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L’esame

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Illustrazione di Agrin Amedì
«Diciamo che le farò un’ultima domanda, la domandina della lode.» Il professor Gaudenzi, emerito di storia degli Stati Uniti della Sapienza, lo guardava dai suoi occhiali d’osso, ricordo di un Safari in Africa

«Diciamo che le farò un’ultima domanda, la domandina della lode.»
Il professor Gaudenzi, emerito di storia degli Stati Uniti della Sapienza, lo guardava dai suoi occhiali d’osso, ricordo di un Safari in Africa – come vociferavano alcuni – battendo ritmicamente il dito indice sulla cattedra di un’aula deserta. Marco incominciò a sudare, sentì la camicia bianca di lino aderire sotto le ascelle; altro che birretta al bar del Fico post esame. Incominciò a ripetere a mente date scomposte dalla guerra civile americana al golpe in Cile.
«Allora, mi dica tutti i presidenti americani dal 1901 fino alla crisi dei missili con Cuba. Se non se li ricorda terminiamo qui, certo che sarebbe un peccato finire così l’esame di storia degli Stati Uniti, ma se non se li ricorda…»

«Tommà io proprio non me li ricordo i nomi e le date, sono negato. Senti che ho pensato stanotte, mi faccio ammettere a Storia con 5, così è sicuro che se scelgo Fisica e Inglese non me li cambiano. Anche perché dai, Fisica come la facciamo noi al classico che ci vuole a impararsela?»
«Marco, ma dove vai con Fisica? Ma se sei rimasto alla prima lezione sulla velocità costante che abbiamo fatto in prima liceo? E se poi quella di Fisica decide di farti fare un esercizio di matematica che le racconti? Ti ricordo che sta ancora aspettando che tu gli dica il risultato dell’equazione e sono due mesi che te lo chiede appena entra in classe.»
«Quella mi odia e diciamo che non ci capisco un cazzo e che quando vedo un numero vado in paranoia e allora? Facciamo così io non mi presento proprio, va bene?
«E allora diciamo che minimo tua madre ti carica di peso in macchina e ti ci porta legato all’orale. Dai, vieni con me in garage e facciamoci una partita.»
«Alla maturità mancano venti giorni, la Baldelli mi ha detto che mi boccia. Non so nulla, ti dico che non voglio presentarmi e tu vuoi giocare a calcetto? Dammi una botta in testa e facciamola finita.»
«Fidati, dai.»

Gli occhiali d’osso di fronte intanto continuavano a fissarlo e il ritmo dell’indice si era fatto più rapido.
«Le lascio un altro paio di minuti», disse l’Emerito.

Anche quella volta, come le altre, Marco si era fidato. Più la situazione era disperata, più Tommaso tirava fuori soluzioni assurde che però funzionavano. Come quando erano rimasti bloccati a Milano dopo il concerto al Palatrussardi e, mentre fradici addentavano un panino al Mac della stazione, Tommaso con la scusa di ketchup aveva scroccato un passaggio per Roma a due francesi niente male.
Uscirono di casa, attraversando una via di Monteverde con l’asfalto che scottava e si diressero al garage di Tommaso. Alzata la saracinesca, Marco venne colpito dall’odore abituale di alcol etilico. In giro un groviglio di fili, pezzi di non si sa cosa smontati e rimontati. Tommaso e la sua fissa da inventore… Al centro due marshall con la sua chitarra e il basso dell’amico; in un angolo il calcio balilla con i giocatori degli anni ’20 -trofeo trovato da Tommaso e da suo padre a Portaportese una domenica di almeno dieci anni prima -.
«Allora ci giochiamo la finale dei mondiali Italia-Brasile ’94?»
«No, presidenti degli Stati Uniti contro politici europei 1900-1960.»
«Ma che ti sei bevuto?»
«Tè alla pesca come al solito, il nostro preferito.» E sorridendo cominciò ad attaccare un pezzo di carta su ogni giocatore. Quando terminò gli disse: «E ora incominciamo. Ripeti ad alta voce la tua formazione appena senti partire l’inno americano.» Poi andò a mettere nel mangianastri sul pavimento una cassetta tirata fuori dalla tasca dei suoi pantaloni militari che suonò proprio l’inno americano.
«Allora?»
«Roosvelt»
«Quale?»
«Theodore.»
L’inno finì in contemporanea con la lettura della formazione di Marco, poi toccò a Tommaso che la snocciolò senza esitazioni.

Gli occhiali d’osso ora erano posati sul tavolo davanti al Professore, il dito indice si alternava con quello medio.
«Quindi Vizzani?»

Giocarono e ogni volta che qualcuno segnava, all’altro toccava ripetere la formazione per intero, con le caratteristiche e il passato di ogni giocatore. La partita finì venti a diciotto per l’Europa.
«Tommà vuoi vedere che mi ricordo qualcosa?»
«L’idea era questa.»
«E allora continuiamo a giocare.»
Giocarono tutti i pomeriggi fino al giorno dell’orale, venerdì 22 luglio 1994. Ultimi due della giornata Visconti Tommaso e Vizzani Marco, entrambi in divisa per l’occasione: pantaloni militari e maglietta dei Nirvana.
L’orale di Tommaso scivolò da una materia all’altra senza intoppi. Quando si alzò e il presidente gli chiese, complimentandosi, cosa intendesse fare dopo, lui rispose: «Andrò nella Silicon Valley. Marco ci restò secco, ma non ci pensò su troppo perché ora toccava a lui. La Baldelli lo guardò male, ma lo graziò. Quello di inglese non si accorse che stava paragonando la bellezza secondo Keats a quella secondo Kubain, poi arrivò il turno di storia e italiano.
«Vogliamo elencare i maggiori presidenti americani, diciamo dall’inizio del secolo fino alla crisi dei missili con Cuba?»
Marco si sarebbe voluto alzare per andare ad abbracciare Tommaso, ma si trattenne. Meglio prima finire, pensò. Una volta fuori, al parcheggio dei motorini, mentre gli passava il casco si ricordò della Silicon Valley.
«Cos’è questa storia che parti?»
«Vado a giocare a fare l’inventore lì, magari diventa il mio lavoro.»
«E il gruppo? Ormai abbiamo parecchi pezzi, domani mettiamo l’annuncio da “Your music” e troviamo il batterista.»
«Noi il batterista non lo troviamo nemmeno tra vent’anni, perché non l’abbiamo mai voluto.»
«E tuo padre?»
«Lui lo sa. Magari quando vai a suonare in garage passa a fargli un saluto se ti va. Io parto domani col volo delle 10:30. Dimenticavo, questo è per te. Il tuo portiere storico, F. Delano Roosvelt. Ci ho fatto un foro così lo puoi attaccare alle chiavi del tuo SH 50.»
Marco prese il giocatore e se lo rigirò tra le mani fino a a sentirlo tutto appiccicoso.
«Cazzo, e se ti bocciano?»
«Bhe tu non dirlo ai cugini americani. Ora ce la prendiamo una birretta al San Callisto per festeggiare?»
Quando Marco tornò a casa erano quasi le sei, guardò la sveglia e realizzò che Tommaso a breve sarebbe partito.
Si scrissero per un bel po’, poi sempre meno. La chitarra restò a impolverarsi col basso e il padre di Tommaso, Marco faceva una telefonata giusto a Natale. Quelli della Silicon Valley avevano scoperto quello che Marco sapeva dal primo giorno del primo ginnasio, da quando si era seduto accanto a quel ragazzo magro con un cespuglio in testa, di trovarsi accanto a un genio.
Lui continuava ad andare all’università. Scienze Politiche gli era sembrata la scelta meno peggio e tra un paio di esami avrebbe finito. Magari con i soldi racimolati dai regali di laurea poteva volare anche lui negli States, da Seattle a New York, la via del grunge e poi in giro chissà…

«Vizzani direi che non lo sa, chiudiamola qua. È da cinque minuti che sta fissando i miei occhiali…»
«No, lo so. La formazione la conosco: T. Roosvelt, Wilson,Taft, Harding,Coolidge,Hoover, F.D. Roosvelt,Truman, Eisenhower, Kennedy…»

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