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Una sposa da duecento cavalli

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Illustrazione di Agrin Amedì
E niente, eccomi di nuovo qui. Circondato da tutta questa gente che ma chi vi conosce! In effetti mi sento a disagio, le occasioni eleganti non sono mai state il mio forte. Ho sempre preferito giubbotto di pelle, motocicletta e via veloce dove ti pare.

E niente, eccomi di nuovo qui. Circondato da tutta questa gente che ma chi vi conosce! In effetti mi sento a disagio, le occasioni eleganti non sono mai state il mio forte. Ho sempre preferito giubbotto di pelle, motocicletta e via veloce dove ti pare. Ma immagino che ai matrimoni un piccolo sforzo uno possa pure farlo, no? Già io non ci volevo venire, ma Giada mi ha messo nella condizione di non poter rifiutare e poche volte, anzi forse nessuna, sono riuscito a dirle di no. Comunque che coglione che sono, ho dovuto bere tre bicchieri per ritrovarmi qui adesso. Venire al matrimonio della mia ex ragazza! Io devo essere ubriaco, o forse ho una specie di tumore al cervello che mi impedisce di usarlo correttamente. Per non parlare del buonsenso, poi. Mah. Due anni fa l’idea che lei stesse con quel damerino di Tommaso mi faceva rivoltare lo stomaco. Un dolore fisico, viscerale, eh? Mica così, da poco. Ci sono stato male, ma poi che fai? Fermi la tua vita solo perché la ragazza che avresti voluto accanto a te per il resto dei tuoi scapestrati giorni ti ha mollato per ‘sto tizio? E va beh, oh, la vita continua. Scapestrato, sì ecco. È così che quella vecchiaccia che puzzava di naftalina di sua madre mi aveva definito. Vabbè, fammi mettere alle ultime file mentre aspettano Giada: se voglio sopravvivere a questo teatrino è meglio tenere un profilo basso. Guardalo tiè, quello è Tommaso. Ma dimmi tu chi si presenta al proprio matrimonio con una giacca di raso viola e un fiore bianco nel taschino. Che sfigato… Molti invitati gli vanno a stringere la mano, e riconosco pure due o tre di loro. Un tempo uscivamo insieme, tutti amici di Giada, avvocati, ingegneri, uno addirittura si vantava di essere un sommelier. Ma vedi dove te ne devi andare che è meglio… Guardalo come lo abbraccia! E ci credo, guarda chi si sposa ‘sto sculato. Che poi, ripeto, io sono proprio un coglione. Ma di quelli che possono insegnare agli altri come esserlo davvero però, quelli seri, col pedigree, che ci sanno fare nel loro essere dei coglioni, perché ma ti pare che quando Giada è venuta da te qualche mese fa e ti ha detto che nel giorno “più importate” della sua vita voleva accanto a sé tutte le persone che per lei erano state importanti tu le hai pure detto di si? Te lo meriti proprio di fare la figura del fesso, guarda. Te lo meriti proprio! Eh vabbè, tanto al ricevimento c’è lo champagne, posso bere fino a non ricordarmi più niente. Champagne, mica cavoli poi, perché Tommaso ha il palato raffinato, è figlio di quell’imprenditore della marca di vestiti famosa, quella col logo con le piume. Mica poteva essere il figlio di un meccanico come me, e quando mai. Però almeno lui la moto non la sa guidare.
Ma che hanno tutti da guardare? Tutti gli sguardi sono rivolti verso di me. Ah no, non verso di me, dietro di me. Eccola lì, Giada in abito bianco accompagnata dal padre che se mi vede è finita. Dio quant’è bella, lo è sempre stata. Ha il sorriso di chi deve essere all’altezza di tutto quello sfarzo, ma non quello che le illumina gli occhi. Giada mi sfila accanto e nell’incontrare gli sguardi fieri degli invitati, incrocia anche il mio. Apre appena la bocca come se l’aria le si fosse bloccata in gola, ma mi sorride, in modo diverso che con gli altri. Mi ricordo improvvisamente la prima volta che l’ho baciata: le mie battute idiote la facevano ridere e proprio mente c’era quella scintilla nei suoi occhi, mi ero lanciato a baciarle il sorriso. Ma ora il suo sguardo torna verso l’altare, verso quel torsolo del fidanzato. Ironico che la prima persona che abbia incontrato lungo la navata sia stato proprio io. Per un attimo mi è sembrato quello che non è. Forse ho esagerato col Jack Daniel’s. 
Cazzo, ma perché ora quella ragazza mi sta fissando? Sta dalla parte dello sposo, quindi con un po’ di fortuna non sa chi sono. Ma che ti guardi? E perché mi sorridi? Sarà per la giacca di pelle sopra la camicia bianca, un po’ larga eh, ma a Giada piaceva così. Le vorrei dire: «Ehi bella, ti va di andarcene da qui e farci un giro sulla mia moto? L’ho modificata io, va che è una scheggia. No? Ah beh, dimenticavo che sei una di loro; di quelle che ti guardano con curiosa pietà e superiorità. Ricconi di merda…»
Siccome non me ne frega un cazzo della funzione ho tempo per evadere da tutto questo. Dai, tra un’ora sarà tutto finito. 
Più guardo gli sposi e più li trovo assurdi: ma che ci fa Giada con uno così? Sicuramente è uno di quelli che tratta male la cameriera e le dà pure una bella pacca sul culo per poi spararsi una sega a casa, così dura di più e non fa le figure di merda con te. No, non devo ridere, devo soffocare le risate ma niente: una bigotta davanti a me si gira e mi guarda male. No, non è l’omelia che mi fa ridere, vecchia repressa del cazzo, anche se pure quella… Lasciamo stare. È quel Damerino di Tommaso che mi da sui nervi, non gliel’ho mai fatta pagare per essersi messo tra me e Giada. 
Ho voglia di altro whiskey, ma dannazione, sono solo le 10 di mattina… Ma sì, un sorso dalla fiaschetta non lo noterà nessuno. Figo quel candelabro… E se glielo spaccassi sulla testa a Tommaso? No, poi Giada si incazzerebbe a morte. Ha fatto di tutto per trovare una chiesa vicino a un molo per scattarsi foto sul pontile con il lago come sfondo. Però stavolta a ridere mi ci metto davvero. Alcuni si voltano, inclusa Giada. Mi ha trovato subito tra la folla. Le faccio un movimento allusivo con le sopracciglia. Ma che mi prende? Ora che mi guardano mi sembra di aver capito qualcosa che prima non vedevo, razza di bastardi. Voglio vedervi soffrire.
Toc, toc, toc, toc, toc… Il legno delle panche della chiesa deve essere bello solido, senti che rumore che fa sotto il mio scarponcino. Il prete si ferma e si guarda intorno, sta per benedire l’ostia e la ragazza di prima mi sta guardando di nuovo. Ci vuole un po’ di musica in questa farsa del cazzo puttanella, mi sembri una che la sa lunga, se vuoi ti faccio cantare qui, sì, proprio qui in mezzo alla chiesa, sono sicuro che voi del team Tommaso sapete gorgheggiare tutti e se ti va chiedi pure al tuo parente di prestarti il boa di piume per ancheggiare meglio stronzetta, ma non senza una colonna sonora. Toc, toc, toc… Perché non c’hanno pensato a farla così la marcia nuziale? E poi eccallà: il prete dice proprio quello che non doveva dire: «Se qualcuno è contrario, parli ora o taccia per sempre.»
Ma come cazzo rido? Ho spernacchiato più che altro. Di nuovo, si è girata pure Giada, sembra un po’ agitata. Il prete chiede chi ha parlato e tutti si girano verso di me. Tommaso allunga il collo per vedermi ma non c’è bisogno stronzo, vengo da solo. Mi sta fulminando.
No niente, è che stavo pensando che tutto questo è proprio un ridicolo teatrino. Ma dai, davvero? Il completino di raso? Ma chi sei, O.J Simpson? Spero per Giada di no, te lo dico. Io credo che siete dei pagliacci. Sì, dei fottuti pagliacci del cazzo. Giada, che cazzo, mica eri così una volta. Ti piaceva la natura, viaggiare in moto con uno zaino sulla spalla e chi s’è visto s’è visto, leggere quei tuoi poeti francesi e le storie strappalacrime ok, l’Università per papà ma… Questo? Cioè, confetti con il logo delle piume? Ma stiamo scherzando? Sentivi la musica a tutto volume, ballavi sul tetto della casa in montagna, facevi il bagno nuda nel lago e poi volevi fare l’amore lì, subito, perché non potevi aspettare. Quando stavi con me il portafoglio manco ce l’avevo n’altro po’, ero un poveraccio ma a te bastava. E poi di colpo sto tizio ti sventola davanti due brillocchi e tu ci caschi? 
Sì, dico quello che mi pare, vecchia puzzona. Chiudi quella fogna, l’ha detto il prete, stai zitta e prega Dio che perdoni i razzisti come te, che io sarò uno scapestrato e uno spiantato, ma Dio se l’ho amata tua figlia. E sai pure un’altra cosa? Va bene, l’avete voluto voi! Cammino sui banchi quanto cazzo mi pare, tanto ho gli scarponcini, non le scarpette di tip tap che ti fratturano i piedi come vorreste voi, e levati signo’, co’ sto vestito me pari ‘na teiera. Comunque tanti auguri agli sposi, eh! Però che cazzo Giada, è in momenti come questi che uno si fa le domande, no? Uno si deve pure interrogare sul sul significato della vita, sul “per sempre”. E Giada, ma davvero con questo qua? Sì, c’avrà pure i soldi, i big money, quello che ti pare, ma come fai a stare con uno che prima di toccarti si deve mette la cremina perché c’ha le manine delicate? Ma sì signora, può essere quello che vuole lei, un imprenditore di successo, un damerino sopraffino, pure un figlio de ‘na mignotta che non dà a vedere, basta che non sia un proletario, no?
Eccomi qua, so’ arrivato qui davanti all’altare. Tanti auguri eh, però ste cafonate no! E io che mi credevo d’essere io quello senza palle per essere venuto a ‘sto matrimonio. Ma sai che vi dico? Aggozzatevi co ‘sti confetti e andateappiànderculo. Ammazza che denti duri,oh, te li sei affilati rosicando? Oh, toglimi le mani di dosso che ti stronco testimo’. Che poi pure tu damerino, amici amici e poi assisti a ‘sta cafonata e zitto solo perché c’hai il completo di Armani, ma tanto la panza ce l’hai comunque. 
Giada, sei stata la ragazza più interessante di questo pianeta. Sei stupenda così come sei e non ti servono queste cose per essere migliore. Se vuoi scappare da tutto ‘sto schifo, ricordati che prima di partire faccio urlare il motore. Buoni confetti a tutti! 
Oh, adesso si che mi sento più libero, dovevo farlo prima. Tutti mi guardano, li sento urlare alle mie spalle perché davanti, e quando mai? Ma questa cosa andava fatta, adesso voglio solo correre verso un orizzonte. Salto in sella, accendo il motore, mi dirigo verso l’entrata della chiesa e sgaso come un dannato. Vi affumico tutti col gas di scarico! Mi metto il casco e faccio rombare la moto. Guardo dietro di me, alcuni invitati urlano, sgaso ancora di più e all’improvviso sento qualcuno urlare il nome di Giada. La vedo buttare a terra quel cazzo di mazzo di fiori e correre verso di me. La sento salire, appoggia le mani sulla mia schiena, poi me le allaccia in vita. Le do il mio casco, mi stringe forte, non dice una parola. Ma sai che dico? Lo faccio! Accelero per la navata della chiesa, freno in un’impennata frontale davanti all’altare, tutti si scansano e si buttano a terra, ma Giada non si turba, lei sa. Mi rigiro e spingo il motore al massimo verso il molo. Il pontile è abbastanza vicino all’altra riva, ma ce la farò. Sento le urla degli invitati usciti fuori dalla chiesa per vedere che cosa fa quel pazzo, sento Giada che mi stringe ancora più forte mentre accelero alla massima potenza. Mi urla qualcosa, qualcosa di bello e familiare. Impenno, la moto a mezz’aria, il velo di Giada mi va finisce davanti agli occhi e vi mando tutti a fanculo, verso dove ci pare.

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