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Il riscatto dell’ultimo

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Illustrazione di Agrin Amedì
L’inverno si affacciava di nuovo su quelle strade bianche e polverose. Con la pioggia diventavano fanghiglie melmose mutando il paesaggio. Gli abitanti sembravano rimanere attaccati alle loro usanze in quel pezzo di periferia poco distante dalla città degli eterni cambiamenti, dove tutto si ribaltava continuamente in attesa di finire e poi rinascere.

Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio di autobiografia diretto
da Rossana Campo per la Scuola Omero

 

L’inverno si affacciava di nuovo su quelle strade bianche e polverose. Con la pioggia diventavano fanghiglie melmose mutando il paesaggio. Gli abitanti sembravano rimanere attaccati alle loro usanze in quel pezzo di periferia poco distante dalla città degli eterni cambiamenti, dove tutto si ribaltava continuamente in attesa di finire e poi rinascere.
Viveva in una baracca, poco distante dai capannoni abbandonati, una donna di circa cinquant’anni. Ne dimostrava ottanta ma quando il sole al tramonto le rischiarava il viso e lei restava seduta in contemplazione pareva una bambina.
Irene ritornava dal supermercato dove al reparto macelleria Tina, la commessa che l’aveva presa a cuore, le aveva messo da parte un pezzo di carne. Camminava accanto al suo cane, la strada era piena di pozzanghere che sembrava giocassero a nascondino con i suoi piedi e in una ci cascò dentro.
Rialzandosi la pioggia si mischiò alle sue lacrime ma non disse nulla, erano quasi vent’anni che non parlava, la voce le si era bloccata dentro quando vide sua figlia con la gola squarciata. Sua figlia, bella come il sole, senza un padre di cui potesse conoscere il nome, aveva cercato di darle quello che poteva. Si era sempre arrangiata a fare le pulizie e avrebbe voluto una vita diversa per sua figlia. Anche Caterina avrebbe voluto una vita agiata, non voleva fare la fine della madre ad ammazzarsi di fatica e quando quel signore, ben vestito, le disse che avrebbe potuto fare la modella, lei ci credette. Si era seduto al bar dove lei serviva ai tavoli. Sarà stata la quarta volta che veniva in quel bar di periferia, la guardava con ammirazione e le faceva sempre tanti complimenti. All’età di quattordici anni era bella Caterina, aveva occhi nocciola, capelli mossi biondi e già un corpo sinuoso da diciottenne. Quando capì di stare dentro un giro di prostituzione era già dipendente dalla droga. Il circolo vizioso di prostituirsi perché si faceva e di farsi perché si prostituiva era già consolidato e non riuscì più a tornare indietro. Era stata vittima dell’illusione, della droga, della miseria e del destino di morta ammazzata che spesso capita agli ultimi. La psicologa, che subito dopo l’accaduto era stata affiancata a Irene dai servizi sociali, le spiegò che quel mutismo se l’era provocato lei, non riusciva più a parlare perché aveva conficcato tutto il dolore e le lacrime nella stessa zona dove sua figlia era stata colpita, la gola. La polizia non riuscì a scoprire l’assassino, all’epoca non riuscirono a venirne a capo e dopo un po’ il caso fu archiviato. 
Aveva una macchia sul vestito, se l’era fatta cadendo, pensava di essere fuori ormai da tutto quel dolore, ma era dentro, era ancora dentro e non riusciva ad uscirne.
Tra le pieghe del vestito scorreva quella linfa primordiale di attaccamenti e vanità ormai spente da desideri disillusi e sfumati nell’oblio. Le tempie pulsavano forte contro la volontà di continuare a vivere una vita contro. Non voleva abbandonare i suoi sogni fatti di cartapesta e tanto dolore. Il suo cane, randagio come lei, aveva il muso un po’ sbilenco, ci si trovava bene con gli ultimi e i diseredati, con i figli del Dio minore o addirittura assente. Quando arrivò alla baracca mise la carne nel frigorifero e poi se ne dimenticò. Per giorni mangiò pane raffermo e acqua e limone: quando se ne ricordò, la carne era ormai piena di vermi. Avrebbe voluto una cucina nuova per poter mangiare, ma più ancora un uomo con cui potersela prendere. Rimase ferma con lo sguardo fisso verso un luogo indefinito davanti a sé. Non sospettò di essere spiata, non si accorse neanche del rumore di passi che si stavano dirigendo verso di lei. Sentì un colpo alla nuca e poi niente fino a quando, risvegliandosi, sentì il dolore alla testa e poi una fitta al cuore.
«Buongiorno vecchia bambolina, non hai sentito la nostra mancanza?»
Era legata mani e piedi su una sedia, erano stati i ragazzi di quel pezzo di periferia dimenticato dal sindaco e da Dio. L’avevano portata in uno dei capannoni abbandonati, ci pioveva dentro. Erano in tre, sui sedici anni, erano sporchi di terra, di moccio rappreso ed emanavano un odore cattivo.
Non era la prima volta che la prendevano in ostaggio e quando succedeva la legavano e sperimentavano su di lei tutto quello che gli passava per la mente.
Davanti a lei uno aveva i pantaloni calati e si rigirava il membro tra le mani.
«Allora, che ne dici di fare un ripasso?» Si era avvicinato e glielo strofinava sulla guancia. La poverina era sotto shock e quelli la guardavano come si guarda una bestia sulla quale poter riversare rabbia e frustrazioni implose per vigliaccheria o incoscienza. Ripassò mentalmente le tabelline, lo faceva ogni volta, la tenevano occupata mentre il suo corpo, in balia di spietati avventori, fluiva via dalle sue mani. In questo modo riusciva a non sentire niente, semplicemente lei non era lì. Una volta l’avevano anestetizzata e quando si svegliò aveva il sangue che le usciva dalla bocca, volevano vedere come era fatto un dente e così pensarono bene di toglierle l’incisivo davanti. Era sola, non parlava e non si ribellava, aveva qualche rotella fuori posto e questo giustificava gli sciagurati a farne l’oggetto dei loro giochi. Ma questa volta c‘era qualcosa di diverso nell’aria, uno di loro, quello più indietro, cominciò a tremare buttandosi a terra in preda alle convulsioni, tremava e scalciava mentre gli usciva dalla bocca una schiuma gialla. Fino a quel momento si erano sentiti impavidi e sicuri perché, in fondo, erano giochi come quelli dove si impalano le lucertole. Chi non l’ha fatto? Chi non lo fa? Gli altri due appena se ne accorsero cominciarono a sudare. «Cazzo, ma quanta gliene hai data?», disse uno rivolgendosi a quello con i pantaloni calati che ora aveva il pene ciondoloni. «Ma io…Ma… Guarda che è stato lui che voleva sballarsi!»
«Ma cazzo, non lo vedi che è in overdose?»
«Ora che che facciamo?”»
Intanto, quello a terra continuava a tremare, stava entrando in coma.
«Se questo crepa non me ne frega un cazzo!» Poi, guardando la donna che ora sembrava inebetita. «Forza, scappiamo tanto questa non ci sputtana.»
Li vide andar via, la lasciarono lì mentre guardava morire quel ragazzo con lo stesso veleno che aveva trascinato la figlia verso una morte così infame. E accadde qualcosa dentro di lei, qualcosa si sciolse e la donna muta cominciò dapprima a balbettare; poi, con voce stridula proveniente da uno spazio senza tempo, gridò: «Aiut….Aiut…. AIUTO! AIUTO! AIUTO!».

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