Condividi su facebook
Condividi su twitter

Biscotti al burro

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Ho cambiato diversi lavori da cinque anni a questa parte. E non potrei parlare particolarmente bene o male di nessuno di loro, prima di quell’anno. Prima di quella maledettissima rubrica di Excel da aggiornare.

Ho cambiato diversi lavori da cinque anni a questa parte. E non potrei parlare particolarmente bene o male di nessuno di loro, prima di quell’anno. Prima di quella maledettissima rubrica di Excel da aggiornare. 
Il mio capo era una persona mentalmente inflessibile, dotata di un sadismo insano. Entro le diciotto di quel giorno avrei dovuto terminare l’aggiornamento di una rubrica di cinquanta pagine. Poi, alle diciannove, riprendere mia figlia a scuola nuoto. Alcuni colleghi mi avevano messo in guardia involontariamente, lamentandosi di quella direttrice prima di farsi trasferire altrove e scomparire per sempre.
Poiché a lei piaceva fare visite improvvise nei vari uffici, convinta di trovare noi impiegati intenti in improbabili partite a scacchi o chiacchiere da bar, avevo rimesso a posto un po’ la scrivania.
«Vieni con noi al bar a prendere una caffè? Un piccolo stacco ti ci vuole.»
«No no, grazie. Devo finire questo lavoro.»
«Ma è da stamattina che non ti alzi da quella sedia! Dai, te lo portiamo noi…» replica sorridendo Anita, la giovane impiegata bionda del quarto piano che spesso viene a far visita al mio collega Mario. È una ragazza molto gentile; infatti sta aiutando Mario a scegliere un regalo di Natale per la moglie. Indecisi tra diversi colori di biancheria intima, hanno steso i vari pezzi insieme sulla scrivania e lei si è addirittura prestata a indossare qualche capo per favorire la scelta del regalo più adatto. Credo siano andati proprio a far questo, prima o dopo il caffè. Mah, spero almeno che me lo portino ancora caldo. Squilla il telefono. Mia moglie vuole che mi metta a cercare su internet la ricetta degli spaghetti con capperi e olive. «Ci vorrà o no il pangrattato?» Il wi-fi di casa è fuori uso. «Tesoro, non posso cercarla, devo finire una maledetta rubrica su Excel. «Dai, solo un secondo. Per vedere se c’è il pangrattato.» «Va bene, un secondo solo…» Metto in pausa la rubrica. Nel frattempo squilla di nuovo il telefono, è mio figlio grande. «Papà sta lavorando. Vuoi i soldi per il concerto? Il concerto di chi? No, non li posso ascoltare adesso, devo finire un lavoro. Me li fai sentire tu al telefono?» Sorrido. La pazzia leggera dei quindici anni. Come si fa a dirgli di no?
Si apre la porta e rientrano Mario e Anita, sempre più sorridenti.
«Lo appoggio qui?» Insieme al caffè, Anita ha portato anche dei biscotti. «Li fa mio marito, è un pasticcere.» Per non sembrare scortese ne prendo uno: è davvero buono, friabile. L’atmosfera è serena, davvero prefestiva. Ma nel frattempo la musica assordante di un concerto heavy metal filtra attraverso la cornetta. Spiego la situazione a Mario, che sorride: «Ragazzi…». Mario ne sa qualcosa, ha tre figli. «Accidenti, belle le tue scarpe», mi dice all’improvviso. Io abbasso lo sguardo. «Sono Nero Giardini, le ho prese all’Outlet lo scorso anno, niente di che…», dico con falsa modestia mentre il ricordo della tredicesima sfumata in un unico scontrino. Metto il piede sulla scrivania per mostrare la scarpa a Mario e in quel preciso istante si spalanca la porta: lei, la direttrice che non bussa mai.
La sì, ho lavorato tutta la mattina senza alzarmi una sola volta, e al termine della rubrica mancano poche righe; sono tranquillo, non c’è alcuna ragione di agitarsi. E poi ho anche una certa età, non posso farmi venire un infarto per simili sciocchezze. Ma lei, il capo, mi guarda con i suoi occhi severi, senza parlare. Ho la gamba sulla scrivania e la sedia reclinata all’indietro (diversamente mi avrebbe fatto male la schiena). Di scatto la metto giù e abbozzo un mezzo sorriso. «No, è che stavo facendo vedere una cosa a Mario…» Mario…? Accanto a me non c’è nessuno. Il mio collega siede diligentemente alla sua postazione, con gli occhiali inforcati e la testa bassa. Uno scatto del genere non sarei riuscito a farlo neppure a vent’anni, e Mario ne ha cinquatotto. Ma dov’è finita la bionda? Mi guardo intorno, non ce n’è traccia.
«Il file Excel immagino sia ultimato, visto che doveva essere pronto per le diciotto», afferma seccamente la direttrice, guardandosi attorno con aria sempre più costernata. “Veramente mancano ancora quindici minuti alle diciotto”, penso. Ma neanche un sibilo esce dalla mia bocca. «Ho lavorato ininterrottamente da stamattina», affermo. La mia camicia bianca è ricoperta di grosse briciole burrose, come la scrivania. Mutande E reggiseni sfilano in ogni gradazione di colore sotto i nostri occhi. «Non sono miei!» affermo, ammucchiando pizzi e veli in un angolo. Guardo verso Mario che non alza neppure di sfuggito lo sguardo dal suo monitor.

«Vediamo il file» dice lei, con voce sempre più stizzita. Si avvicina per guardare e sul mio pc saltano pop-up di ogni genere saltati fuori dalla ricetta degli spaghetti alla puttanesca. Olive e capperi trasformati in servizi erotici a pagamento. «Scusi, non li ho aperti io», mormoro mentre una goccia di sudore comincia a scorrermi lungo il collo. D’un tratto un assolo di chitarra si alza nitido nella stanza con la voce di mio figlio dalla cornetta che grida: «Hai sentito quanto spaccano, pa’?». Afferro il telefono e attacco in tutta fretta. Scende un silenzio di tomba, la mia capa sembra andare in apnea per qualche istante. Poi comincia: «Cosa devo fare con lei? Le ho dato un compito semplice, con una semplice scadenza, e lei non ha fatto nulla!». «Ma…», balbetto io, confuso senza sapere come replicare. «Ma… Ma cosa glielo fa credere?» Al pensiero della dura giornata passata a sgobbare la mia dignità di uomo e impiegato risorge improvvisamente e trovo il coraggio di guardarla negli occhi. Ma gli occhi del mio capo sono fissi verso il basso, precisamente verso le mie gambe, tra le quali ondeggia una chioma bionda e fluttuante. Con orrore guardo anche io e vedo il viso di Anita sotto la scrivania, afflitto e imbarazzato, che inizia a sussurrarmi con voce dimessa: «Scusa scusa, non sapevo dove mettermi. Scusa…».
Da quel giorno non ho mai più rivisto Mario né il mio capo, ora mi sento tranquillo. E il lavoro al bar, anche se meno pagato e più precario, non mi stanca molto, tranne che negli orari di punta. Soltanto, a volte, mi capita di sognare un file Excel ancora da finire, e mi sveglio bagnato di sudore nel cuore della notte.

Ultime
Pubblicazioni

Sfoglia
MagO'