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Viaggio a Nohant

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Esistono luoghi capaci di raccontare storie e di legarsi irrimediabilmente alla vita delle persone che li abitano. Luoghi che con il loro potere offuscano ciò che li circonda, gettando una luce nuova sulle cose e sulla nostra stessa visione del mondo.

Esistono luoghi capaci di raccontare storie e di legarsi irrimediabilmente alla vita delle persone che li abitano. Luoghi che con il loro potere offuscano ciò che li circonda, gettando una luce nuova sulle cose e sulla nostra stessa visione del mondo. Che la casa di George Sand a Nohant sia uno di questi luoghi è cosa risaputa, ma quello che Michelle Perrot racconta nel suo “George Sand à Nohant. Une maison d’artiste” (Seuil) è molto più intimo. Nohant, infatti, non fu solo la casa di artisti e intellettuali o lo spazio dell’amore tormentato tra la scrittrice e Chopin. Le case sono costruzioni che riflettono la nostra identità, i nostri bisogni, le nostre paure. Spazi in cui emergono inconsapevolmente ombre e luci dell’esistenza. Nohant è il luogo privilegiato da cui osservare le relazioni affettive, ma anche la terribile solitudine degli uomini. E delle donne. Il desiderio di essere ogni cosa, di diventare una figura mitica e quasi totalizzante costrinse George Sand a rinunciare a parti del suo essere, a distruggere e occultare pezzi della sua identità. In lei la pulsione erotica era inscindibile da quella artistica, e probabilmente anche da quella materna. Spregiudicata, sfacciata, ma anche così accogliente da creare un mondo in cui le persone da lei amate potessero esprimersi liberamente. La sua libertà emotiva era una libertà intellettuale, quasi razionale. E se l’iconografia moderna ha fatto di lei una figura pateticamente romantica, il libro della Perrot ci restituisce l’immagine di una donna moderna, terribilmente a disagio con il lato oscuro e nascosto della propria anima. In George Sand non esiste riflessione inconscia, ma solo lampi di ragionata consapevolezza che si fanno strada tra le ombre; ombre che per tutta la vita ha scelto di occultare e rimuovere, preferendo misurarsi con le dimensioni inconsapevoli della realtà. Tutto ciò che alberga nella sua personalità si riversa a Nohant, che infatti diventa un luogo mitico, fuori dal tempo e dallo spazio: uno spazio in cui perseguire quella felicità che il mondo preferisce negarci. Una felicità quasi bambinesca fatta di musica, idee, parole, di donne intelligenti e materne che amano i loro uomini come figli, prendendosene cura quando sono malati e non riuscendo mai ad abbandonarli del tutto. Nohant fu visto da molti come il teatro della scena politica e culturale del tempo, ma Michelle Perrot ci ricorda che fu anche il teatro della gioia e delle miserie umane.

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