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La solitudine mi fa paura

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Illustrazione di Agrin Amedì
L’alba era plumbea, con i nuvoloni che fanno tutto nero, una di quelle mattine in cui avrebbe voluto non svegliarsi per niente, ma si era svegliato. Aveva tirato fuori saponetta, rasoio, specchio e spazzolino da denti e, insieme al cane Oreste, erano risaliti fino al lungotevere.

L’alba era plumbea, con i nuvoloni che fanno tutto nero, una di quelle mattine in cui avrebbe voluto non svegliarsi per niente, ma si era svegliato. Aveva tirato fuori saponetta, rasoio, specchio e spazzolino da denti e, insieme al cane Oreste, erano risaliti fino al lungotevere. Il marmo del corrimano era freddo, Giorgio rinunciò ad appoggiarsi e si rimise la mano in tasca. Oreste invece sembrava aver ritrovato nuova energia, lui amava l’inverno. Dopo aver aspettato il verde del semaforo pedonale avevano attraversato, guardando entrambi prima a destra e poi a sinistra, anche se non passava nessuno a quell’ora e la strada era a senso unico. Brutta morte investiti da una macchina, pensava Giorgio. Sistemò le sue cose sulla panchina accanto alla fontanella di piazza Trilussa, tutte tranne lo specchio che da tempo non usava più: le sue dita avevano imparato il percorso della rasatura e si erano abituate a tirare un po’ di più lungo gli zigomi per contrastare la gravità che negli anni sembrava aumentare, quasi che il mondo rimpicciolisse e la forza attrattiva del centro  della terra si accanisse contro le sue guance.
Chissà  come sarà il centro della terra e da quanti anni sarò morto quando qualcuno ci arriverà? pensò.
Oreste sbuffò, il muso per terra tra le zampone anteriori. Sbarbato e ben pettinato, salutò il cagnone e lo guardò allontanarsi tra i vicoli umidi di Trastevere. Rimasto solo Giorgio tornò lungo l’argine del fiume. Sapeva che si sarebbero ritrovati la sera, ma aveva provato tristezza nel separarsi dal suo amico. Aveva odiato se stesso per la sdolcinatezza di quel pensiero. Cercò  nella sua mente tracce dei sogni della notte precedente, per fargli compagnia mentre riponeva le sue cose. Spesso sognava di andare sulla luna. Non era un desiderio, era un viaggio che faceva, il suo preferito. A volte anche di giorno: gli bastava chiudere gli occhi nella penombra e sentiva il suo corpo fluttuare nell’atmosfera. La notte però era più bello, ci rimaneva per ore, lì a rimbalzare fra le rocce del mondo senza gravità. Il volto disteso. Il corpo leggero. I piedi non gli facevano più male. Nulla gli faceva male.
Quella notte aveva sognato la luna. Poi arrivò un pensiero e Giorgio si fermò. Perché i pensieri arrivavano e lo interrompevano in quello che stava facendo, come vecchie zie in visita a Natale. Questa zia-pensiero era banale, ma incontestabile per Giorgio, proprio come la zia che porta i dolcetti nella carta velina e si lamenta perché a dicembre non nevica più: La morte non può esistere in un mondo senza gravità. Nulla precipita verso il basso, nulla altera l’equilibrio delle cose, la pelle non cade, la gente non cade, la vita resta immutata lì dov’è, non c’è forza che la trascini via. Il pensiero andò via, ma ne rimase la scia, come il profumo di una donna che resta in ascensore. Giorgio finì quello che stava facendo, poi tirò fuori dalla tasca il blocchetto e la penna. Scrisse: La morte mi fa paura e restò per un po’ a guardare le lettere che si stagliavano sul foglio bianco. Lo faceva ogni giorno. Aveva sentito dire che scrivere su un foglio di carta le proprie paure aiuta a superarle. Tutte le paure: il buio i ragni, le cavallette, l’aria condizionata, proprio tutte tutte. Scrivi la frase, la osservi, giorno dopo giorno, fino a che le parole si svuotano del loro significato e restano lì, segni grafici, nero su bianco. Ci aveva riflettuto parecchio perché la lista delle sue paure  era bella lunga, ma mentre ci pensava si era reso conto che alcune in fondo gli facevano compagnia, altre gli erano passate, e altre erano tanto nuove da non avere ancora un nome, così aveva scelto la morte. Tutti hanno paura di morire, ma Giorgio la sentiva come una cosa sua, che apparteneva a lui più che a altri. Da quando una sera un forte senso di costrizione al petto gli aveva quasi impedito di respirare e immobile e tachicardico aveva pensato sto morendo,  mentre guardava le sue mani tremare senza riuscire a fermarle. Quando lentamente la morsa aveva allentato la presa  alla gola e al petto e a tutto quanto, era notte fonda. Un vento freddo di tramontana aveva acceso tutte le stelle. Giorgio non aveva mai avuto tanta paura. Così tanta che ora se ne portava sempre un po’ con sé, non la lasciava mai. Non era andato in ospedale, le cose vanno come devono andare, aveva pensato, lo pensava da sempre: non bisogna intervenire nel corso delle cose, si rischia di inceppare il meccanismo.
La giornata spesso stentava a prendere il via, troppe zie-pensieri lo venivano a trovare e, come  le zie, anche i suoi pensieri gli venivano a noia, avrebbe voluto far altro, lasciarli lì senza aprire la porta, ma non si lascia fuori una zia che ti viene a trovare, le si offre qualcosa e si resta incastrati per ore in chiacchiere di circostanza. Così i pensieri lo trattenevano lì sull’argine del fiume, nel punto più basso della città, quello più vicino al centro della terra dove la forza di gravità è più forte, e anche le idee hanno più peso.
Quella mattina, dopo aver salutato Oreste, dopo aver sistemato le sue cose e scritto sul blocchetto, arrivò la zia-pensiero logorroica: Cos’è che non ha funzionato?
L’uomo è andato sulla luna, ma non è cambiato nulla. Realizzò Giorgio. Tutti i progressi, le scoperte, le conquiste dell’uomo, in fondo non hanno portato a nulla, perché nessuno comunque è morto più felice.
Cos’è che ci farebbe morire felici? Si chiese. Ma la vecchia zia-pensiero se ne andò e nel suo cervello non arrivò nessuna risposta. Si era alzato il vento, nell’aria si formavano vortici di polvere, foglie e cartacce; stava per venir giù un acquazzone. L’idea della sala d’attesa dell’ospedale con il distributore di caffè a 50 centesimi gli parve a un tratto quasi allettante. Giorgio tirò su il collo della giacca, diede uno sguardo ai grossi rami oscillanti e si spostò sotto la pensilina della fermata. Brutta morte schiacciato da un platano.
Il tram era affollato. Gli tornò quel senso di soffocamento, ma non era la folla: veniva da dentro. Si appoggiò alla parete. Il metallo gelido contro la guancia. Questa volta sentiva anche dolore. Giorgio si rese conto che sarebbe morto a breve, a prescindere dalla presenza della folla, a prescindere dalle assenze nella sua vita, a prescindere dalla forza di gravità e dal primo uomo sulla luna. Non pensò nemmeno per un istante di sopravvivere. Si concentrò sul freddo del metallo sulla guancia: finché c’era il freddo non c’era la morte. Intanto la gente si accorge di lui e cerca di soccorrerlo. Parole confuse intorno. Giorgio sente il freddo, non solo sulla guancia, adesso lo sente dappertutto. Un freddo profondo. Il freddo delle case in affitto, il freddo delle cucine con la luce al neon, della cene da solo, fredde, sul tavolo di formica, freddo. Il freddo della neve a Roma e la pelliccia consumata di sua madre. Le carezze delle sue mani fredde che evitava. Il freddo gli entra dentro. Prova sollievo. Qualcuno gli dice di resistere che non manca molto. Forse non morirà. Non morirà con la guancia schiacciata sul metallo freddo. Sentendo freddo. Pensa a Oreste. Sente la gente. Parlano forte, voci concitate. Sì, forse non morirà. Allora potrà tornare sul fiume con Oreste e magari rimanere con lui in giro per Trastevere, fare colazione seduti al bar in piazza. Ora il freddo lo sente più forte. Addosso a lui tanto peso, tutto il peso di tutto. La terra deve essere diventata piccolissima, pensa, ma basterà stringerci un po’. E sente il dolore. E la paura. Pensa al fiume, alle stelle, al vento di tramontana. Pensa a Oreste, al suo blocchetto. A un foglio bianco davanti a sé e alla scritta, quella giusta: La solitudine mi fa paura.
Non sente più freddo.

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