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Illustrazione di Agrin Amedì
Assorto e stanco, Gino non ha nemmeno la vaga idea di cosa sia successo. «Ma che cazzo hai detto? Ti sei scimunito?», gli fa Aldo sibilando. Gino, intanto, osserva intorno a sé soltanto le facce esterrefatte dei suoi amici. «Beh, siamo in chiesa. Io ho detto “Dio”…».

Assorto e stanco, Gino non ha nemmeno la vaga idea di cosa sia successo.
«Ma che cazzo hai detto? Ti sei scimunito?», gli fa Aldo sibilando.
Gino, intanto, osserva intorno a sé soltanto le facce esterrefatte dei suoi amici.
«Beh, siamo in chiesa. Io ho detto “Dio”…».
«Sì, ma prima hai detto “porco”, poi… E a voce alta! Cazzo, sei scemo?», ribadisce Aldo.
«Non è vero!»
«Come no? Hai detto “porco” e poi… Insomma, ci siamo capiti. Cazzo, tu sei scemo forte Gino!», conferma Eugenio.
«Sei popo daa Lazio!» ghigna Aldo, facendo attenzione a non farsi sentire dalle vecchiette di fronte.
«Guardate che io non ho proprio bestemmiato nessuno. E comunque non sono della Lazio»
«Seee. Cazzo de scemo che sei!», risponde Eugenio immergendo la testa nel giubbotto.
«Ma la finite di dire che sono scemo e di dire “cazzo”? In chiesa neanche “cazzo” si può dire!», fa notare Gino.
«E hai detto “cazzo” due volte. In più una bestemmia…»
«Smettetela! Guardate che mi metto a urlare!»
«E allora sai che madonne che tiri…» Adesso ridono tutti, Gino non si è mai sentito così umiliato.
«Mo se ti fanno fare la comunione è popo un miracolo», sghignazza Eugenio.
«E sì, ti possono squalificare dalla comunione!», puntualizza Aldo.
«Squalifi… che?», chiede Gino incredulo.
«Ah Gi’, sei popo daa Lazio».
Dalla piccola ma avvelenatissima platea segue una selva di «Vero», «Giusto», «C’hai ragione», «Sei popo daa Lazio». Cosa ben peggiore, dietro quelli che una volta erano suoi amici, Gino scorge un’anziana signora in piedi, con la mano sulla bocca. Lo fissa atterrita, deve aver sentito quel “porco” e… Ci siamo capiti. Poi la vede allontanarsi proprio verso Don Tristano intento a confessare un altro gruppo di bambini. Gino intuisce cosa stia per accadere ed è colto dal panico.
Dopo una breve discussione tra l’anziana e Don Tristano, il prete chiede scusa ai ragazzini in attesa della confessione, passa davanti all’altare, si inchina rapido e come un grosso corvo spicca il volo sulla navata per poi piombare su Gino. Il ragazzo trema, tra i suoi ex amici c’è chi se la fa sotto e chi invece ride di scherno (più i secondi dei primi). Don Tristano punta Gino, alza il mento e con il braccio destro fa segno al bestemmiatore di alzarsi e di seguirlo in sagrestia. Con quello sinistro, invece, intima il silenzio degli altri che, come Aldo poco prima, spariscono in un lampo sotto i giubbotti.
Umiliato e con l’umore a terra, Gino inizia il suo lentissimo e personalissimo calvario, soffermandosi soprattutto su ciò che sarà. E non soltanto sulle conseguenze immediate del suo gesto. “Siamo nel 1986”, pensa, “e io ho 9 anni. Don Tristano sarà così arrabbiato che mi farà fare la Comunione non prima del ’90, quando di anni ne avrò 13 e tutti gli altri avranno già fatto anche la Cresima; sempre ammesso che mi perdoni. Mia madre intanto mi terrà il muso e l’anno successivo a nulla serviranno i miei tentativi di convincerla; non avrò mai il motorino. Crescerò tra mille privazioni e come un pazzo senza Dio che bestemmia in chiesa senza neanche accorgersene. Dopo oggi nessuno vorrà più farmi giocare nella sua squadra di pallone, proprio adesso che avevo imparato a fare le rovesciate, che ero ufficialmente uscito dalla schiera delle pippe per proiettarmi con successo nell’Olimpo dei forti. E poi le ragazze… Chi vorrà condividere la propria vita con un bastardo che bestemmia in chiesa? Non avrò mai amore…”.
Di fianco all’altare, sulla porta della sagrestia, il corvo nel frattempo è paonazzo in viso e con ampi gesti delle ali fa segno a Gino di raggiungerlo al più presto. Lui obbedisce ed entra in sagrestia sospinto da uno scappellotto del prete. Un colpetto pesante, qualcosa che ferisce più l’orgoglio che la pelle. Adesso Gino non tradisce alcuna emozione. Anzi, sente vibrare dentro di sé una sensazione mai provata.
«Ti rendi conto di cosa hai fatto?», gli chiede il prete chino su di lui. E attacca con un sermone sul peso delle parole, su quanto feriscano gli altri e Nostro Signore, di come le parole siano peggio della spada… La ramanzina è lunga, perché Gino dall’altra parte non mostra il disagio che il corvo vorrebbe indurre.
«Di’, ma non hai proprio niente da dirmi?», gli chiede il corvo alla fine sbalordito.
A sorpresa, Gino gli tende una mano. Il prete non sa come reagire. Per sollecitarlo, Gino agita la mano. Don Tristano allora gliela stringe e il ragazzo lo trascina fuori, di forza, dalla sagrestia. «Ti ha dato di volta il cervello?»
«Don Tristano, siete pronto?», gli chiede fissando la figura umana sulla croce.
«A fare cosa?»
«Signore Gesù,» lo interrompe Gino guardando la croce «io indubbiamente ho sbagliato. E allora ti chiedo scusa. Sono venuto a casa tua e ho insultato tuo Padre. Mi dispiace, mi vergogno tanto. Però, Signore Gesù, chi è venuto a casa mia a chiedere scusa quando mi hai tolto il mio papà? A casa mi dicevano: “Papà sta con Gesù”. E perché non me l’hai lasciato un altro po’? Solo un altro po’?».
«Gino», una voce alle sue spalle lo costringe a fermarsi. Lui si volta e si meraviglia nel vedere il viso di sua madre pieno di lacrime.
«Signora, non ci si comporta così!», dice il corvo alla mamma di Gino.
«Davvero?», risponde lei prendendo Gino per mano e portandolo via lungo la navata. «Peccato!»

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