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La Signora Taide

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Illustrazione di Agrin Amedì
Una Mercedes berlina nera si era accostata al marciapiede e il conducente aveva abbassato il vetro dalla parte del passeggero. La signora Taide si avvicinò e, poggiando una mano sullo sportello, sporse un poco la testa dentro l’abitacolo e gettò uno sguardo all’interno.

Una Mercedes berlina nera si era accostata al marciapiede e il conducente aveva abbassato il vetro dalla parte del passeggero. La signora Taide si avvicinò e, poggiando una mano sullo sportello, sporse un poco la testa dentro l’abitacolo e gettò uno sguardo all’interno. L’uomo al volante poteva avere cinquantacinque anni, o forse anche una sessantina, curato e ben vestito.
«Quanto?» chiese.
«Cinquanta» ripose Taide.
Era una cifra più elevata di quanto chiedeva normalmente perché l’uomo guidava una macchina lussuosa e vestiva bene; sicuramente era ricco. Inoltre le sembrava impacciato e a disagio.
«Sali!»
Taide aprì lo sportello, si accomodò e l’auto ripartì.
Lo diresse verso un vicolo appartato e lo fece fermare; reclinò il sedile e cominciò a prepararsi.
«Ferma! Che fai?»
Taide lo guardò con aria interrogativa.
«Non voglio fare l’amore.»
«Guarda che non ho tempo da perdere, il mio tempo è denaro.»
L’uomo estrasse dal portafogli cinquanta euro e glieli porse.
«Adesso ho diritto a dieci minuti del tuo tempo.»
Taide prese la banconota e la ripiegò, facendola sparire nella scollatura.
«Bene, che si fa ora?»
«Devi solo ascoltare. Ti pago per questo.»
Di clienti strani Taide ne aveva avuti tanti nei suoi quasi quaranta anni di professione, ma una cosa così non le era mai capitata. Comunque il cliente pagava e lei non doveva neppure fingere di trarre godimento da un rapporto sessuale; ‘un lavoro comodo e ben remunerato’, aveva pensato. 
«Ero giovane quando conobbi Luisa, studiavo all’università ed ero all’ultimo anno di lingue. Luisa seguiva lettere e anche lei stava per laurearsi.»
L’uomo aveva esordito così, mentre i ricordi gli illuminavano il volto che a Taide era apparso inizialmente angosciato e cupo. 
«Mi piacque subito, dal primo istante che la vidi. Me l’aveva presentata Maria, una comune amica che più che studiare passava il tempo all’università civettando a destra e a manca, cercando forse un buon partito per accasarsi. Luisa invece era bellissima, elegante pur nella semplicità del suo vestire, riservata e quasi altera. L’avevo goffamente invitata al bar ma lei, con gentilezza, aveva declinato il mio invito. Naturalmente non mi scoraggiai e andai subito a studiare i quadri esposti nell’androne dell’università per vedere quali corsi seguisse e per conoscerne aule e orari; qualunque cosa mi avrebbe consentito di incrociarla nei corridoi per poter creare nuove occasioni di incontro. E infatti la incontrai molte volte, e ogni volta si presentava gentilissima e solare. Scambiavamo poche battute su futili argomenti utilizzando i tempi ristretti del quarto d’ora accademico. Sembrava che anche lei fosse entusiasta di incontrarmi. Ero attratto da lei ed ero contento, ma ben presto quei pochi minuti di una intera giornata sembravano non bastarmi più. E poi c’era la domenica, e i giorni festivi; quelli in cui l’università era chiusa. Erano giorni interminabili, giorni senza fine. Non riuscivo a studiare. Giravo per casa pensando a Luisa in ogni momento; anche la notte non riposavo bene. Rivivevo nella mia mente i brevi incontri e gli scambi di battute nella penombra della mia stanzetta mentre attendevo di assopirmi. Rimurginavo perfino sulle singole parole pronunciate, domandandomi se avessi fatto bene a dire così o se fosse stato meglio a rispondere altrimenti. Luisa occupava tutti i miei pensieri, nella veglia e nei sogni.»
Taide continuava a chiedersi perché mai quell’uomo sconosciuto le stesse raccontando tutto ciò. Ma, in fondo, che le importava? Il cliente aveva già pagato.
Distrattamente sollevò l’avambraccio sinistro e gettò un’occhiata sull’orologio.
Il cliente interruppe bruscamente la sua narrazione:
«È scaduto il tempo?»
«No, ci sono ancora due minuti» rispose Taide; sembrò quasi dispiacerle di averlo interrotto con il suo gesto.
Sul volto del cliente si delineò un’espressione di rassegnazione. Girò la chiave e rimise in moto, con andatura lenta. Guardò la strada e riaccompagnò Taide nel luogo da cui l’aveva incontrata.
Una volta scesa dall’auto, Taide pensava che lo strano cliente non si sarebbe più ripresentato.

Una settimana dopo, sempre di martedì, la berlina nera ricomparve sotto gli occhi di Taide alla stessa ora. L’auto si muoveva lentamente rasentando il marciapiede per consentire alle altre auto di superarla. Lei comprese che il guidatore la stava cercando tra le altre lucciole scaglionate lungo la strada: la macchina si fermò alla sua altezza. Lo strano cliente, sporgendosi dal posto di guida, fece scattare dall’interno la serratura e Taide, afferrata la maniglia, aprì la portiera e si accomodò.
«Buonasera » disse l’uomo.
«Buonasera a te. Sei tornato?» rispose Taide.
«Sì.»
«E neppure oggi vuol fare l’amore?»
«No.»
«Va bene, possiamo tornare allo stesso posto Signor…»
L’uomo la guardò con un’espressione sorpresa.
«Giacomo.»
«Bene, allora piacere di conoscerla Signor Giacomo. Io sono Taide. Andiamo?»
L’uomo abbozzò un sorriso e mise in moto la berlina dirigendola verso il vicolo dove aveva parcheggiato la settimana precedente. Arrestata la macchina e spento il motore, aveva sfilato i cinquanta euro. Si era voltato verso Taide e glieli aveva porti. Senza attendere oltre aveva ripreso il racconto da dove aveva lasciato la settimana prima.
«Incontrai Luisa nei corridoi della facoltà per tutto un semestre, senza avere mai il coraggio di chiederle di uscire. Ero terrorizzato all’idea che potesse dirmi di no. Più volte ero stato sul punto di invitarla, ma poi tacevo e rinunciavo pensando che era meglio attendere un’occasione più propizia.»
Mentre l’uomo raccontava, Taide lo fissava, seduta leggermente di sbieco sul sedile anteriore e cercando di prestare attenzione. Ma a poco a poco era scivolata nei suoi pensieri: come era diverso quell’uomo da tutti gli altri incontrati sua vita! Aveva conosciuto una ragazza che corteggiava con gentilezza, cercando di non forzare mai la situazione; mentre lei invece era stata abusata dagli uomini che aveva amato. Si era sempre sentita come un oggetto di loro proprietà, prima di essere abbandonata per qualche altra donna. Come avrebbe potuto essere diversa la sua vita se solo avesse incontrato uomini migliori, uomini che l’avessero amata davvero, pensava.
Il cliente aveva smesso di raccontare e fissava Taide; si era accorto della sua distrazione.
«No no, la seguo» disse Taide «l’ha invitata a casa sua per la festa di laurea…»
Si era miracolosamente ricordata dell’ultima frase.
L’uomo si rasserenò ma non riprese il racconto. Guardò l’orologio e disse: «Bene, comunque il tempo è scaduto». Mise in moto l’auto e la riaccompagnò.

Taide si rendeva conto che distraendosi aveva rischiato di perdere il cliente. E non un cliente qualunque, ma il suo cliente più ‘comodo’. Si propose pertanto, per il futuro, di non distrarsi più, anche perché si era ormai convinta che Giacomo sarebbe sicuramente e regolarmente ritornato. Sì, tra sé e sé poteva chiamarlo Giacomo e dargli del tu, mentre di persona era sicuramente più opportuno mantenere un distacco.
Il tran tran dei giorni della settimana distrasse Taide, ma il lunedì il pensiero di Giacomo riaffiorò nella sua mente. Era un uomo profondamente triste… Anche se ancora non le aveva raccontato tutto, si intuiva che la storia con Luisa non era finita bene. La sera del martedì, man mano che l’ora del probabile incontro con Giacomo si avvicinava, Taide si ritraeva dal marciapiede, nascondendosi in parte dietro la pensilina della fermata di un autobus. Da quella posizione scrutava le vetture in arrivo cercando di scorgere nella penombra, e nonostante il parziale abbagliamento dei fari, la sagoma della Mercedes nera: non voleva essere impegnata nel momento in cui sarebbe arrivato Giacomo. Ormai la sua narrazione cominciava a intrigarla. Scorse la vettura. Si fece avanti sul marciapiede per essere notata e la macchina accostò. Taide salì e ripartirono. Seguendo quello che sembrava ormai essere un copione concordato, l’uomo svoltò nel vicolo, parcheggiò e le cinquanta euro.
«Fu quella sera, la sera della festa della mia laurea, che la baciai per la prima volta. Luisa era bellissima, si era messa un vestitino semplice e leggero, adatto alla stagione ormai calda e potava i capelli raccolti dietro la nuca e fermati con una molletta. Avevo atteso tutta la serata che si isolasse dal gruppo degli invitati. Mentre gli altri chiacchieravano in salotto o ballavano, lei era uscita sul terrazzino. La raggiunsi e le chiesi se si stesse divertendo. Prima ancora che potesse rispondermi le poggiai lievemente le labbra sul collo. Un attimo dopo sollevai lo sguardo sul suo volto, timoroso e titubante, non sapendo come avrebbe reagito. Ma lei non si ritrasse, anzi, si voltò verso di me e mi sorrise. Incoraggiato, provai ad avvicinare le mie labbra alle sue. Le poggiai solo per un attimo perché lei mi pose una mano sul petto esercitando una leggera pressione per allontanarmi.»
Mentre ascoltava, Taide si convinceva sempre più che Giacomo fosse un uomo che soffriva molto; e che forse, raccontare la sua storia mitigava un po’ il suo dolore. 
«Ora, però, mi sentivo più sicuro, tanto da poterla invitare a uscire…»
Continuando il suo racconto l’uomo aveva esaurito il tempo a disposizione ma Taide non osava interromperlo. In realtà non voleva proprio interromperlo. Ma un tratto Giacomo si accorse che il tempo era scaduto e si era interrotto bruscamente. Mise in moto la riaccompagnò sotto la pensilina.
Ci vollero tre o quattro incontri per descrivere gli eventi seguiti alla festa di laurea, il periodo del fidanzamento e il matrimonio allietato subito dalla nascita di due gemelli.
Taide ormai sentiva Giacomo come il suo cliente preferito e quello del martedì era diventato l’incontro che attendeva e desiderava maggiormente. A volte sorrideva pensando a quelle narrazioni come se fossero puntate di uno sceneggiato in TV; le sembrava proprio di vedere i personaggi recitare: Giacomo da giovane, Luisa la graziosa sposina, i gemellini. Ogni martedì la narrazione progrediva di qualche anno e Taide dimenticava la monotonia e la volgarità degli altri giorni della settimana nell’attesa del racconto successivo.
Dopo varie settimane, Giacomo non raccontava più di come fosse innamorato di Luisa e di come vivesse con trepidazione l’attesa degli incontri; raccontava della vita coniugale, dei problemi del lavoro, del superamento delle difficoltà economiche, di come i bambini erano cresciuti, e di come infine si erano sistemati e coniugati a loro volta. Gli incontri del martedì andavano avanti ormai da oltre quattro mesi e mezzo e la narrazione di Giacomo aveva coperto la durata di oltre trenta anni di matrimonio. Negli ultimi incontri aveva raccontato di come i rapporti con Luisa si erano allentati e quasi conclusi con il compimento dei loro doveri nei confronti dei figli. Taide, che dopo quell’unica volta che si era distratta rischiando di perdere il cliente, non si perdeva più una sola parola, domandandosi se fosse unicamente la perdita dell’affetto coniugale e il sentirsi completamente solo e trascurato ad averlo spinto a raccontare la sua vita a un’estranea.
«Giunsi anche a pensare che nella vita di Luisa potesse esserci un altro uomo. Avrei potuto tollerare che il nostro amore fosse finito ma non avrei mai sopportato che Luisa potesse essere di un altro. Allora sarebbe stato meglio per entrambi una soluzione drastica!» Ma si era interrotto perché il tempo era scaduto. Aveva riacceso il motore e l’aveva riaccompagnata. La signora Taide era rimasta sconcertata da quell’ultima frase. Un evento terribile, forse tragico, era annunciato come imminente ma era rimasto in sospeso. Lei però era rimasta muta e non aveva osato chiedere. La settimana seguente sembrò passare con più lentezza, ma il martedì giunse. Taide intravide la berlina scura procedere a passo d’uomo, rasentando il marciapiede.
Quando fu vicina, la signora Taide uscì da dietro la pensilina e fece un cenno alla macchina che si fermò. Salì velocemente a bordo e chiuse la portiera, ma la macchina non si mosse. Istintivamente si volse verso il conduttore, ma rimase come pietrificata: al volante c’era una donna e la fissava.
Seguirono momenti interminabili di silenzio; era evidente che la donna la stava scrutando e valutando. La signora Taide cercava di rimanere impassibile, ma nella sua mente si affollavano mille domande: era lei Luisa? Perché era venuta? Cosa voleva? Come faceva a sapere di questi incontri?
Era ancora immobilizzata dallo stupore quando la donna le rivolse una domanda che domanda non era, era più un’affermazione di disgusto, quasi di disprezzo: «Che ci avrà mai trovato in te?».
A Taide venne istintivo rispondere d’impulso, senza pensasse esattamente a cosa stesse dicendo: «Non abbiamo mai fatto l’amore…». Si era subito pentita. Non era certo da lei non rispondere a tono ad un insulto più o meno velato. Ma prima che potesse riaversi e reagire, la donna aggiunse: «Allora è molto peggio di quanto pensassi». E dopo lungo attimo di silenzio aggiunse: «Non verrà più, scendi».
La signora Taide aveva ubbidito, mossa più dal fortissimo desiderio di uscire subito da quella sgradevole situazione che dall’istinto di inveire contro la donna.
‘Non ci saranno più gli incontri del martedì, Giacomo non verrà più’, pensò con sgomento. Adesso era di nuovo sul marciapiede, sola più che mai, mentre la berlina scura si allontanava.

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