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La casa del Grande Serial Killer Vip

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Illustrazione di Agrin Amedì
Andrej lanciò un urlo e poi svenne. La testa cadde all’indietro poggiandosi sulla ringhiera arrugginita. Jeffrey, nell’udire quell’urlo, si eccitò e corse verso la scala che portava nella cantina buia.

Andrej lanciò un urlo e poi svenne. La testa cadde all’indietro poggiandosi sulla ringhiera arrugginita. Jeffrey, nell’udire quell’urlo, si eccitò e corse verso la scala che portava nella cantina buia. La testa di Andrej sulla ringhiera arrugginita. Le scale erano in legno e inchiodate alla buona, qualcuna addirittura avvitata di fretta e qualche vite usciva fuori. Erano probabilmente assi recuperate dalla demolizione della casa precedente e nessuna era uguale all’altra; alcune erano scheggiate, altre spaccate al centro. Non era proprio quella che si dice una scala sicura. Era in legno e inchiodata alla buona. Jeffrey però, la conosceva bene e poteva corrervi anche al buio.

Jeffrey ci pensi tu? Stiamo per andare in onda. Fai qualcosa, fallo rinvenire.

Il corrimano non era stato ancora montato e lui andò giù con gambe veloci. In un attimo fu nella cantina e si mosse con le mani spostate in avanti per non urtare nulla e presto arrivò quasi a sfiorare il naso di Andrej. Quell’urlo era stato talmente potente, che ancora nell’aria si poteva sentire l’odore pungente del suo alito. Jeffrey dunque inspirò forte dal naso e ancora eccitato, con le mani cercò la sedia che più o meno doveva trovarsi nei pressi.

Jeffrey, dai. Video assist on. Cinque minuti e tutti i microfoni accesi, ok?

Era una sedia girevole e con le rotelle, una sorta di sgabello con lo schienale, ma troppo piccola per la sua stazza. Un uomo smilzo che misurava quasi un metro e novanta, con braccia lunghe ed ingombranti. Le braccia e le dita affusolate facevano pensare ad una piovra che ti abbraccia. Non per affetto. Si girava a destra e a sinistra, facendo smorfie verso gli specchi e aspettando un cenno. Era combattuto. Fra poco sarebbe iniziata la diretta e Andrej Cikatilo doveva per forza rinvenire. Gli svenimenti era meglio che accadessero in diretta (consigli della regia); però Cikatilo appeso al muro, inerme, gli ricordava tanto il manichino che aveva rubato in quel negozio anni prima e che aveva fatto a pezzi e conservato nella vasca da bagno. L’immagine di Cikatilo appeso e il ricordo del manichino glielo facevano venire duro. Ora però doveva fare qualcosa per farlo rinvenire.

Jeffrey intanto ti accendiamo le luci. Dai muoviti, 2 minuti e sarai in onda.

Ora aveva fretta. Le luci si accesero tutte contemporaneamente e la cantina venne illuminata a giorno. Jeffrey guardò il tavolino vicino alla piccola sedia per controllare che tutto fosse in ordine. Si trattava di un tavolino metallico, di quelli presi in prestito dalle sale operatorie. Vicino al barattolo dove, la sera prima, aveva riposto le pinzette nella formaldeide, c’erano i taglienti: bisturi, lame di varia misura, aghi da sutura, porta aghi e cesoie. In un angolo le garze e le pinze chirurgiche, mentre spostate sulla sinistra c’erano le leve, gli scollatori e le pinze ossivore, che ancora non aveva usato. Nel ripiano in basso, i barattoli con le larve, ormai quasi svuotati del loro contenuto. La sua faccia era madida di sudore e aveva un sorriso a denti stretti, probabilmente provocato dal godimento anche per il suo ordine maniacale. Avvistò in un attimo lo straccio imbevuto d’alcool che aveva appeso ad un angolo del tavolino e lo premette forte sul volto di Andrej.

Microfoni accesi. Ragazzi silenzio qua dietro. Siete in onda.

Andrej era passato da uno stato d’incoscienza ad uno di dormiveglia e ora ciondolava la testa a destra e a sinistra. La nuca, ormai privata dell’epidermide, sfregava sulla ruggine, ma Cikatilo non provava più alcun dolore. Lui pensava a Lena, a Tonja, a Ljuba e a tutte le sue alunne che aveva amato per poco, ma intensamente. La testa ciondolava. Jeffrey Dahmer montò la lama sul manico del bisturi e continuò a fare dei tagli nell’ultimo pezzetto di Andrej che gli era rimasto da spellare e giù dalla rotula destra fino al pollice. Veloce afferrò le pinzette dal contenitore e via a tirare pelle.

Ragazzi fate un cenno a Jeffrey, che lo facesse girare; così la testa è troppo all’ombra.

Jeffrey si accorse dei cenni da dietro lo specchio, ma continuò imperterrito e con mano veloce. Voleva che Andrej gridasse. La gente a casa preferiva sentirlo il dolore, invece, se avessero guardato negli occhi di Cikatilo, avrebbero potuto vedere il suo orrore: la devastazione della guerra, le membra del fratello nei piatti dei vicini di casa, che ingrassavano, mentre gli altri del suo villaggio morivano per il Golodomor. In Russia c’era stata la carestia. Jeffrey voleva che Andrej gridasse. Dalle quinte e a telecamere spente, qualcuno gli aveva detto che la gente a casa non si lasciava impietosire facilmente, ma qualche cicciona messa forzatamente a dieta, avendo sofferto la fame per più di qualche giorno, avrebbe potuto mettersi nei panni di Cikatilo inviando tweets a suo favore. Un milione di tweets in una puntata volevano dire “vincere”. Anche un solo tweet in meno voleva dire uscire dalla casa ed essere linciato dalla folla. Jeffrey avrebbe fatto di tutto pur di restare lì dentro. Intanto Andrej svenne di nuovo. La gente non si lasciava impietosire facilmente.

Fate cenno a Jeffrey che è il momento del monologo. Ragazzi, fate cenno a Jeffrey.

Jeffrey Dahmer posò il bisturi e le pinzette e si alzò lentamente. Si avvicinò allo specchio perimetrale e cominciò. Jeffrey cominciò con voce pacata e sicura: “Siete tutti convinti che quelli come me abbiano avuto un’infanzia disseminata di orrori, uguale a quella del mio collega Andrej Cikatilo. Credete che quelli come noi siano tutti cresciuti con un padre ubriacone e una madre puttana, oppure tra le mostruosità della guerra e quindi vi sentite al sicuro. Fossi in voi, io non sarei molto tranquillo. Io ero un ragazzo come i vostri figli. Mia madre era una casalinga e mio padre un chimico che insegnava e faceva carriera. Non fatevi illusioni, in casa vostra ci potrebbe essere uno come me. 
(Pausa come da copione) “Avete paura ora? Io non sarei molto tranquillo al vostro posto.”

Ok, Jeffrey sta andando bene. Fategli cenno. Sta andando bene. Aumentano i tweets con hashtag mostro di Milwaukee e diminuiscono quelli con hashtag macellaio di Rostov. Sono tutti con lui.

Jeffrey si buttò sfinito sulla sedia e prese il bisturi. Girò il viso verso lo specchio perimetrale e puntando la lama, salutò i ragazzi dietro le quinte, in segno d’intesa. Ormai tifavano tutti per lui. Sapeva che poteva essere l’ultima sera nella casa, quindi voleva finire la sua opera. Nel barattolo erano rimaste poche larve, le altre erano già cresciute e si muovevano sotto la pelle di Andrej che intanto era rinvenuto e delirava. Era l’ultima puntata del Grande Serial Killer Vip e tutto il mondo era sintonizzato e tutti volevano sapere come si sarebbe conclusa l’opera di Jeffrey Dahmer. Lui era alla seconda nomination consecutiva, ma se la stava cavando bene. Novecentocinquantamila tweets. Mancava poco alla fine della puntata e voleva finire la sua opera.

Chiudete il microfono di Jeffrey. Musica di sottofondo. Tarantella di Listz.

Davanti al corpo di Andrej Cikatilo appeso al muro, in croce, Jeffrey Dahmer ripensò al suo manichino e ricordò che nel tempo lo aveva sostituito con corpi veri e lo spazio nella vasca non era bastato più. Davanti al corpo di Andrej Cikatilo aveva ripensato al freezer di casa sua. Aveva anche per un pò risentito quella puzza di cui i vicini si lamentavano tanto. All’epoca lui non ci faceva caso a quella puzza, ma ora la sentiva intorno a Cikatilo. Avvicinò l’orecchio al torace di Andrej e sentì gli scricchiolii della pelle, le larve stavano facendosi strada, erano quasi tutte cresciute e quasi a tempo con la tarantella si liberarono dalle gambe, dal petto, dalle guance di Andrej e la cantina fu invasa da mosche impazzite.
Nel frattempo i tweets avevano di molto superato il milione. Jeffrey Dahmer si riconfermava era il vincitore del Grande Serial Killer VIP.

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