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Panchina e lampione cercano coppia d’innamorati.
 Astenersi perditempo.

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Illustrazione di Agrin Amedì
Non tocco coi piedi Fortuna che siamo nella stessa classe, la terza A, lei è bellissimissima, con le trecce nere nere e gli occhioni grandi grandi. Però non stiamo nello stesso banco e allora ho passato al suo compagno un foglietto con su scritto: “Aurora, vuoi essere la mia fidanzata?”.

Non tocco coi piedi

Fortuna che siamo nella stessa classe, la terza A, lei è bellissimissima, con le trecce nere nere e gli occhioni grandi grandi. Però non stiamo nello stesso banco e allora ho passato al suo compagno un foglietto con su scritto: “Aurora, vuoi essere la mia fidanzata?”. Poi, sotto, siccome è bellissimissima e magari anche qualcun altro potrebbe chiederle di fidanzarsi, per non confonderla ci ho scritto “Claudio”. È diventata tutta rossa, il foglietto però non l’ha strappato, dall’altro lato ha scritto qualcosa, l’ha appallottolato e me l’ha tirato.
Quasi lo stavo lasciando per terra. Pensavo: “Se me lo tiri addosso, sul foglietto ci avrai sicuramente scritto NO”. Invece l’ho aperto, l’ho lisciato bene bene con le mani e ho letto che c’era scritto: “Sì, vieni con me sulla panchina del giardinetto alle quattro?”.
Così è dalle tre e mezza che sono qui e l’aspetto seduto sulla panchina, dalla parte del lampione. Mi sono portato l’album dei Calciatori (è quasi fatto) e un mucchietto di doppioni: tre Gigi Riva, due Anastasi (quelli sono facili). Però ho Facchetti che non si trova, dopo vado a casa di Federico per fare a scambio; se mi dà Rivera finisco il Milan.
Sto qui sulla panchina ad aspettarla coi piedi che ciondolano. Mamma non m’ha fatto mettere i pantaloni lunghi e allora tra calzettoni e bordo della panchina che mi sega le ginocchia ho le coscie piene di formichelle, però non la voglio aspettare in piedi. Speriamo che non mi bacia, quello mi fa un po’ schifo…

 

T’aspetto al solito posto

Non lo reggo proprio latino… Ma si può mettere latino alle ultime due ore del venerdì? ‘Sta scema di prof…
Ero imballato a tutta già dalla mattina presto pensando a quando l’avrei vista arrivare da lontano, figurati quanto me ne poteva fregare di rosa, rosae, rosae, rosam…
‘Sta panchina è proprio scomoda, qui dove sto sempre io, dalla parte del lampione. Un paio di stecche si muovono, prima o poi vado a terra con lei sopra… Seee, magari! Certo che se continua a venire co’ quei vestitini a fiori leggeri leggeri, prima o poi, le mani sotto la gonna ce le metto. Mi piace anche coi mocassini, i calzettoni bianchi bucherellati che arrivano sotto il ginocchio e la minigonna. Oppure con la camicetta un pò sbottonata e i pantaloni a vita alta (non è che ha tante tette, dice che è meglio così, che se solo fosse bionda sarebbe più figa di Twiggy; chi è questa poi, boh… Figurati se glielo vado a dire che non la conosco). Da ragazzina era carina, ma adesso è proprio spaziale. Anzi pure troppo, che quelli del terzo liceo se la spogliano con gli occhi. Io proprio non ce l’ho fatta a seguirla al Classico. Greco, per carità! Certo che però se avessi saputo che le sarebbero girati intorno con la lingua di fuori magari un sforzo in più l’avrei pure fatto.
Eccola! Niente gonna oggi; pantaloni bianchi a zampa d’elefante, camicetta a fiori, gilet di velluto liscio rosso bordò e capelli sciolti lunghi, neri, nerissimi. Oggi è più bella del solito. Sto bloccato sulla panchina tra l’alzarmi per andarle incontro e la voglia di rimanere fermo per guardare la sua camminata. Rimango a bocca aperta e la guardo arrivare. Madonna che voglia ho di baciarla!

 

Il suono dell’attesa

Passo la mia vita ad aspettarla. Qui, su questa panchina, sempre seduto dalla parte del lampione. Mi metto qui perché dietro di me si vede il tramonto; dall’altra parte un muro di mattoni. Le lascio il panorama. Tra poco arriverà, mi ha chiamato prima che uscissi dall’ufficio per dirmi di aspettarla al solito posto. In realtà non è il solito posto, no. Questo è l’unico posto, il nostro posto, quello in cui ci siamo sempre incontrati fin dalle elementari. Anche allora l’aspettavo, mai stata puntuale. Tiro fuori dalla ventiquattrore il mio Walkman, e mentre ascolto Lucio Battisti con la matita riavvolgo la cassetta di hit parade che abbiamo registrato dalla radio di casa nostra.
“Amarsi un po’…” Mai riuscito ad aver misura con Aurora, mai. Ogni volta che mi parla con la sua erre da carta vetrata doppio zero sono lì, in silenzio, a domandarmi come mai abbia scelto me tra tutti quelli che potrebbe avere. “È come bere…” E impazzisco quando sedendosi al suo posto sulla panchina sospira, si stiracchia, sbadiglia e mi dice: «Scusami per il ritardo, non succederà più». Già, figurati se ci credo. Infatti ancora non si vede.

 

Glassa rosa & caramello

Come puoi essere così insensibile da non capire che la sua zia di Bergamo sta male e che ha bisogno di lei? È in ospedale, è in coma! E tu ti permetti di dirle: «Ma se non l’hai mai cagata in vita, perché adesso ti ci precipiti da lei in punto di morte?». Forse perché non mi ha mai lasciato solo sulla panchina? Forse perché non avendo avuto figli ci siamo sempre bastati l’un l’altro? Sia come sia, tra poco torna, il treno arriverà a minuti. Non ha voluto che andassi alla stazione a prenderla e quindi, come sempre, l’aspetto sulla panchina. Dalla parte del lampione.
Accanto a me c’è un vassoietto incartato con il nome della pasticceria tutto svolazzante color oro e un nastrino con il fiocchetto arricciato con la lama delle forbici. Dentro ci sono due bignè: uno ripieno di zabaione e glassa rosa, l’altro con la panna e lo zucchero caramellato a coprire la pasta choux color beige. I bignè con la glassa sono le paste che ci piacciono di più. Ci divertiamo a mangiarli uno alla volta iniziando sempre da quello allo zabaione; la glassa rosa è morbida e quando Aurora morde il bignè lo zucchero si spacca e i suoi denti affondano nella choux. Lo zabaione schizza via verso gli angoli della sua bocca e io la bacio. Poi tocca a me. La glassa caramellata è più dura, devo mordere più forte di Aurora; il caramello si spezza con un rumore vetroso e la panna del bignè esce in riccioli che Aurora non si lascia sfuggire. Stiamo lì a ridere. Io sporco di zabaione, lei di panna.
Ancora 10 minuti e vassoietto, carta e nastrino finiranno nel cestino; e sarà come se Aurora non fosse mai andata via.

 

L’odore della mia vita

Settant’anni su questa panchina e sotto questo lampione. Forse li avranno ridipinti un paio di volte, anzi tre se conto la volta che l’ho fatto io: rosso bordò le stecche di legno della seduta e il palo del lampione; verde scurissimo la struttura della panchina. Questi sono colori ‘obbligati’: rosso bordò come il suo gilet di velluto anni ‘70 e verde, perché su una panchina che non sia almeno per un po’ verde scuro è impossibile sedersi.
Da quel giorno ci ho messo cinque settimane per tornare sulla panchina, accanto al lampione. Aurora questa volta non potrà più essere in ritardo. Eppure non ce la faccio a non venire qui ad aspettarla, nella speranza di vederla arrivare da lontano. Per sentirmi chiamare. Per andarle incontro e abbracciarla. Per sentire il suo profumo, sempre lo stesso, dal liceo fino all’ultimo giorno. Casa nostra è ancora piena del suo profumo preferito, ma non è la stessa cosa. La nostra storia è questa panchina, questo lampione, questo suo posto vuoto e la mia attesa. Credevo che tornare qui mi avrebbe ucciso, ma stamattina ho capito che il mio posto rimarrà sempre questo, accanto a lei. Ci sono i due bignè, stamattina ho comprato anche il suo profumo. Ne spruzzo un po’ dalla sua parte e, mentre la carta scricchiola, sento ancora l’odore della mia vita.

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