Condividi su facebook
Condividi su twitter

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Con un colpo di scopa secco riusciva a far entrare tutta la polvere dentro la paletta che teneva salda e ben piantata nel pavimento. Si muoveva a suo agio fra quelle mura spesse, come se non se ne fosse mai andata.

Con un colpo di scopa secco riusciva a far entrare tutta la polvere dentro la paletta che teneva salda e ben piantata nel pavimento. Si muoveva a suo agio fra quelle mura spesse, come se non se ne fosse mai andata. 
Riusciva ancora ad aprire con la giusta leva lo sportello del mobile basso in noce intagliato a mano da un artigiano di fine Ottocento. Col tempo il suo corpo si era ridotto. Nella sua statura concentrata si raccoglieva ancora di più la dignità lignea delle donne abruzzesi, dura e nodosa.
Posò scopa e paletta con un gesto deciso, controllò i capelli candidi raccolti in una crocchia perfetta e si voltò verso di me. Piegò la testa di lato e mi fissò stringendo gli occhi. Sorrise e uscì dalla cucina. Fu in quel preciso momento che mi sentii completa. Il giorno del mio compleanno, dei miei trent’anni, avevo voluto tutti, davvero tutti coloro che avevano fatto parte della mia vita. Lei era stata la prima a cui avevo pensato. Lei, con la quale avevamo io e le mie sorelle iniziato a camminare, a mangiare, a bere. Lei che ci veniva a prendere a scuola, che ci portava dalla maestra Livia a lezione di pianoforte. Lei, la mamma in seconda che sostituiva la mamma, quella vera, sempre lontana, persa nei suoi viaggi interminabili con papà. Lei la notte della pipì a letto. Lei il sorriso sereno mentre nascondeva le lenzuola accusatrici. Lei che ci pettinava. La vedo ancora dritta e seria che doma i capelli splendidi di mia sorella Claudia in trecce bionde, lunghe, bellissime e chiuderne le estremità con il nastro azzurro; seguo le sue mani veloci arricciare le chiome dritte e severe di Rita e la sento districare con ostinata pazienza, a colpi di spazzola, i miei grovigli. Così anche nella vita ci aveva intrecciato relazioni, indicato la via più retta, districato le situazioni confuse. Teté. Così la chiamavamo noi. 
Quella donna magra e ossuta aveva assegnato a ognuna di noi un nastro per i capelli di colore diverso, come le nostre anime; ognuna differente, ognuna speciale. A Claudia azzurro, sereno e delicato; a Rita rosa, frivolo e leggero e a me rosso, irriverente e vivace. Questo per non perderci, per ritrovarci sempre. Noi e lei. Come un filo di Arianna. Bastava tirarlo. Sorrisi al ricordo e mi alzai per raggiungere gli altri alla festa. 
Nel salone illuminato a giorno, fiori e ghirlande salutavano i miei anni passati. Tintinnii di bicchieri, risate e musica. Dietro al tavolo vedevo Teté in piedi, scrutare seria l’operato della domestica Arline. A volte annuiva, altre alzava gli occhi al cielo infastidita dai movimenti troppo lenti o esitanti della filippina. Mamma e papà ballavano stretti guardandosi negli occhi, già lontani, nel loro mondo inviolato da sempre. La Teté che conoscevo bene, esigente e incontentabile, non aveva resistito ad aiutare Arline a riporre bicchieri e stoviglie, a servire il vino come andava fatto, a preparare le entrate nell’ordine giusto. La vedevo sparire in cucina e tornare carica e sorridente. Ogni tanto si appoggiava al tavolo, come a riprender fiato, altre volte si fermava per due chiacchiere distratte per poi tornare al lavoro. Più volte mi ero chiesta se avesse capito di essere mia ospite, che era lì per divertirsi. Fui tentata di fermarla nel suo andirivieni determinato. Temevo fosse troppo per lei. Ma quando mi passava accanto sentivo il suo calore. Tutto era perfetto. Tutto era tranquillo se c’era lei. Il vino buono, le portate deliziose… Tutto aveva una pienezza diversa. Fino alla fine. 
Le candeline si spensero in fretta. Ogni regalo fu simpatico e gradito. Quello di mamma e papà, forse, il più anonimo. Dopo l’ultimo valzer quasi tutti gli ospiti se n’erano andati. Mamma e papà tra i primi. 
Teté, in piedi sulla porta della cucina aveva liquidato da una buona mezz’ora Arline con un saluto sbrigativo. Le mani ritornarono ad accarezzare prima i capelli bianchi e perfetti, poi l’abito nero; quello della vedovanza perenne, dalla stoffa sottile e ben cucito. Visto altre mille volte. Con un gesto lento si massaggiò gli occhi. Poi inaspettatamente con la fronte corrugata in uno sforzo concentrato ci guardò una alla volta. Claudia, Rita e me. Ora eravamo solo noi quattro nel salone. La famiglia, quella vera.
Quando era voluta tornare in quella sua casa tra i monti, chiamata a forza dalla malattia implacabile di sua sorella, l’avevamo lasciata andare. Era scivolata fuori dalle nostre vite in fretta, ma non senza dolore. Ognuna di noi si era sentita abbandonata, ferita. Forse per questo non avevamo mai chiesto se per caso avesse bisogno di qualcosa, se se la cavava con la pensione, se i suoi figli fossero presenti nella sua vita come lo eravamo state noi. A poco a poco la riponemmo in un angolo della nostra memoria dietro rabbia, rivendicazioni, senso di abbandono e con la cautela dell’animale ferito ci riorganizzammo per sopravvivere. Sopperimmo alle sue mani sapienti che ci accarezzavano, ci pettinavano, ci accompagnavano con l’arroganza della gioventù. Lasciammo che il vento spettinasse i nostri capelli, abbandonammo i suoi nastri e insieme ai loro colori sbiadirono anche quelli delle nostre anime. 
Claudia di lì a poco si fidanzò con un uomo taciturno e mesto. Rita si rifugiò nei suoi studi sofisticati. Io mi perdesi dietro sogni politici di rivolte e liberazioni. Ma tutte e tre sapevamo che se ne era andata troppo presto, che a nulla sarebbe valso ogni sforzo per sostituirla e che nemmeno il ricordo delle sue parole di quella sera, prima della sua partenza, sarebbe bastato a consolarci. La sua voce risuona sempre nella mia memoria…
«Non dimenticate mai il colore della vostra anima. Se avrete la pazienza di accertarlo sarà la vostra protezione, il fuoco a cui sedersi intorno nelle sere buie e che vi scalderà da dentro. Un po’ come l’amore, sì. Io i vostri colori non li dimentico. E se mai vi sentirete perse non dovrete fare altro che tirate il filo. Questo sarà il nostro patto. E un patto va rispettato, giusto?» 
Ricordo che annuimmo confuse e perse nelle sue parole mentre Teté, seria e composta, stringeva le nostre mani nelle sue e le baciava suggellando così una promessa indissolubile alla quale solo lei allora credeva. Dopo la sua partenza, infatti, le nostre vite travolsero il suo ricordo. Claudia scoprì che l’uomo taciturno e mesto, in alcuni momenti poteva risvegliarsi, parlare e farti male. Rita, dopo anni di freddo nascosta dietro montagne di libri, voleva ricominciare a volare per sentire di nuovo il tepore del sole. Io invece ero rimasta ferma, in stallo, tra un uomo e l’altro; tra tanti sguardi sconosciuti nella speranza di intravedere il mio profilo. Alla vigilia dei miei trent’anni vivevo sola e avevo bisogno dei volti amici e di tutti quelli che c’erano stati per ritrovare il bandolo di un nastro lontano. 
L’orologio alla parete risuonò nel salone freddo e mi riportò al presente. Allontanai un ultimo pensiero con la mano. Teté sulla porta, la testa piegata di lato, mi stava fissando di nuovo. Dopo avermi lanciato un sorriso complice, lasciò che fosse un ultimo sguardo lucido e briccone a darmi la buonanotte prima di chiudere la porta. Il silenzio, finalmente. La casa vuota. Teté che riposava di là, come allora. 
Claudia, Rita ed io entrammo in cucina. Sul tavolo di legno scuro scorgemmo tre buste in fila. Immobili, avvertimmo il passato riprendere vita e portarci lontano, il calore dell’infanzia risalire dal fondo. Ci prendemmo per mano, per non essere travolte da qualcosa che sapevamo appartenerci nel profondo. Le trecce, i capelli tirati, i nodi. I nastri… Sulle buste, con una calligrafia decisa, solo un’indicazione: da Teté. Non serviva altro. Sapevamo a chi fosse destinata ognuna; un nastro colorato ne racchiudeva il contenuto. Rosa, azzurro, rosso… Noi tre. Teté aveva tirato il filo per ritrovarci. In ogni busta trovammo del denaro; un piccolo capitale. Da ogni stipendio prima e da ogni mese di pensione poi aveva tolto un pensiero per noi, per le sue tre bambine, attendendo il trentesimo anno dell’ultima, la più piccola, per dare a tutte il suo regalo. Ci sembrò d’improvviso come se le nostre vite avessero ripreso a scorrere con il giusto ritmo. Accettazione, protezione, amore. La terra sotto i nostri piedi; Teté. Dalla sua camera, con il rumore del suo sonno profondo come monito, Teté continuava a vegliare su di noi.

Ultime
Pubblicazioni

Sfoglia
MagO'