Condividi su facebook
Condividi su twitter

È tutto perfetto

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
È sera, ma c’è ancora un po’ di luce. Sono qui in piedi fuori dalla vetrata e le guardo: sono così belle. Chiara, mia moglie, guarda la tv distesa sul divano, mezza addormentata e con un plaid sulle gambe.

È sera, ma c’è ancora un po’ di luce. Sono qui in piedi fuori dalla vetrata e le guardo: sono così belle. Chiara, mia moglie, guarda la tv distesa sul divano, mezza addormentata e con un plaid sulle gambe. Nostra figlia Martina si è addormentata sulla moquette dopo aver disegnato, a pancia a terra, le sue fantasie di bambina. Visto da fuori l’interno della nostra casa si rivela per quello che è: un luogo curato e accogliente, arredato con gusto e privo di sfarzo. Siamo venuti a vivere a Rocca di Papa qualche anno fa, a una ventina di chilometri da Roma. Ai “Castelli”, come dicono da queste parti. La vista che si gode da quassù è magnifica. Alle spalle lo sfondo del Monte Cavo con la sua vegetazione dà un senso di protezione. Dall’altra parte, guardando verso est, si può scorgere il cratere del lago e più in là la pianura pontina che giunge fino al mare.
Abbiamo scelto di trasferirci qui da Milano quando Chiara ricevette l’incarico di tenere un corso di letteratura romanza all’Università di Torvergata. Preferimmo questa soluzione a una sistemazione più vicina alla città universitaria, infelicemente collocata in una zona piuttosto periferica nel quadrante sud di Roma. A dire il vero il posto ci piacque molto; pieno di verde e più protetto al contrario della città, lo ritenemmo adatto per far crescere Martina che allora aveva solo tre anni. A quel punto fu del tutto conseguente decidere di prendere una casa con giardino in un quartiere residenziale, fuori dalla zona più urbanizzata. Chiara era eccitata all’idea di calarsi in una comunità nuova e mediterranea; era curiosa di scoprire se saremmo riusciti a stabilire nuovi rapporti sociali, stimolanti. Io le dissi che forse stava sopravvalutando lo spirito di aggregazione di queste zone… Di fatto, da quando ci siamo trasferiti qui, non sono più di due le coppie che incontriamo con una certa regolarità. In una di queste occasioni Chiara mi presentò ai nuovi amici come “il mio marito ansiogeno”, definizione che forse mi corrisponde.
I genitori dei compagni di classe di Martina sono generalmente cordiali, ma mi sembra che ci guardino con una certa diffidenza. O forse si tratta di una forma di soggezione nei confronti dei milanesi, chissà. Martina però è contenta di vivere qua: è entusiasta della sua scuola, dei suoi compagni, della sua casa e di potersi rotolare in giardino con Smack (il terranova che le abbiamo regalato tre anni fa). Quando la vedo aiutare sua madre a piantare i fiori intorno alla casa, tutta così allegra e vibrante, mi sembra proprio deliziosa. Sì, un quadretto ideale. Se non fosse per me. Io sono la nota dissonante. Tutto quello che mi sembrava interessante e avvincente nel momento di stabilirci qui, ora lo trovo noioso e deprimente. Questo silenzio che ci circonda, gli spazi rarefatti… Già, mi rendo conto di non riuscire più a sopportarli come contorno quotidiano delle mie giornate, come sottofondo delle mie serate. D’altra parte, il mio lavoro di editor per una casa editrice non prevede la frequentazione regolare di un ufficio; posso lavorare da casa. Così ho finito per rintanarmi in una stanza che ho eletta a mio studio privato. Ho raccolto in questo spazio esclusivo le cose che mi servono e quelle che mi piace più avere a portata di mano: i libri, i miei dischi, la mia tromba… Ma nonostante questo rifugio, questa fortezza così accogliente, ormai ho capito che non posso continuare a nascondermelo: mi manca la città. Mi manca la mia vita prima di tutto questo. Ho bisogno dei trambusti delle vie affollate, del traffico, della puzza di smog, dell’umanità variegata con cui ero abituato a condividere i marciapiedi, i vagoni della metropolitana, gli edifici pubblici… Mi manca proprio tutto. I bar aperti fino a tardi per un ultimo bicchiere, le sale cinematografiche con i film più disparati, i teatri off, le michette che non sanno di niente. Sì, mi mancano anche loro. E poi Francesca, certo. Anche lei mi manca. È stata dura smettere di vederla. La sua voce era un calmante naturale; le sue carezze, l’analgesico più efficace. E qui non mi riconosco. E scendere in paese, entrare in un locale, “cambiare aria” non equivale minimamente alla più piccola sensazione che mi offriva la città. Fare una passeggiata sul lungo lago è piacevole, ma non sono un amante dell’acqua dolce.
Qualche settimana fa ci pensavo più del solito, e ho avuto una vertigine. Per un lungo momento ho guardato la macchina parcheggiata di fronte al garage. Ho preso le chiavi e mi sono seduto. Ho messo in moto. Sono rimasto così per un po’ di tempo, non so quanto, fissando la saracinesca del garage. Poi ho spento il motore. Ho acceso la radio. Pavarotti cantava “Lì dove il mare luccica…”.
Domenica scorsa eravamo in giardino e c’era un bel sole. Chiara era accoccolata sulla panchina con una tazza di tè in mano, dicendomi che tutto quello che vedeva in quel momento intorno a sé era proprio quello che aveva sognato di avere: la nostra famiglia in una bella casa immersa nella natura, a poca distanza dal lavoro. Veder crescere Martina, serena e in un ambiente protetto. Aveva un’ espressione estatica e rilassata.
«Non ti sembra perfetto?», mi ha chiesto.
«Hai proprio ragione, Chiara», le ho risposto. «È tutto perfetto.»

Ultime
Pubblicazioni

Sfoglia
MagO'