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La libertà che guida il popolo

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«Io scendo! Scendo! Fermate tutto, devo scendere!» S’era alzato di scatto dal suo posto. «Fermate questo dannato aereo!» aveva detto ancora, alzando il tono di voce. Le hostess in un attimo si erano radunate tutte attorno a lui.

«Io scendo! Scendo! Fermate tutto, devo scendere!»
S’era alzato di scatto dal suo posto.
«Fermate questo dannato aereo!» aveva detto ancora, alzando il tono di voce. Le hostess in un attimo si erano radunate tutte attorno a lui. Una lo teneva per le spalle, provando a premere un po’ affinché si rimettesse seduto, un’ altra invece gli stringeva un braccio, quello con il quale si era appena slacciato la cintura. L’altro braccio lo aveva alzato in aria e teneva tra le mani un foglio mezzo stropicciato.
Pensai a La Libertà che guida il popolo di Delacroix. Con la differenza che qui c’era un uomo a petto coperto, senza fucile, senza bandiera e senza libertà.
Era arrivata nel frattempo un’altra hostess. Salendo non m’ero neppure accorto che ce ne fossero così tante. Adesso lo stavano tenendo con forza e lui era lì lì per toccare il sedile sotto la spinta di quelle tre donne.
Canova, le Tre Grazie.
Di grazia però, nei loro gesti, ce n’era assai poca.
«Non capite, non capite! Devo scendere!» gridava ora l’uomo. La sua voce aveva perso il tono arrabbiato e si stava facendo via via più lamentoso, disperato. Nonostante questo però non ne voleva sapere di tornare a sedersi.
«È lei che non capisce!» Aveva gridato di risposta una delle Grazie. «Ma si rende conto che siamo su un aereo? Le altre due annuivano con il capo, dando supporto alle parole della hostess, ma l’uomo ribatté immediatamente. «Non mi importa un accidente di dove siamo, potremmo anche essere diretti sulla luna, io devo scendere!» Adesso sembrava quasi tornare in sé, parlava senza urlare. Ma era così ragionevole da continuare a ribadire l’assoluta necessità di scendere.
«Signore stia calmo.» Poi la Grazia numero due: «Io non so cosa l’abbia scossa così profondamente e non dubito l’urgenza della sua volontà ma, vede, siamo circa a diecimila metri di distanza dalla terra. Ci spieghi lei come potremmo assecondarla…»
Queste parole dette con calma parvero per un attimo fare effetto. L’uomo per lo meno aveva rinunciato a dimenarsi.
«Ecco da bravo, si sieda» disse ancora, premendogli di nuovo sulle spalle.
Nel frattempo tutt’intorno s’era creato un fitto silenzio, misto tra chi nonostante quel caos tentava comunque di addormentarsi e chi, come me, moriva dalla voglia di capire quale dramma stesse affliggendo quell’uomo; chi e cosa stava giù a diecimila metri di distanza che doveva essere raggiunto non domani, non più tardi, ma adesso.
«Non capite…» aveva ripreso. E mentre pronunciava queste parole iniziò a piangere, lentamente, soffocando i singhiozzi. Poi, come succede sempre quando ci si trattiene, è esploso in lacrime con  una forza maggiore. Il lamento di dolore aveva percorso rapidamente l’intero aereo e persino quelli che si sforzavano di dormire erano stati obbligati ad aprire gli occhi. Ora le parole delle hostess si facevano pietose, le mani sulle spalle non premevano più ma si muovevano avanti e indietro, carezzandolo e dandogli pacche qua e là.
L’uomo finalmente si sedette.
La morte di Marat, David.
«Le porto una camomilla, si rilassi», aveva detto la Grazia che fino a quel momento aveva taciuto. L’uomo continuava a singhiozzare e a coprirsi con una mano; nell’altra, ancora quel foglio che stava attento a tenere ben lontano dalle lacrime.
Le tre hostess se ne erano andate tutte insieme, con la stessa velocità con cui erano arrivate. Le persone che come me stavano a guardare avevano preso a sedersi di nuovo ai loro posti. Avevano girato lo sguardo verso i rispettivi finestrini, solo io continuavo a fissarlo.
All’improvviso alzò la testa. Sentendosi libero saltò in piedi e corse verso la cabina del pilota.
«Fermate tutto! Tornate indietro! Tu, pilota, riporta questo maledetto aereo a terra!»
I passeggeri ora si agitavano e parlavano tra loro, l’hostess per poco non si ribaltò con tutta la camomilla dallo spavento. L’uomo fu bloccato, ancora una volta.
«Corinne, Corinne! Devo tornare da Corinne!»
Ecco che salta fuori quello che tutti ci aspettavamo. Un nome di donna, lontano diecimila metri.
«Io devo tornare da lei, non capite!» Si dimenava senza sosta.
Il cavallo trattenuto dagli schiavi di Gericault.
«Corinne Corinne, Corinne!» ripeteva.
D’un tratto si alzò un altro uomo. «Fermate tutto,» disse lui «deve scendere».
«Deve scendere!», gridò poi una donna anziana dal fondo.
«Fatelo scendere!» si sentì ancora, senza più capire da che parte provenissero le voci.
Le persone cominciarono ad alzarsi una a una, ripetendo ancora: «Deve scendere! Fatelo scendere!».
Mi slacciai la cintura e presi la bandiera e il fucile. «Fatelo scendere!»

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