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Fuochi sull’Isonzo

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Illustrazione di Agrin Amedì
Caro Francesco, fratello mio, buon compleanno. Non ho molto tempo, ma ho pensato che sarebbe stata una buona idea scriverti una lettera proprio oggi. Qui fa un freddo cane, sai?

Caro Francesco,
fratello mio, buon compleanno. Non ho molto tempo, ma ho pensato che sarebbe stata una buona idea scriverti una lettera proprio oggi. Qui fa un freddo cane, sai? Le pietanze sono più simili a del rancio insapore che a cibo vero e proprio e l’aria che si respira non è delle migliori. Eppure siamo in montagna, accidenti! Credevo che sarebbe stato faticoso qui, ma non fino a questo punto. Siamo tutti molto provati dalla nevicata improvvisa di due notti fa: la neve ci arrivava alle ginocchia, camminavamo a fatica e chi di noi non aveva gli scarponi adatti ha rischiato seriamente di ghiacciarsi qualche dito dei piedi. Il cielo si colora di diverse sfumature ad ogni baleno. Sono molto belle, dovresti vederle. Vorrei tanto scriverti una lettera del genere, proprio il giorno del tuo compleanno, perché ho improvvisamente ricordato quanto da piccolo io odiassi i fuochi d’artificio che, puntualmente brillavano di mille colori davanti casa degli zii. Li detestavo e provavo un profondo terrore a tutti quegli scoppi improvvisi che sentivamo dal balconcino di zia Nina. Mi ricordo che però che una sera tu mi presi per mano e mi portasti alla finestra perché, al contrario di me, tu amavi i fuochi. E mi dicesti: «Luca, per una volta vorrei vederli con te. Non preoccuparti, stiamo insieme non ti scoppiano mica in faccia. Basta che restare immobili qui, dove le scintille non possono raggiungerci». Quanto ti ho odiato in quel momento. Sapevi quanto fossi terrorizzato ma tu insistevi talmente tanto che alla fine mi hai obbligato a seguirti, quasi slogandomi un braccio per quanto tiravi forte. Se tu potessi vedere ora questo cielo pieno di colori, penso proprio ti ecciteresti. Ma sento davvero freddo, e non riesco a scaldarmi. Mi ricordo anche di quelle volte in cui mi insegnasti a scrivere bene, con la giusta ortografia, e a fare di conto come si compete a un brav’uomo di città. A scuola sei sempre stato tu il più bravo tra noi due. Hai sempre preferito far lavorare la mente invece del corpo, al contrario di me. Mamma diceva sempre che saresti diventato un ottimo ingegnere, il primo della famiglia; o un anche un contabile. Insomma, era convinta che avresti fatto grandi cose. Insisteva perché tu mi aiutassi nell’ortografia e nelle consegne a casa della maestra Pina, tutti i giorni. Quanto ti ho odiato, in quei giorni. Tu non sembravi soffrire della doppia fatica di farmi da insegnante privato e di seguire le lezioni nella tua scuola. E io mi sentivo uno stupido, un pargolo che aveva bisogno di essere accompagnato mano nella mano; uno che necessitava di attenzioni speciali per le sue carenze. Accidenti, se fa freddo questa sera. C’è uno strano odore nell’aria e gli occhi mi si stanno chiudendo. Sento la schiena fradicia e la è pancia ancora calda. E mi è ancora nitido il ricordo di quando cercasti di convincermi a farmi avanti con Giuseppina, la bella Giuseppina, alla caffetteria di Santi giù in piazza. Ricordo che avevo paura ed ero ancora di primo pelo, ma tu insistevi affinché mi comportassi da galantuomo: «Luca, fatti coraggio! Di certo un rifiuto non sarà la tua condanna, ma il rimorso di non averci provato ti farà passare notti insonni col fegato inacidito, fratello mio!». Fu enorme lo sgomento quando, al mio ennesimo rifiuto, decidesti di andare tu verso di lei e iniziasti a parlarle come se niente fosse. Proprio di fronte a me. Quanto ti ho odiato in quel frangente, fratello mio. Sei sempre stato un passo avanti a tutti in fatto di donne e sembravi un perfetto nobiluomo mentre le parlavi, con quel tuo fare elegante e impeccabile, quel tuo sorriso sincero e carico di entusiasmo, quel tuo portamento che si compete solo a chi ha un lignaggio o un nome da portare con sé. Di certo tutto il contrario della nostra umile famiglia. Ora sto proprio gelando. Non sento più i piedi, ma i ricordi fluiscono vivi e caldi, non posso farne a meno. Sento delle voci in lontananza, sembrano ovattate. E ricordo infine il giorno ch’io venni a casa a dare la notizia del mio arruolamento. Nostra madre ebbe quasi uno svenimento e nostro padre, nel suo silenzio, sembrava visibilmente contrariato e preoccupato. Tu fosti quello più intraprendente e mi rimproverasti, prendendomi per le spalle e scuotendomi come il setaccio di zio Cecè, giù in panetteria: «Luca, ma che vieni a dirci? Che ti salta in mente? Andare a rischiar la vita per quale giovamento? Che scelta scellerata è mai questa? Sei uno stupido, Luca!». Amavi le parole difficili e le usavi con una facilità che solo uno come te, Francesco, sapeva usare. Quanto ti ho odiato in quel momento. Eri convinto che la strada giusta da seguire fosse quella che tu tracciasti prima di me. Avevi terminato gli studi con tanto di encomi, lodi e medaglie dell’Accademia. Tu il primo nella nostra famiglia e in paese a frequentarla, diventando così il primo geniere della famiglia. Tu avevi fatto una tua scelta. Ma in tutto questo tu non sembravi comprendere come anche la mia lo fosse, presa in piena coscienza, forse tanto ponderata come la tua con la differenza che tu scegliesti la le meningi, io i muscoli probabilmente. Ebbene sì. Ti ho odiato tanto, fratello mio. Ti ho odiato tanto quanto si odia un proprio superiore antipatico, un proprio rivale in amore o un qualunque galantuomo arricchito con il naso poggiato sui libri. Ed è forse per questo che, adesso, con la schiena bagnata dal fango e dalla neve sciolta, con questo piccolo foro che ho sul ventre e che proprio non vuole smettere di far sgorgare sangue caldo; in mezzo a questa baraonda di spari di carabine, colpi di mortaio e grida disperate di uomini ormai spacciati sto forse capendo quanto, in realtà, io ti abbia sempre amato. Perché quando tu mi obbligasti a stare sul balconcino a casa di zia Nina di fronte ai fuochi d’artificio mi stringesti forte dicendo: «Luca, sei stato coraggiosissimo! Guarda, non stai più tremando…». E io smisi di aver paura. Perché quando ci mettevamo seduti in cucina con i libri aperti e i quaderni scarabocchiati dei miei errori, tu dicevi: «Luca, se ci metti qui due volte l’impegno che metti quando ti scapicolli appresso al pallone giù in piazza da Tinuzzo, superi pure me tra un poco». E io, sei anni dopo, riuscii a superare l’ammissione all’Accademia Regia. Perché quando tu andasti a parlare con Giuseppina le sorridesti, puntasti me e lei si voltò. Mi sorrise e venne verso di me con quella sua camminata regale ed elegante, chiedendomi se avessi avuto piacere a passeggiare assieme a lei verso valle. Giù per la discesa rubammo le mele dagli alberi di Tonio e, quella stessa sera, ci tenemmo per mano come una vera coppia. E perché quando venni a casa per comunicarvi il mio arruolamento nel Regio Esercito, tu fosti l’unico ad ascoltarmi, accogliendo le mie ragioni. Fosti l’unico ad accettare la mia scelta. Mi abbracciasti forte, ricordo, come se non volessi lasciarmi andar via. Mi dicesti: «Scrivimi quante più lettere possibile dal fronte. Credo di aver ancora del tempo per controllare la tua ortografia e la tua sintassi. Altrimenti che abbiamo imparato a fare tutte quelle parole complicate anni or sono, fratellino?». Ridemmo e ci salutammo, mentre varcavo la soglia di casa con su le spalle il mio sacco di lino.
Vorrei davvero scriverti una lettera del genere, proprio il giorno del tuo compleanno. Con la giusta ortografia, su una carta pregiata, in una busta decorata con tanto di sigillo in cera rossastro, come fanno le persone importanti e stimate. Lo vorrei tanto, dico davvero. Ma adesso sento freddo, troppo freddo, fratello mio. Non vedo più nessuno qui sotto insieme a me, immerso come sono nella fanghiglia gelida, in questa trincea che è stata la mia casa per gli ultimi tre mesi. Non riesco a muovermi. Sento l’aria mancare, e mi manchi anche tu. Se solo potessi abbracciarmi come feci a casa di zia Nina, te ne sarei grato, fratello mio. Riesco a sentire i soldati aldilà della barricata. Parlano tedesco, gridano, sono arrabbiati. Sono austriaci. Non si immaginano che io sia ancora qui sotto con questa granata in mano pronta a brillare.
Ti ho amato, fratello. Sono sicuro che ti saprai prendere cura della mia Giuseppina e del figlio che non potrò conoscere.
I colpi di mortaio sono sempre più deboli, i baleni di luce sempre più accecanti. Ma io non ho più paura dei fuochi, grazie a te. Vorrei che tu fossi qui con me a vedere il cielo tingersi di mille sfumature sotto queste stelle, sarebbe il mio ultimo regalo per il tuo compleanno. Ma adesso devo lasciarti. Li sento, sono vicini. E io sono pronto. Morirò seguendo un mio ideale, una mia vocazione.
Spero tu sia stato fiero della persona che sono diventato, fratello.
Buon compleanno, Francesco.
Buon compleanno, fratello mio.

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