero, di quelle che il mare lo tagliano come il burro, che cercano il vento e quando lo trovano, danzando leggere, prendono il loro passo. Di quelle che non ce ne sono quasi più. La scritta Samarcanda occupava quasi tutto lo specchio di poppa. Quello spettacolo era immobile sull’acqua. Sprayhood e tambùccio aperti, ma in coperta non c’era nessuno. La passerella, una tavola di legno grezzo messa tra il pontile e la poppa era lì, invitante. Strinsi forte la mia sacca al petto. «Ehi di bordo, c’è qualcuno?» urlai prima piano, poi sempre più forte. Non potevo di certo salire senza il permesso del comandante. Nulla, tutto taceva. Ritentai più volte aumentando il volume.
Dopo vari tentativi, sentii un rumore provenire da sottocoperta, mi sembrò una specie di grugnito che lì per lì non riuscii a identificare. Poi di nuovo silenzio. La nebbia sembrava essersi appoggiata sul paiolato scuro come una coperta intenta a proteggere l’imbarcazione dal buio che calava lentamente. Un guizzo veloce nel pozzetto. Non distinsi bene, poi lo vidi: un gatto bianco e nero mi fissava con i suoi occhi gialli.
Sul pontile diversi sacchi della spazzatura erano appoggiati alla colonnina dell’acqua. In attesa che qualcuno si facesse vivo li raccolsi e andai a buttarli nei cassoni dell’immondizia poco distanti. Al mio ritorno il gatto era sparito e in compenso dall’interno della barca provenivano dei rumori di stoviglie.
Provai di nuovo a chiamare.
«Avanti!», mi rispose finalmente una voce.
La passerella scricchiolò al mio passaggio. Mi tolsi le scarpe e scesi sottocoperta. Lì per lì, l’odore di fumo stantio mi riempì le narici e mi rivoltò lo stomaco. Con mio marito ero stata sempre categorica, niente fumo a bordo. Non avevo mai avuto troppa autonomia in mare, intendo con la nausea. Sempre una partita aperta, sempre all’erta. Il fumo mi aveva sempre tagliato le gambe, anche sopraccoperta, all’aria, figuriamoci sotto, dentro, al chiuso. Cercai di non respirare con il naso, ma solo con la bocca. Volevo fuggire. Il tavolo della dinette era sommerso da libri, carte nautiche, alcune strappate, penne, matite, posaceneri ricolmi di cicche, bicchieri e diverse bottiglie di vino e rum vuote. Altre cicche per terra sotto al tavolo. Dalla cabina di prua il rumore della pompa del bagno e un borbottio sommesso sembravano imprecazioni soffocate. Una porta sbatté, un’altra si aprì. Un uomo ben oltre la cinquantina, un po’ appesantito, con un maglione blu oversize, un paio di pantaloncini strappati e a piedi scalzi apparve sulla soglia.
«Che c’è? È qui per il posto?» disse con voce roca.
Non riuscii a vederlo in faccia, buona parte era coperta dai capelli spettinati. Mi sembrava pallido. Un odore di schiuma da barba e saponetta si mescolò a quello di fumo stantio.
«Per il posto da hostess, sì, ho molta esperienza. Con mio marito avevamo una barca e ho navigato parecchio. Lavo, faccio la spesa, so fare cambusa, cucino, preparo aperitivi. So tenerla pulita…» dissi, indicando il tavolo sommerso dall’immondizia. Poi abbassai subito la mano per timore di essere offensiva. L’uomo si avvicinò e sembrò scrutarmi da sotto il ciuffo di capelli. Eravamo soli, non c’era nemmeno il gatto. Per evitare di guardarlo in faccia vagai con lo sguardo in direzione della cucina. Una pila di piatti di melamina molto sporchi, diverse padelle incrostate e alcuni tegami unti fuoriuscivano dal secchiaio.
«Tra un paio di giorni ho una famiglia di francesi a Porto Lotti. Hanno richiesto una hostess. Lavoro per due settimane e paga a fine imbarco. Cinquanta al giorno. Poi ognuno per la propria strada, io navigo da solo. Lei parla francese?»
Annuii.
«Anche inglese e tedesco» aggiunsi con un soffio di voce. L’uomo mi guardò in silenzio dall’alto in basso, un po’ come ricordavo di aver visto fare in Spagna per valutare i bovini al mercato.
«Ma è sicura di volerlo questo posto? Non mi sembra una molto sportiva. Ha più l’aria della moglie dell’armatore piuttosto che della hostess.»
«Proprio sportiva no, ma mi adatto. Sono, ero una traduttrice. Comunque, anche se ho davvero bisogno di questo lavoro, davvero, lei non sa quanto, la posso capire. Immagino quante candidate più sportive di me si siano già presentate, ma le assicuro che ho un forte spirito di adattamento.» Mi sentivo impacciata, il viso in fiamme, avrei voluto pregarlo, dirgli che non avevo un posto dove andare, ma mi trattenni.
L’uomo mi fissò sempre più perplesso per un attimo, poi mi girò le spalle per rientrare nella sua cabina.
«Lasci il suo numero sul tavolo, le farò sapere. Quando esce mi butti i sacchi della spazzatura che sono sul molo nel cassone, per favore.»
«Senta, se tra due giorni le salgono a bordo degli ospiti, la posso aiutare intanto a sistemare tutto questo… Sì, insomma, questa confusione. Le lavo la barca a fondo, comprese lenzuola, asciugamani e tendine» insistetti, modulando la voce al meglio per non sembrare patetica. «In un giorno rimetterò a nuovo questa barca, mi creda. Un giorno di prova. Lo prenda come un giorno di prova…»
L’uomo riapparve sulla porta della dinette, da sotto i capelli spessi si guardò intorno e infine annuì.
«Lei pulisce, stasera quando ha finito la pago e sbarca. I detersivi sono nello stipetto sotto il lavandino. Non butti niente, ma metta tutto sul tavolo da carteggio, lo guarderò dopo. Ora non posso darle retta, devo dare un’occhiata al riscaldamento che non parte. Io non lo uso ma se non lo riparo, con questo freddo, quelli non ci mettono piede su questa barca.»
Mi sentii riavere.
«Trovo tutto. E i sacchi, quelli fuori, li ho già buttati.»
«Io devo scendere a terra, mi servono attrezzi per il bruciatore» disse l’uomo agguantando le scarpe.
«Il bruciatore?» domandai infilando la testa nello stipetto alla ricerca dei detersivi sempre con la sacca sottobraccio. «Provi prima a controllare il rubinetto di alimentazione del combustibile. Se non lo usa da tempo, magari è chiuso. Come successe al mio povero marito. Pagò i migliori tecnici per scoprire che il rubinetto, quello piccolo, era chiuso. Frega sempre.»
Non udii la sua risposta, ma solo il rumore di metallo contro legno di un gavone che veniva aperto. Dopo qualche secondo, un fiotto di aria calda fuoriuscì dai bocchettoni insieme a una specie di grugnito soddisfatto che echeggiò nello scafo.
L’uomo rientrò e rimase immobile, grattandosi il mento.
«È che quando imbarcherò i francesi non rimangono posti letto disponibili e dovrà dormire con me. Lei è una signora, non so. Cuccette separate ma stessa cabina, questo è un problema vero?»
Scossi la testa con vigore. Il cuore mi martellava nelle tempie. Mi sudavano le mani.
«Nessun problema, credo.»
«Oggi pulirà tutto. Poi la cambusa, la cucina, lo stivaggio, le pulizie delle cabine e della coperta saranno a suo carico. Sarà lei che terrà il diario di bordo. Scriverà tutto: miglia percorse con un pieno, quante ore di vela, quante ore a motore, stato del mare e forza del vento per ogni tappa, gli eventuali securité e tutte le notizie rilevanti. Se deve avvertire qualcuno lo faccia subito, salpiamo tra un’ora.»
Ricordo che lo guardai stordita. Di colpo mi si rilassarono le spalle e lasciai cadere la mia sacca sul paiolato.
«Grazie, grazie…» sussurrai appena con la gola chiusa, facendo di no con la testa. «Nessuno, no. Nessuno.»
Con un colpo della mano il capitano Clementi si spostò i capelli dalla faccia e con due occhi a fessura rossi e brillanti mi scrutò ancora per un momento prima di scomparire dalla mia vista nel vano motore.
Mollammo gli ormeggi al tramonto. Era una serata piuttosto fredda e il Samarcandalasciava il porto sbuffando un po’. Avevo un posto dove stare e un lavoro per due settimane, o almeno così credevo.

Ultime
Pubblicazioni

Sfoglia
MagO'