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I poeti sognano gli odori

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Illustrazione di Agrin Amedì
L’appuntamento è alle sedici, ho ancora tempo per cercare un parcheggio. E ne è passato davvero molto dall’ultima volta che ho messo piede in questa parte di città.

L’appuntamento è alle sedici, ho ancora tempo per cercare un parcheggio. E ne è passato davvero molto dall’ultima volta che ho messo piede in questa parte di città. Mi infilo in un senso unico che sbuca in uno slargo assolato e trovo un posto. Tiro giù il parasole, la luce è accecante e mi abbaglia gli occhi. Li socchiudo per cercare di mettere a fuoco ciò che ho davanti. Ci sono panchine colorate e giochi di bambini, ma non era così. Ora ricordo. Sì, questo è il piazzale dove da ragazzi io e il mio amico poeta ci sedevamo a sinistra, su una panchina di legno. Alzo i finestrini e scendo dall’auto accompagnata da un leggero senso di stordimento.
Le case basse e colorate sono rimaste praticamente uguali e i loro piccoli giardini sono pieni, come anni fa, di piante e fiori arrotolati nei loro odori. Mi sposto sulla destra a cercare l’unica casa che aveva in giardino un tavolo in pietra grigia con al centro un vaso di edera. Ricordo che era il punto di partenza mio e di Tonino per il nostro ‘giro di odorosità’; ci piaceva chiamarlo così. Erano anni che non mi tornava in mente quella parola un po’ arcaica sulla quale io e lui avevamo tanto discusso. E ho provato a pronunciarla piano, calcando la “o” come faceva lui, l’unica persona incontrata in tutta la mia vita che sognava gli odori. Guardo l’orologio, ho ancora tempo per l’appuntamento. Mi abbraccia a tradimento, alle spalle, un profumo sottile. L’ho sentito, sono sicura che è il profumo ‘gialloso’, quello denso e impregnante di un cespuglio di roselline gialle che non piaceva proprio a Tonino. Faccio leva su un piede e mi giro di scatto: sono lì, appena sbocciate sotto questo sole che ha dimenticato di essere in primavera e che scalda imperioso come in un giorno di agosto.
Quando passavamo qui di fronte, mentre spingevo la sua sedia a rotelle, mi chiedeva sempre di accelerare un po’ perché quell’odore lo disturbava. E così attaccava la solita tiritera che solo gli umani, tra tutti gli animali che abitano il pianeta, hanno raffinato la vista e l’udito come mezzi di sopravvivenza, lasciando invece l’olfatto alla sua caratteristica più basica: mi piace o non mi piace. E a Tonino l’odore ‘gialloso’ non piaceva. Io rallentavo e lui, immancabilmente, simulava conati di vomito. “Sei uno scemo”, gli soffiavo nell’orecchio abbassandomi verso di lui. Era un poeta e quei giri gli servivano perché doveva, come diceva lui, ingurgitare l’anima e la forma dei colori per poi poterli sognare. Secondo Tonino, dentro il naso accadevano cose stranissime, frutto di alcune sviste avvenute quando Qualcuno impastava l’argilla generatrice del primo uomo. Quanto ridevo a queste sue affermazioni perché immaginavo Dio con le mani dentro una grande pozzanghera che, mentre pensava come dare forma ad Adamo, gli scappava inavvertitamente una piccola fessura all’interno del naso. Non volendo perdere tempo a ripararla inventava, da creatore quale era, tutto un meccanismo complicato di turbolenze per farci scorrere dentro l’aria. Da lì, al funzionamento dei neuroni olfattivi sensoriali, ho solo ricordi confusi di spiegazioni pseudo-scientifiche mai memorizzate. Eravamo proprio due affabulatori compulsivi.
Cerco lentamente con lo sguardo quei piccoli fiori a cinque petali, adagiati accanto a tutti i cancelli di ingresso delle case a sinistra della strada. Stanno fiorendo adesso. Ne raccolgo uno che mi regala la stessa sensazione di allora, un odore morbido. Tonino, invece, diceva che bisognava strofinare il fiore tra le mani, anche a costo di distruggerlo per annusare il suo vero odore, quello della lana bagnata. Sfrego i petali tra le dita, li annuso e mi sovrasta l’odore che diceva lui, perché Tonino aveva sempre ragione e lo detestavo per questo. Più avanti ci sono due calle a fare da guardia alla fine della strada. All’epoca delle nostre passeggiate questi fiori così vanitosi, arrotolati in quel panneggio candido, occupavano quasi tutto il lato del muretto di cinta. Il loro era un odore segreto, rintanato giù in fondo a quel raggio di sole giallo conficcato al centro del fiore. Era l’odore del piacere. Dicevi proprio così, l’odore allegro e temibile del piacere. Avevamo bandito dal nostro vocabolario le parole utilizzate per definire un odore come aromatico, fragrante, fruttato per inventarci un lessico tutto nostro. Perché noi eravamo speciali. Perché noi avevamo vent’anni. Mi volto e torno indietro verso la macchina, annebbiata da queste strisce di ricordi che si arrampicano nella gola. E risento per un attimo, per un solo attimo, l’odore della rabbia: un odore nero, melmoso. L’odore di quando aveva deciso di allontanare tutti dalla sua vita, me compresa. La mia casa era diventata il contenitore di tutta la mia tristezza, della mia titanica ricerca di una strada percorribile per tornare verso lui. Avevo bisogno del mio poeta, delle parole che si artigliavano con sempre più difficoltà sulle pagine dei suoi mille quaderni. Ho scritto lettere, ho usato sua madre, la sua nipotina per fargli arrivare tutta la mia inquietudine. L’ho implorato e minacciato. Alla fine, esausta e incredula per il suo rifiuto, avevo cominciato a odiarlo. Lo so, andavi rispettato ma non c’ero riuscita. Non ho visto le tue mani che si rattrappivano, i tuoi occhi che riuscivano a fatica a tenere le palpebre aperte, la tua voce che diventava sempre più tremante e lontana. Ma, nel tempo, l’ho immaginata e immaginata. Ho vestito il mio dolore con l’odore dell’abbandono, quello che ci eravamo ripromessi di non annusare mai insieme, perché è un odore pieno di sgomento grigio. All’inizio arriva come la nebbia, ti bagna un po’ alla volta senza che tu te ne accorga. Si muove, togliendoti la vista all’improvviso. Ti stringe le caviglie e l’odore diventa terroso, ti impasta la bocca e cancella le parole. Poi ho saputo dopo un po’ di tempo che non c’eri più.
Sono le sedici. Spingo il portone dello stabile in cui ho l’appuntamento, uno di quelli che ti cambiano la vita. In ascensore mi guardo allo specchio e sistemo una piccola sbavatura del rossetto. Raggiungo il mio piano con un leggero sobbalzo. Al flusso d’aria provocato dal saliscendi della cabina, lo sento. Finalmente riesco a sentire il mio odore. “È come le curve delle strade di montagna”, dicevi. Io ridevo e non capivo. Una lacrima mi scorre sul viso. La l’odore della nebbia si attenua. E questo luogo, ora lo so, sarà la mia montagna.

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